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involuzione e popoli primitivi,un interpretazione controcorrente-3
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artamano
2004-08-10 17:53:41 UTC
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CAP. 3 ARGOMENTI TRATTI DALLA STORIA CULTURALE






3.0 Introduzione


Dopo avere considerato in dettaglio le principali 'impronte' empiriche della
decadenza - quella linguistica e quella religiosa - si toccheranno qui
brevemente quattro fenomenologie strettamente relazionate con quanto sotto
trattazione: il possesso del fuoco, l'organizzazione 'politica', il
'pensiero' economico e certi indirizzi tecnici e artistici. Non si pretende,
al solito, di esaurire questi argomenti, e tanti altri fenomeni culturali,
pure generalizzati (per esempio, l'uso dell'arco e delle frecce da parte di
alcuni pigmei e di alcuni antartici [1]), non verranno considerati.




3.1 Il possesso del fuoco


Fino a recentemente c'erano non pochi etnologi, anche ineccepibilmente seri,
per i quali la favella era il carattere 'umano' per eccellenza (se ne è già
parlato al Cap. 1 di questa II parte); ma dopo che è stato accertato che che
anche gli animali parlano, pochi sostengono ancora questa tesi. Rémy Chauvin
(2), in un suo prgevole testo più volte citato, suggerisce che le
caratteristiche che rendono 'umana' la specie zoologica Homo sapiens sono
che essa (a) possiede il fuoco, (b) cuoce il cibo, (c) seppellisce i morti e
(d) ha una religione. Qui vale la pena di rendersi conto che i punti (a) e
(b) vanno insieme, che lo scrivente pensa di avere dimostrato che anche gli
animali hanno una religione (3) e che il punto (c) confluisce in quello (d).
Il possesso del fuoco viene quindi a essere la caratteristica antropizzante
per eccellenza; e questo era stato notato dai migliori etnologi del passato
(4). Un riflesso di questo fatto rimane in certe nozioni mitiche delle genti
antartiche, per esempio i boscimani (5), secondo le quali l'animalizzazione
delle genti primordiali fu conseguenza della perdita del fuoco. Un'antica
leggenda indostana racconta come un fantomatico 're delle scimmie'
catturasse e tenesse prigionieri gli umani perché gli insegnassero il
segreto del fuoco, appreso il quale egli e il suo quadrumene popolo
avrebbero potuto assurgere alla dignità di uomini.


Sta di fatto che tutti i pigmei (6) e presumibilmente tutti gli antartici
mancavano di una tecnica propria per accendere il fuoco - e quando lo
sapevano accendere utilizzavano tecniche mutuate dai loro confinanti
'tropicali' (i quali, a loro valta, si può ragionevolmente presumere che le
avessero acquisite attraverso 'meticciato culturale' con popolazioni
civili). Genti particolarmente isolate non avevano modo di accendere il
fuoco e dovevano mantenere delle braci attraverso le loro peregrinazioni: se
quelle braci si spegnevano, erano costretti a 'comperare' del fuoco (a
cambio, normalmente, di cibo) da qualche altra banda errante con la quale si
incontrassero. Così gli andamanesi (7), i tasmaniani (8), certi gruppi
dell'Australia sud-orientale (9). Ma anche in tanti altri casi permane nelle
popolazioni 'cedenti' un ricordo, più o meno sfocato, di come pigmei o
antartici non possedessero originalmente il fuoco: i patagoni ricordano come
i fueghini non avessero il fuoco (10); così i malesi riguardo ai semang
(11); e così i bantù riguardo ai boscimani (12). Quanto ai dama dell'Africa
sud-occidentale (13), negri completamente isolati, culturalmente inferiori
ai boscimani e da questi sottomessi per un certo tempo, c'è da credere che
possedessero il 'segreto del fuoco' tanto poco come i loro dominatori o che
lo abbiano da essi appreso - dopo che quelli lo ebbero, a loro volta,
mutuato dai bantù.


La perdita del segreto del fuoco da parte di certe sfortunate popolazioni
(adesso estinte) che un tempo erano state umane, rappresenta una tappa
fondamentale nel loro percorso verso l'animalità.




3.2 L'organizzazione 'politica'


Nello stesso modo che i selvaggi hanno perso il segreto del fuoco, perdendo
nel contempo il loro carattere specificamente 'umano', essi si sono
appiattiti su strutture 'sociopolitiche' di tipo scimmiesco - questo lo ha
detto esplicitamente e dimostrato Rémy Chauvin (14). Fra pigmei e antartici
è generalizzata la mancanza di capi (15), che non siano i migliori 'tecnici'
(ccciatori provetti, ecc.) oppure dei vecchi che, in caso di emergenza,
fungono da 'guide' per il branco, ma solo per tempo limitato. Le instabili
dinastie matriarcali che - così Rémy Chauvein - sono qualche volta
riscontrabili fra i quadrumani mancano fra gli umani di infimo livello. È
già stato menzionato come il raggruppamento dei boscimani attorno al loro
're', sotto condizioni di emergenza acuta (16), ricordi esattamente la
'corte del re dei babbuini' descritta da Eugène Marais (17). Eccoci davanti
alla democrazia 'pura' dove il potere, in quanto in mano a tutti, non è in
mano ad alcuno - che questo fosse il caso fra i più involuti fra i selvaggi
era stato notato già nei primi anni Ottanta da Sergio Gozzoli (18). -
All'interno della società contemporanea situazioni del genere si dettero e
si danno nei raggruppamenti di 'maledetti', che menavano o menano una vita
parassitaria e sotterranea all'interno di strutture sociali preesistenti:
criminali, mendicanti, reietti. Un raggruppamento del genere fu descritto da
Victor Hugo (19) in un suo famoso romanzo dove si prospetta una società di
ladri e mendicanti il cui 're' è il ladro più abile; e Henri Charrière (20)
descrive la struttura sociale di una comunità di lebbrosi dove 're' è il
lebbroso più orrendo (anche in questo caso, la 'qualificazione' è tecnica).


Nella fascia tropicale le cose vanno 'meglio' solo in apparenza, almeno per
quel che riguarda le capacità innate degli abitanti autottoni: delle
strutture tribali più consistenti (che, per esempio nel caso degli zulù
dell'Africa meridionale assursero a dimensioni quasi statali sotto qualche
dirigente più dotato degli altri) furono dovute a meticciato, culturale e
anche biologico, con elementi appartenenti all'ecumene artico. Nell'Africa
nera, in particolare, le famiglie dei capi erano invariabilmente di razza
'camitica'/etiopica e quindi di origine meticcia contenente una componente
europide (21). Comunque, di stati/'imperi' autoctoni in quelle zone non è il
caso di parlare: per esmpio, il regno di Angkor (Indocina) insorse come
conseguenza dell'imporsi di una classe dirigente indiana su di una ganga di
popolazioni australoidi (22). - Il già citato Wits Beukes (23) documenta in
modo ineccepibile come tutti i cosiddetti imperi africani (Mali, Ghana,
Timbuctù, ecc.) furono intrusioni esogene, provenienti dall'Africa
settentrionale, dall'Arabia, dall'India, all'interno delle quali i negri non
fecero altro che da manodopera servile. - In riguardo vale la pena di
riportare come ci sia stata, in un passato non particolarmente lontano,
un'inversione dei ruoli fra negri e boscimani. Erich O. J. Westphal (24) ci
informa di una nozione bantù secondo la quale i boscimani erano genti 'senza
capi', ma che ci sarebbero stati tempi e occasioni quando i negri furono
loro vassalli. I casi dei dama dell'Africa Sud-occidentale e dei primi sotho
del Drakensberg sono stati già menzionati (25).




3.3 L'indirizzo 'economico'


Fra i pigmei e gli antartici l'unica forma economica conosciuta era la
caccia, la pesca e la raccolta di vegetali; e l'unico 'lavoro' conosciuto
era quello necessario per procacciarsi il cibo (in qualche caso, come fra i
tasmaniani, attraverso lotta corpo a corpo fra umano e animale, che veniva
ucciso per strangolamento o al massimo a bastonate [26]) - cibo che non
veniva mai prodotto (quindi niente agricoltura o allevamento). La natura
faceva da 'granaio' - granaio che poteva anche rivelarsi abbastanza provvido
fino a quando ci si mantenesse continuamente in movimento e fino a quando
l'entità numerica degli usufruttuari del medesimo rimanesse limitata (27).
Questo non era sicuramente capito ma certamente intuito da quelle
popolazioni di infimo livello - non escluse quelle della fascia tropicale -
oltre ad avere in qualche caso dei metodi di contraccezione meccanica e la
conoscenza di anticoncettivi di origine vegetale (28), praticavano
massicciamente l'aborto, l'infanticidio, l'eutanasia e l'uccisione di
vecchi, di feriti, di invalidi (29). La loro era ben lontano dall'essere una
vita 'facile' o edenica.


Per quel che riguarda la fascia tropicale, le popolazioni corrispondenti,
avendo beneficiato di apporti culturali e biologici provenienti dal Nord del
Mondo erano in possesso di forme rudimentali di allevamento, di agricultura,
di tecnologia. Ma è interessantissimo notare come letteralmente niente fu da
loro sviluppato e come si trattò sempre di prestiti culturali esogeni. John
Baker (30) ha fatto uno studio estremamente dettagliato dell'origine di
tutte le tecnologie riscontrabili nell'Africa nera, dimostrando come, caso
per caso, esse fossero arrivate da fuori (il negro, allo stato brado, non
doveva essere più 'civile' del boscimano) - e c'è da credere che qualcosa
del genere potesse valere per le popolazioni autraloidi dell'Asia
sud-orientale e della Papuasia. Fra le casistiche esaminate dal Baker stanno
l'agricoltura - tutte le piante coltivate sono esogene -, l'allevamento di
bestiame - nessuna specie autottona era stata allevata, non esclusa la
comunissima gallina faraona -, il cane come animale domestico era
sconosciuto, la ruota era sconosciuta, una forma rudimentale di metallurgia
fu introdotta in tempi storicamente recenti dal Nord Africa, ecc. In
compenso, fra i negri la pratica della schiavitù era pandemica (forse unico
tratto 'culturale' autottono); e ugualmente pandemico fra i negri era - e
continua a essere - il cannibalismo (come in Papuasia), fenomeno studiato in
modo insuperato da Ewald Volhard (31). Il Volhard fa notare come il
cannibalismo non sia una pratica alimentare propria a un'umanità 'primeva',
ma di tipi umani profondamente degenerati. Fra i bantù anche gli albini e i
lebbrosi venivano macellati e mangiati (32); e in Nuova Guinea gli obitori
degli ospedali vengono adesso saccheggiati dei cadaveri per farne festini
cannibaleschi (33). Silvio Waldner (34) ha fatto un esposto abbastanza
completo dell'economia bantù; mentre Wits Beukes (35), grande conoscitore
dell'Africa, indica come il cannibalismo fosse, e continui a essere, un
aspetto irrinunciabile e necessario dell'economia alimentare africana. (Si è
già parlato delle tendenze fortemente cannibalesche del neandertaliano, il
quale è lecito ipotizzare che predasse individui Homo sapiens deboli o
indifesi, che per loro disgrazia si venissero a trovare dispersi o
momentaneamente isolati, soprattutto bambini.Ci si sarebbe trovati davanti a
uno scenario di tipo 'africano'.)


A contatto con l'uomo civile, europeo o nord-est asiatico, il selvaggio ha
invariabilmente reagito rivelandosi un parassita per vocazione (36). Il
parassitismo era in lui latente anche prima, né fra i selvaggi è mai
esistito il concetto del diritto etico alla proprietà: se fra di loro
qualcuno, per qualsiasi ragione, arrivava ad avere qualcosa di più degli
altri, veniva automaticamente accusato di stregoneria, ucciso (e mangiato) e
i suoi beni dispersi fra il resto del gruppo tribale (37) - e questa è
esattamente la fenomenologia risorta e sviluppatasi subito dopo la
decolonizzazione (ai danni di chi, generalmente ma non necessariamente
bianco, avesse raggiunto, a forza di lavoro e amministrazione oculata uno
stato economico ragionevole). Che il selvaggio sia per natura un parassita è
stato notato da tutti coloro che, in modo obiettivo e senza paraocchi
'ugualitaristi', abbia avuto una qualche dimestichezza con il Sud del Mondo
e le sue genti. Là, chiunque abbia ottenuto, lavorando per dei bianchi o per
l''amministrazione pubblica', un'entrata fissa anche se molto povera, si
trova subito attorniato da una torma di 'succhiasangue' che usufruiscono del
suo stipendio e per difendersi dai quali egli non fa niente (38). Questo
fatto era stato osservato anche da alcuni fra i primi viaggiatori, tedeschi
e olandesi, che avevano penetrato l'Africa meridionale: impreparati a
valutare la psicologia del selvaggio, in loro era insorto stupore e sdegno
(39). - Adesso, con la diffusione della pratica della carità internazionale,
il selvaggio ha avuto la possibilità di esercitare il parassitismo su scala
planetaria: in Africa, moltissimi piccoli agricoltori bantù che una volta si
procuravano da vivere con il loro (scarso) lavoro, da quando ricevono 'aiuti
umanitari' non fanno più niente (40).


Altri indirizzi 'economici' delle genti selvagge sono conseguenza della loro
assoluta incapacità di concepire un'economia razionale basata su di un ciclo
di produzione-distribuzione-consumo. Questi indirizzi sono spesso confusi
sotto la denominazione unica di 'culti del carico' (41) e si riferiscono
alla convinzione che gli oggetti di consumo abbiano un'origine
'magica'/fattucchieristica; e non solo quelli che essi non conoscevano prima
dei contatti con le civiltà del Nord del Mondo (fattucchierismo immanente)
ma anche i generi di prima necessità (fattucchierismo possibile). Queste
fenomenologie sono state osservate e studiate in dettaglio soprattutto
nell'area oceanica melanesiana (42), ma hanno la loro diffusione in tutto il
Sud del Mondo. - La prima di queste fenomenologie si riferisce al fatto che
i selvaggi avevano notato che i mezzi da trasporto meccanici - aerei e
navi - provenienti dall'America' portavano beni di consumo soltanto agli
stranieri. Siccome quei beni di consumo avevano un'origine magica (a niente
valse portare dei papuasi a visitare officine meccaniche, per esmpio, in
Australia), ed esseri viventi erano gli aerei e le navi, si cercava di
indurli a portare il loro carico ai nativi e non ai bianchi attraendoli con
simulacri di aerei o navi fatti di frasche. Casistiche del genere furono
frequenti negli anni Cinquanta e Sessanta in Nuova Guinea, ma casi analoghi,
in altre epoche, sono documentati per l'America del Nord (43) e nelle
montagne della Guayana, in Sud America (44). (Negli anni Sessanta degli
'ufolatri' europei pensarono bene di costruire dei simulacri di 'piatti
volanti', a Aix-en-Provence, e di metterli in bella vista nei campi per
indurre gli extraterrestri ad atterrare.)


La seconda ha a che vedere con il valore magico del denaro. Il selvaggio,
incapace non solo di capire un'economia razionale ma alieno al concetto del
valore etico della proprietà conseguenza di un lavoro organizzato e onesto,
da al denaro il potere di evocare i beni di consumo (45), e quindi il
'diritto' ad averli di chi lo possegga, magari rubandolo o contraffacendolo
con metodo magici - questa pretesa fu comunissima in Melanesia dove diede
origine a non poche sette parareligiose (46).


Ecco dunque i due parametri economici della fascia tropicale (a parte il
cannibalismo): il parassitismo e il fattucchierismo - i quali, attraverso il
tramite del biblio-talmudismo, non hanno mancato e non mancano di avere il
loro riflesso su quel che resta di mondo civile. Il parassitismo sta alla
base della dottrina marxiana, che raccomanda di derubare dei suoi averi
chiunque abbia qualcosa, indipendentemente da come egli se lo sia
procacciato - anzi, soprattutto se se lo è procacciato lavorando, perché
Karl Marx, nella sua sacra scrittura (Il Capitale), ignora sistematicamente
il fenomeno usura (non a caso era stipendiato dagli usurocrati Rothschild).
In questo Marx si differenziava da dei genuini socialisti come Pierre-Joseph
Proudhon, secondo il quale la proprietà è un furto ma solo se è ottenuta non
attraverso lavoro ma attraverso speculazione finanziaria. - Il
fattucchierismo insorge attraverso la prassi dell'interesse, codificata
dalla Bibbia e dal Talmud, per cui un denaro che cresce su sé stesso, e che
non poggia su di alcuna prestazione, ritiene comunque il potere di
acquistare beni e servizi reali. Questo è denaro magico, come quello evocato
dagli stregoni papuasi (47).




3.4 Petroglifi, megaliti, artefatti e alfabeti incomprensibili


In tutto il Sud del Mondo si trovano tracce di civiltà arcaiche che niente
ebbero a che vedere con i suoi attuali abitanti e neppure con i loro
ipotizzabili antenati, fino a che ci si mantenga all'interno di periodi
storici. Si tratta di costruzioni, espressioni artistiche impresse in
pietra, artefatti di origine misteriosa.


Vale fare attenzione al fenomeno megalitico, che ha due aspetti diversi
anche se spesso concomitanti. Uno è quello dei megaliti (dolmen, cromlech,
menhir), monumenti litici di culto; l'altro è quello delle costruzioni
megalitiche (muraglie, fortezze, strade, palazzi). Sul primo lo scrivente si
è dilungato in un articolo pubblicato qualche anno addietro (48) e perciò
non sarà qui sviluppato in dettaglio - sia sufficiente ricordare come questo
fenomeno megalitico, strettamente legato alla sottorazza mediterranea della
razza europide, sembra avere avuto come centro di diffusione la zona attorno
allo stretto di Gibilterra e che la sua presenza nel resto del mondo fu
dovuta sia a movimenti di popolazione che a meticciato culturale. Esso ebbe
una vastissima diffusioNe, arrivando fino in Australia (49) e anche, sia
pure in minore misura, in America (50). - Quanto alle costruzioni
megalitiche nel Sud del Mondo, non solo non hanno niente a che vedere con
gli abitanti delle zone dove adesso rimangono le loro rovine, ma questi
spesso se ne tengono lontani perché potrebbero essere sedi di influenze
magiche pericolose. Questo è certamente il caso per quel che riguarda i
complessi architetturali di Zimbabwe, nell'Africa meridioanle (51), e di
quelli di Ponape, in Micronesia (52): fatti che lo scrivente poté appurare
durante le sue permanenze in quei luoghi (53). Gli stessi che costruirono
Ponape furono, quasi sicuramente, i responsabili delle costruzioni
megalitiche della Melanesia, delle quali Alphonse Riesenfeld ci ha lasciato
un dettagliatissimo resoconto (54): genti dal colorito chiaro provenienti
dall'Asia, che lasciarono un'impronta sia nelle mitologie aborigeni che, per
meticciato, nelle classi dirigenti attuali dei medesimi.


Probabilmente anche certi oggetti litici ornati di teste di uccello che
furono abbondantemente trovati in Nuova Guinea (55) - e che gli aborigeni
evitavano perché carichi di influenze malefiche - furono fabbricati dai
medesimi facitori di costruzioni megalitiche. - Lo scrivente (56) ebbe
occasione di osservare nella zona di Perijá (area dei Caraibi), nel Locale
museo missionale, dei pesanti recipienti di pietra, trovati in loco e che
niente avevano a che vedere con le possibilità tecniche dei locali indigeni
yupa e motilón; mentre resti di un'arcaica industria litica, non certo
attribuibile ai pigmei, furono trovati nella foresta congolese (57). - Anche
antichi resti di ceramica, non certo di produzione aborigena (indigeni
yanomamo) furono rivenuti nell'alto Orinoco da un missionario che lo
scrivente ebbe occasione di conoscere personalmente (58).


Un altro diffuso fenomeno è quello dei petroglifi, esistenti un po'
dappertutto - ce ne sono perfino in Tasmania (59). Essi sono particolarmente
abbondanti in Sud America, soprattutto nelle zone rivierasche dell'Orinoco,
dove avevano attratto l'attenzione di Alexander von Humboldt (60), che non
aveva mancato di osservare che non era certo possibile che fossero opera
delle popolazioni semianimalizzate che abitavano quelle zone.


(Non è chiaro invece cosa si deva pensare di una certa abilità pittorica
presente fino a recentemente in certe popolazioni di infimo livello, tipo i
boscimani [61], gli australiani [62] e, in minor misura, i papuasi [63].
Siccome la pittura è qualcosa che deperisce relativamente in fretta e nella
zona dei Caraibi ci sono ancora delle pitture rupestri in discreto buono
stato [64], c'è da credere che fino a recentemente ci potessero essere anche
in quelle zone degli aborigeni pittori.)


Bernard Pottier (65) suggerisce che alcuni, se non tutti, i petroglifi
dell'Iberoamerica potrebbero essere degli alfabeti di tipo geroglifico.
Questo è senz'alto possibile, ma allo scrivente non consta che ricerche in
riguardo siano state fatte o si stiano facendo. La casistica di altre
misteriose scritture sarà menzionata al Cap. 2 della III parte, in relazione
con le già menzionate (Cap. 2 della I parte) 'isole' di civiltà nella fascia
tropicale.


(1) Wilhelm Schmidt, Ursprung, cit., vol. III.


(2) Rémy Chauvin, Biologie, cit.


(3) Cfr. Silvano Lorenzoni, Religiosità, cit.


(4) Per esempio, Heinrich Driesmans, Mensch, cit.


(5) Cfr. Sigrid Schmidt, Vorstellungen, cit.


(6) Cfr. Wilhelm Schmidt, Ursprung, cit., vol. III; per quel che riguarda la
Nuova Guinea, Alfred Vogel, Papuasi, cit.


(7) Lydia Icke-Schwalbe und Michael Günther, Andamanen, cit.; Wilhelm
Schmidt, Ursprung, cit., vol.III.


(8) Gisela Völger, Tasmanier, cit.


(9) Vittorio di Cesare, Aborigeni, cit.


(10) Mireille Guyot, Mythes, cit.


(11) Paul Schebesta, Urwaldzwergen, cit.


(12) Erich O. J. Westphal, "The linguistic prehistory of Southern Africa",
in "Africa", N. 33, 1963.


(13) Wilhelm Schmidt, Ursprung, cit., vol. IV.


(14) Rémy Chauvin, Biologie, cit.


(15) Wilhelm Schmidt, Ursprung, cit., voll. I - VI; Mario Polia, Indios,
cit.; Gisela Völger, Tasmanier, cit.


(16) George Stow, Native ..., cit.


(17) Eugène Maraia, Burgers, cit.


(18) Sergio Gozzoli sulla rivista "L'uomo libero" (Milano), luglio 1983.


(19) Il romanzo in questione è Notre Dame de Paris.


(20) Henri Charrière, Papillon, Laffont, Paris, 1969.


(21) Cfr. John Baker, Race, cit.; Hans F. K. Günther, Rassengeschichte des
jüdischen Volkes, cit.


(22) Madeleine Giteau, Histoire d'Angkor, Presses Universitaires de France,
Paris, 1974.


(23) Wits Beukes, Suid-Afrika, cit.; ma si consulti anche Robert Gayre,
Origins, cit.


(24) Erich O. J. Westphal, Linguistic ..., cit.


(25) Wilhelm Schmidt, Ursprung, cit., vol. IV; Marion Walsham-Howe, Bushmen,
cit.


(26) Gisela Völger, Tasmanier, cit.


(27) In riguardo, dell'informazione utile può esseree trovata in: Marshall
Sahlins, Âge de pierre, âge d'abondance, Gallimard, Paris, 2000 (originale
1972).


(28) Lo scrivente poté apprendere qualcosa in riguardo durante la sua
presenza nella zona di Perijá, sul confine colombo-venezuelano, nei primi
anni Ottanta. John Baker, Race., cit., da qualche notizia pertinente agli
zulù.


(29) Cfr. l'appena citato Marshall Sahlins, Age, cit.; e poi: Isaac
Schapera, Khoisan, cit.; Jacques et Paule Villeminot, Nouvelle Guinée, cit.;
Alfred Vogel, Papuasi, cit.; Mario Polia, Indios, cit.; Gisela Völger,
Tasmanier, cit.; Vittorio di Cesare, Aborigeni, cit.; ecc. Wilhelm Schmidt
tace sistematicamente su di questo punto, poco confacente a genti appena
uscite dal 'paradiso terrestre'.


(30) John Baker, Race, cit.


(31) Ewald Volhard, Der Kannibalismus, Strecker und Schröder, Stuttgart,
1939.


(32) Fatto appreso dallo scrivente in occasione della sua prima permanenza
in Africa meridioanle, nei primi anni Settanta.


(33) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 2 novembre 2000.


(34) Silvio Waldner, Deformazione, cit.


(35) Wits Beukes, Suid-Afrika, cit.


(36) Del parassita, Friedrich Nietzsche (Also sprach Zarathustra, III parte)
ebbe a scrivere che "... das widrigste Tier von Mensch das ich fand, das
taufte ich Schmarotzer, das wollte nicht lieben und doch von Liebe leben.
[... il più ripugnante degli animali umani che io abbia incontrato è quello
che chiamai parassita, che rifiutava di amare ma che viveva dell'amore
altrui.]".


(37) Silvio Waldner, Deformazione, cit.


(38) Questo, osservato dallo scivente in Sud e Nord America e in Africa, è
fenomeno corrente nelle enclâves di colore adesso incistite anche in Europa.


(39) Cfr., per esemio, Samuel S. Dornan, Pygmies and bushmen of the
Kalahari, Struik, Kaapstad, 1975 (originale 1925).


(40) Cfr. Silvio Waldner, Stati Uniti ..., cit.; Giovanni Sartori e Gianni
Mazzoleni, La terra scoppia, Rizzoli, Milano, 2003.


(41) Generalmente si vede la dizione cargo cult, in onnipresnte gergo
americanese.


(42) Un elenco utile e completo di questi 'culti' parareligiosi nell'area
melanesiana è dato da Friedrich Steinbauer, Melanesische Cargo-Kulte, Delp,
München, 1971.


(43) Cfr. Jacques et Paule Villeminot, Nouvelle Guinée, cit., i quali però
non danno riferimenti bibliografici.


(44) Cesáreo de Armellada, Indios, cit.


(45) Un'interessante notizia su questo argomento, riferentesi alla Nigeria,
fu riportata nel settimanale Deutsche Wochen-Zeitung (München) del14 maggio
1984.


(46) Cfr. Friedrich Steinbauer, Melanesische, cit.


(47) L'argomento del denaro come oggetto magico è stato sviluppato in
dettaglio dallo scrivente nel suo Equilibrio, cit.


(48) Silvano Lorenzoni, "Ricordiamo i nostri padri pagani", trimestrale
"Primordia" (Milano), NN. XV (autunno 1999) e XVI (primavera 2000).


(49) Cfr. Vittorio di Cesare, Aborigeni, cit.


(50) Lo scrivente ebbe occasione, nei primi anni Ottanta, di visitare e di
fotografare un campo di megaliti vicino a Valencia (Venezuela), che non
sembra sia stato segnalato in alcuna pubblicazione scientifica europea.


(51) Cfr. Robert Gayre, Origins, cit.; John Baker, Race, cit.; Wits Beukes,
Suid-Afrika, cit.


(52) Cfr. Paul Hambruch, Die Ruinen von Ponape, De Gruyter, Hamburg, 1911.


(53) In Rhodesia alla fine degli anni Ottanta, in MIcronesia nel 1992.


(54) Alphonse Riesenfeld, Megalithic ..., cit.


(55) Cfr. Alfred Vogel, Papuasi, cit.


(56) In occasione della sua permanenza da quelle parti nei primi anni
Ottanta.


(57) Ester Panetta, Pigmei, cit.


(58) Il già citato Luigi Cocco, nei primi anni Settanta. Il Cocco mandò i
reperti all'Accademia delle Scienze di Caracas (Venezuela), accompagnati da
una lettera nella quale suggeriva che forse gli yanomamo avevano avuto
l'abilità di ceramisti nel passato e che l'avevano poi persa. Gli fu
risposto che la legge del progresso dice che, escluse interferenze esogene
distruttive, delle quali non c'era traccia, il livello tecnico di una data
popolazione può solo progredire, mai regredire; e che perciò egli, per
forza, si sbagliava. I reperti, quasi sicuramente, finirono nell'immondizia.


(59) Gisela Völger, Tasmanier, cit.


(60) Alexander von Humboldt, Viaje, cit.


(61) Cfr. Townley Johnson, Major ..., cit.


(62) Cfr. Vittorio di Cesare, Aborigeni, cit.


(63) Cfr. Jacques et Paule Villeminot, Nouvelle Guinée, cit.


(64) Cfr. Roberto Colantoni (a cura di), Formas del inicio, la pintura
rupestre en Venezuela, Fundación Galería de Arte Nacional, Caracas
(Venezuela), 1992.


(65) Bernard Pottier, América Latina, cit.


CAP. 4 IL SELVAGGIO E LA PSICOPATOLOGIA


4.0 Introduzione


In questo capitolo si prenderà in considerazione un'ulteriore importante
sfaccettatura della problematica sotto esame, e cioé quella delle sue
manifestazioni psicologiche che, a buon diritto, presso le genti civili sono
sempre cadute sotto la sfera d'attenzione della psicopatologia. Prima si
metteranno a fuoco quelle manifestazioni che lo avvicinano ai comportamenti
di quei civili che normalmente sono o dovrebbero essere confinati alle
istituzioni psichiatriche. Dopo (tossicodipendenza compulsiva, deviazioni
sessuali), quelle che più lo avvicinano all'animale. Da una parte, il
selvaggio ha ancora un aggancio con l'umanità normale dalla quale si è
allontanato, dall'altra esso si affaccia sull'animalità, alla quale è
destinato.




4.1 Labilità psicologica del selvaggio e analogia con la schizofrenia
nell'uomo civile


Già nell'anteguerra, il valido etnologo italiano Ernesto De Martino aveva
iniziato una serie di studi, poi condensati in una sua importante opera
pubblicata negli anni Quaranta (1), nella quale metteva a fuoco la
fondamentale labilità psichica dei selvaggi. Se l'umano (e non solo) è un
composto corpo-psiche, e se il corpo è il 'punto fermo' dell'individuazione,
nel selvaggio sussiste continuamente il pericolo sia di 'perdere l'anima'
che dell'irrompere nel proprio sé, snaturandolo, di forze sottili
provenienti dall'esterno. Non esiste quindi una vera personalità ma un
instabile composto sempre sull'orlo della scissione, per cui il corpo può
divenire un vuoto guscio dal quale l'anima è stata risucchiata (fatti
vampirici di origine stregonica [2]) o si è allontanata, per divenire
'abitazione' di ogni sorta di altre presenza sottili (l'anima può 'essere
inghiottita dal mondo' essa può fuggire, ecc.) - per cui, per esempio, il
momento del risveglio è estremamente pericoloso, perché all'anima, che
durante il sonno ha vagato lontano, potrebbe essere precluso il ritorno. -
Nel contempo, il rischio dell'irruzione del 'mondo' (cioé: delle forze
sottili esterne all'individuo) nell'io e del deflusso incontrollato dell'io
nel mondo implica una perdita della percezione obiettiva del medesimo. La
frontiera fra io e non-io è labile e quindi l'individuazione non è
necessariamente un fatto ma una condizione esistenziale che non è di tutti i
tipi umani - essa,per l'evoluzionista De Martino, diviene il risultato di un
processo 'storico'


Il De Martino procede poi a proporre dei paragoni, fatti precedentemente da
acuti psicologi tedeschi dell'Ottocento (Heinrich Storch, Heinz Werner), fra
la mentalità 'primitiva' e quella degli schizofrenici di razze artiche, per
i quali la frontiera fra io e non-io è parimenti labile: lo schizofrenico
teme di perdere sè stesso o di essere invaso psichicamente. Fra i selvaggi
si tratterebbe di una situazione generalizzata, per proteggersi dalla quale
fra di loro esisterebbero metodi 'magici'/stregonici appropriati, gestiti da
stregoni e sciamani; mentre nel mondo civile lo schizofrenico, rimesso a sé
stesso, sviluppa tutta una serie di sintomi demenziali. Degli psicologi
evoluzionisti, sul tipo di Carl Gustav Carus (1831) ed Eugenio Tanzi (1891)
suggerivano che le psicosi, nell'uomo civile, fossero una ripetizione e un
ritorno a un'età 'arcaica' dello sviluppo psichico.


Un'interpretazione involuzionista fu invece data ancora alla fine degli anni
Venti da un autore della cerchia di Julius Evola (3), il quale osservava
che, con riferimento ai selvaggi, non di 'mondo magico' si dovrebbe parlare,
ma di mondo stregonico; e come in quello che fu un essere umano, una volta
arrivato al gradino ultimo della degradazione, si risvegliano, in modo
sinistramente contorto, certe possibilità e sensibilità che, con ben altro
significato, erano state proprie dell'umano superiore.


Se presso l'umanità superiore arcaica, almeno in qualche caso,
l'intercambiabilità fra io e non-io poteva essere messa a profitto, sotto
condizioni controllate, per raggiungere scopi magici (nel senso di controllo
di forze psichiche aliene da parte di una personalità del tutto padrona di
sé stessa, il mago nel senso superiore della parola), quando la padronanza
di sé stessi sia andata perduta si cade nella condizione del selvaggio,
continuamente in pericolo di essere travolto da forme psichiche larvali
sulle quali non ha alcuna padronanza (salvo l'eccezione dello sciamano che -
con esito però incerto - "si porta fino sulla soglia del caos e stringe con
esso un patto"). - Uno stadio intermedio potrebbe essere quello adesso molto
diffuso, per cui la natura è 'pietrificata', aliena. In questo modo l'uomo
moderno si è costruito una difesa contro il 'pericolo per l'anima', ma la
sostanza spirituale racchiusa dentro a questa difesa è debole: e crepe nella
'muraglia', che ci possono sempre essere come conseguenza di curiosità, di
paura o di eccessiva 'pressione' da parte di forze psichiche esterne,
possono portare a forme di alienazione psicologica (4). A produrre 'crepe
nella muraglia' possono certamente contribuire certe tendenze e curiosità
malsane che conducono individui carenti della necessaria qualificazione e
robustezza psichica ad avvicinarsi a culti e a iniziazioni catagogiche
offerte a mani piene da tante neoreligioni contemporanee - qui siamo nel
campo di quella che Oswald Spengler (5) chiama la 'seconda religiosità', la
cui considerazione dettagliata esula dall'ambito di questo testo.


Julius Evola (6) ha dato attenzione a questo argomento, pur senza
svilupparlo in modo molto dettagliato. Nei popoli 'primitivi', al tipo
dell'iniziato nel senso superiore è subentrato quello dello stregone
(degenerazione stregonica e fattucchieristica di quello che era stato la
religione nel senso superiore della parola). Nel loro mondo deve constatarsi
una demonizzazione del simbolo e del mito in una specie di coscienza
notturna. In quello che era contenuto nei bassofondi dell'inconscio
dell'uomo civilizzato e che prorompe nel caso di collassi nevrotici, devesi
riconoscere lo stesso carattere di quei residui psichici che vengono a galla
nel selvaggio - e quindi la legittimità di stabilire paralleli fra il mondo
dei 'primitivi' e quello della psicopatologia. - Lo scrivente (7) suggeriva
che se la psiche dell'uomo civile, sotto condizioni patologiche, è una
'finestra' su quella del selvaggio, la psiche di quest'ultimo, sotto
condizioni patologiche - ma anche, magari, 'normali' - potrebbe essere una
finestra su quella dell'animale.




4.2 Tendenza alla tossicodipendenza e all'alcoolismo


Un fatto poco pubblicizzato in riguardo alla psicopatologia animale è che
moltissime specie - mammiferi, ma anche molluschi e insetti - una volta
scoperto l'allucinogeno , lo cercano con rabbia frenerica e addirittura
autolesionistica, al punto di smettere di mangiare e di causare a sé stessi
danni fisici (8). Questo è del tutto analogo a quanto poté essere il caso
fra selvaggi che, una volta scoperto l'alcool o l'allucinogeno, sviluppano
per esso un'attrazione morbosa e frenetica che raramente trova un riscontro
fra le genti civili. La tendenza all'alcoolismo è documentata per quasi
tutte le genti selvagge, che prima del contatto con gli europei non
conoscevano alcun metodo per ottenere bevande alcooliche per fermentazione
(9).


La tossicodipendenza degli ottentotti grikwa è vividamente descritta da
Eugène Marais (10), il quale colloca esplicitamente questa fenomenologia
nella zona d'ombra fra l'umano e l'animale. Non appena i grikwa ebbero
imparato a fumare il tabacco, svilupparono una dipendenza per la nicotina
frenetica e incomprensibile (per un bianco), al punto di non accontentarsi
di aspirare il fumo ma da acquisire l'abitudine di ingoiarlo, con la
conseguenza che la nicotina, assorbita attraverso la mucosa gastrica,
provocava degli incredibili fenomeni di stordimento, svenimenti e
occasionalmente la morte. "Der aankoms van 'n drankwa by 'n stad het altyd
onbeskryflike tonele als gevolg gehad. Verskeie sterfgevalle was 'n gewone
verskynsel. Wanneer die geld opraak, het die mans hulle gereedskap, waens,
osse, gewere vir drank aangebied. Geen seldsame verskynsel was dit vir ouers
om hul kinders vir drank te verhandel nie ... [L'arrivo in un villaggio di
un carro carico di alcoolici scatenava sempre degli spettacoli incredibili.
Era normale che ci fossero diversi incidenti mortali. Quando il denaro era
finito, essi offrivano i loro utensili, carri, buoi, armi, in cambio di
alcoolici. Non era raro che i genitori offrissero la loro prole a cambio di
bevande alcooliche ...]".




4.3 Psicopatologia sessuale


Julius Evola (11) osservava che nell'uomo superiore il desiderio sessuale
fisico è una trasposizione e traduzione di un desiderio psichico, altrimenti
che fra i selvaggi e fra gli animali. In questi ultimi, attraverso un
processo di demonizzazione non dissimile a quanto accade nel campo religioso
(decadenza della religione nel senso superiore della parola nel
fattucchierismo e nella strgoneria nera), si arriva addirittura a fenomeni
di crudeltà metafisica in certi amplessi di animali e di umani inferiori.
Non è accidentale che la pratica della bestialità sia pandemica nel Sud del
Mondo, dove è vista come qualcosa di assolutamente normale - a differenza
dell'Europa dove essa rientra nella classificazione delle perversioni
sessuali.


Non a caso un torbido nesso psicologico è stato segnalato fra coito e
cannibalismo (12); e il cannibalismo, secondo il già citato Ewald Volhard
(13), è un fenomeno di degradazione. La pratica di straziare il partner
sessuale a coito avvenuto o anche durante l'atto sessuale è vastamente
documentata fra gli artropodi - in modo particolare per la mantide, animale
sacro di boscimani e ottentotti (14), ma lo è anche fra i selvaggi della
fascia tropicale. Pratiche che nel Nord del Mondo hanno portato i loro
esercenti nei manicomi criminali o sul patibolo, nel Sud del Mondo erano e
continuano a essere di ordinaria amministrazione. Dei dettagliati resoconti
per quel che riguarda l'Africa nera sono dati in un eccellente libretto di
Boris De Rachewiltz (15), che ne indicava anche le applicazioni nel campo
del 'politico' (si fa per dire), con il movimento dei Mau-Mau; ma fatti
esattamente paralleli sono documentati, per esmpio, per la Papuasia (16),
mentre utili riferimenti si possono trovare anche nell'appena citato Ewald
Volhard (17).


Eccoci, anche nel campo della sessuaologia, davanti a quell'apertura
sull'animalità che è caratteristica di tutte le manifestazioni psicologiche
del selvaggio.




(1) Ernesto De Martino, Il mondo magico, Einaudi, Torino, 1948.


(2) Cfr. Julius Evola in Ultimi scritti, Controcorrente, Napoli, 1977.


(3) Arvo, in Introduzione, cit., vol II.


(4) Un sintomo della labilità psichica del selvaggio è anche, probabilmente,
la sua tendenza a mentire in modo sistematico, di cui siè già parlato (Cap.
6 della I parte). Julius Evola (Arco, cit.) notava come questo tipo di
comportamento fosse sempre più diffuso presso la "razza dell'uomo sfuggente"
dei nostri giorni.


(5) Oswald Spengler, Untergang, cit.


(6) Julius Evola, Arco, cit.


(7) Silvano Lorenzoni, Religiosità, cit.


(8) Cfr. Giorgio Samorini, Animali che si drogano, Telesterion, Vicenza,
2000.


(9) Lo sfrenato alcoolismo dei fueghini è descritto da Armando Braun
Meléndez, Pequeña historia fueguina e Pequeña historia magallánica, cit.
Mrtin Gusinde (Von gelben ..., cit.) menziona che anche i boscimani
dell'Okawango, una volta arrivati a conoscere l'alcol (per vie traverse -
contatti con negri, ecc.) ne sviluppassero una scomposta dipendenza.


(10) Eugène Marais, Die siel van die aap, in Leon Rousseau, Beste van ...,
cit.


(11) Julius Evola, Metafisica, cit.


(12) Laura Monferdini, Il cannibalismo, Xenia, Milano, 2000.


(13) Ewald Volhard, Kannibalismus, cit.


(14) Cfr. Silvano Lorenzoni, Religiosità, cit.


(15) Boris De Rachewiltz, Sesso magico nell'Africa nera, Basaia, Milano,
1983.


(16) Cfr. Will-Erich Peuckert, Geheimkulten, Olms, Stuttgart, 1988
(originale 1951).


(17) Ewald Volhard, Kannibalismus, cit.




CAP. 5 IL SUD DEL MONDO QUALE NICCHIA PATOLOGICA (1)






5.0 Introduzione


Un'ultima conseguenza dell'allontanamento dall'umano da parte del selvaggio
è la sua cambiata qualità fisiologica, manifestantesi in una particolare
fragilità biolgica. Questo, assieme al suo aprirsi all'animalità
(accompagnato non di rado con la promiscuità con la medesima) ne fa
l'attrattore e il condensatore-principe di tutta una serie di patologie di
origine animale che, nel modo più naturale, usano il selvaggio come tappa
intermedia per raggiungere anche il mondo umano civile (2). L'immigrazione
terzomondiale verso il Nord del Mondo è la cinghia di trasmissione che
trasporta ogni tipo di patologie nel mondo civile, nel quale le metastasi
terzomondiali fungono da centri di irraggiamento secondario per ogni sorta
di malattie, con la conseguenza che anche in Europa e nell'Asia
nord-orientale la situazione sanitaria è sempre peggiore.


La debolezza della struttura fisiologica del selvaggio è, naturalmente, un
fatto al quale si da poca pubblicità ma che, se si osserva con attenzione la
stampa quotidiana, viene continuamente a galla. Gli australiani hanno
un'altissima incidenza di turbe psichiche, di emorragie cerebrali e di
malattie cardiache, e la loro mortalità infantile è 3 volte superiore alla
media nazionale nel continente australiano (3) - questo lo avvicina ai
negri, i quali, secondo uno studio fatto in America, sono particolarmente
soggetti a patologie cardiache, al punto che si stanno adattando i
trattamenti farmaceutici all'appartenenza razziale ("un farmaco riapre il
dibattito sulle razze") (4); e i negri sono più sensibili al dolore che i
bianchi (5). Solo il 4% degli zingari raggiungono il 60º anno e la loro
mortalità infantile è sul 50%, e non certo per mancanza di cure mediche (un
po' come gli australiani, ai quali gli zingari sono razzialmente
imparentati) (6). Anche la donna selvaggia si dimostra più debole di quanto
non lo sia quella europea o nord-est asiatica: il 26% dei casi di ricovero
ospedaliero di extracomunitari in Europa occidentale sono dovuti a
complicazioni di gravidanza e puerperio (7), mentre nel Sud del MOndo
muoiono ogni anno circa 500.000 donne come conseguenza di problemi di
gravidanza e parto, e questo è dovuto solo in parte a deficienze
nell'assistenza medica (8). Fra la popolazione extracomunitaria residente in
Europa, la mortalità infantile è il doppio di quella fra la popolazione
normale, e il tasso di bambini nati morti 3 volte superiore (cfr.
l'Australia) (9).


In Europa occidentale il 50% circa dei posti-letto nelle sezioni ospedaliere
dedicate alle malattie infettive sono occupati da extracomunitari (10); e
questa occupazione dimostra un tasso di crescita del 7 - 8% all'anno (11).
Il rischio di contagio di tubercolosi è, fra gli extracomunitari, 12 volte
superiore (12).


Il 15% degli immigrati extracomunitari (in Italia) sono sieropositivi, a
volere credere alle statistiche ufficiali (13) (ma il 50% delle prostitute e
dei viado [14]); e alla presenza di un numero inflazionato di sieropositivi
si deve l'espandersi del contagio tubercolotico (15). "Gli immigrati vanno
soggetti a forme molto gravi di tubercolosi, spesso atipiche ..." (16):
questa è una tipica casistica da AIDS. Ma anche la malaria, le epatiti e le
malattie veneree sono di importazione: il 96% dei casi registrati di queste
ultime sono portate da extracomunitari (17) - il che non ha niente di
strano: nell'Africa nera il 70 - 80% della popolazione è infetta da malattie
veneree (18). - Come introduzione, tanto potrà bastare.




5.1 Concetto di nicchia patologica: il Sud del Mondo quale mega- nicchia
patologica


Nella sociologia medica esiste il concetto di nicchia patologica (19), che
viene a essere un ambiente all'interno del quale una determinata varietà di
agenti patogeni si costituiscono a circolo chiuso, sostenendosi a vicenda e
dando origine a originali simbiosi. L'andamento di una nicchia patologica
obbedisce a leggi di tipo cibernetico sue proprie e può quindi essere
descritto usande le tecniche matematiche che reggono i sistemi a
retroalimentazione positiva e/o negativa. Le comunità omosessuali o di
tossicodipendenti possono costituirsi a nicchie patologiche e di fatto lo
sono diventate, per esempio, in California (America), dove queste
fenomenologie sono state studiate in dettaglio. La California è un luogo
appropriato: a San Francisco i 2/3 della popolazione sono omosessuali e il
resto sadomasochisti (un nuovo virus causa un nuovo tipo di gangrena fra gli
eroinomani di San Francisco, per salvare chi è infetto bisogna amputargli
braccia e gambe [20]). - In Europa, una nuova varietà di nicchia patologica
potrebbe essere l'insieme dei campi nomadi.


Si può generalizzare - non certo eccessivamente - immaginandosi il Sud del
Mondo come una mega-nicchia patologica. Là vegeta una massa pullulante e
risentita, incapace di sopperire ai propri bisogni e che vive solo di
parassitismo e di carità internazionale; ed essa ha anche un bassissimo
livello immunologico. Se questo è in parte dovuto a denutrizione cronica, a
pratiche antiigieniche e a malattie infettive debilitanti endemiche, lo è
soprattutto a una pessima qualità genetica; e qui non ci si riferisce
soltanto al fattore razziale ma anche alla realtà di tare ereditarie
pandemiche. Chi abbia potuto conoscere da vicino il Sud del Mondo (21) si
sarà accorto come là c'è una presenza onnipervadente (oltre che di individui
colpiti da ogni tipo di malattie infettive) di ogni tipo di tarati
congeniti: storpi, ciechi, sordomuti, epilettici, idioti, ecc. - Questa
massa enorme e formicolante a basso livello costituisce sia l'ambiente
ideale nel quale si possono sviluppare epidemie che l'attrattore ideale di
nuovi morbi; tutti destinati adesso all''esportazione' nel Nord del Mondo
attraverso il tramite delle svariate metastasi terzomondiali ivi presenti.


Si passerà subito a fare la disamina di un patologia nuova che da un pezzo
ha preso proporzioni pandemiche e che ha delle interessanti conseguenze:
l'AIDS. Poi si farà qualche considerazione su possibili sviluppi futuri,
magari a corta scadenza.


5.2 Patologie contemporanee e future


5.2.1 L'AIDS


Lo sviluppo di questa interessante nuova malattia (in forma epidemica essa
ebbe il suo esordio in Africa orientale verso il 1975 - 1980) è stato
esposto in modo abbastanza completo da Silvio Waldner (22), il quale ne ha
anche indicato la quasi sicura genesi animale. I reperti del Waldner si
fermavano, grosso modo, al 1994; e da allora sono state fatte altre
interessanti ricerche e la malattia, a livello demografico, ha avuto il
tempo di avere effetti statisticamente validi e molto significativi. Non
solo l'AIDS si è diffuso a macchia d'olio per coinvolgere massicciamente
tutto il Sud del Mondo (23), ma, almeno in Africa, sta dimostrabilmente
frenando e anche rovesciando l'andamento demografico. Si incominciano ad
avverare previsioni fatte alla fine degli anni Ottanta dall'analista
statistico sudafricano Keith Edelston (24) in base ai dati e alle tendenze
allora disponibili: l'Edelston aveva previsto un andamento molto più
'sbrigativo' delle dinamiche demografiche di quanto poi sia stato il caso, e
fu tacciato di 'catastrofista' - ma sbagliare una scadenza non significa
sbagliare una tendenza, e su di questo punto l'Edelston aveva perfettamente
ragione.


Prima di entrare in pieno nell'argomento, vale un'osservazione della massima
importanza. Dei recenti risultati (25) sembrano indicare che l'AIDS esisteva
almeno dal 1959 e probabilmente da molto prima ma che fino al 1975 - 1980
doveva essere una malattia estremamente rara. Ciò potrebbe indicare che un
virus potenzialmente patogeno ma generalmente inattivo, come conseguenza,
forse, di una mutazione, si è trasformato in qull'agente aggressivo che
adesso è. La ripetizione di andamenti del genere da parte di altri agenti
patogeni, generalmente virali, già in parte identificati, sarebbero gravidi
di conseguenze - su di ciò si riverrà un po' più avanti.


Dei calcoli realistici indicano che fino al 70 - 80% della popolazione
dell'Africa nera potrebbe essere sieropositiva (26). - E nel mondo islamico,
soprattutto quello semitofono, le cose non sembrerebbero andare in modo
molto diverso (ecco un altro parallelo fra mondo semitico e mondo negroide):
là si muore di AIDS quasi come in Africa centrale, ma le autorità tengono
nascoste tante interessanti statistiche. Questo è il risultato di uno studio
fatto in 22 paesi islamici nel 2002 (27); e qui vale l'osservazione che da
quelle pari la pratica dell'omosessualità è dilagante, un'opportunità
importante di contagio devono essere i pellegrinaggi alla Mecca, ai quali
partecipano, quasi esclusivamente, 'uomini'.


L'India sembrerebbe essere nella stessa condizione in cui era l'Africa verso
il 1980 (28); e comunque lì i casi ufficialmente riconosciuti si sono
raddoppiati dal 2000 al 2001 (29); in Tailandia e in Brasile la situazione è
di tipo 'africano' e la popolazione di colore degli Stati Uniti d'America
(40 - 50% del totale) è largamente sieropositiva (30). Anche la Cina
meridionale sta entrando nel novero delle zone fortemente colpite (31).


Specificamente nell'Africa subsahariana, le fenomenologie sociali e
demografiche causate dall'AIDS hanno avuto tempo di svilupparsi in
profondità e in varietà. In Sud Africa i sieropositivi, nel loro insieme,
costituiscono ormai un 'serbatoio di voti' per i partiti politici che
provano ad accattivarseli facendo loro promesse collettive (un po' come nel
mondo civile, per esempio, i pensionati sono un potenziale serbatoio di voti
per chi sappia fare loro delle opportune promesse). - Il numero di orfani i
cui genitori sono morti di AIDS è tanto grande che i babbuini, stando a
determinati rapporti, si sono messi ad allevarli (32). - In Sud Africa,
negli ultimi 20 anni, l'aspettativa di vita media dei negri è calata di 15 -
20 anni (33); e in una situazione analoga è tutta l'Africa meridionale (e
presumibilmente anche il resto dell'Africa nera) (34). Siccome poi, negli
ultimi tempi, l'AIDS, che inizialmente era stata una malattia
prevalentemente maschile, adesso colpisce le donne più che gli uomini (il
contagio maschio-femmina è più agevole che quello femmina-maschio), si è
arrivati a un'inversione delle proporzioni sessuali nella popolazione: se
prima c'erano più donne, adesso c'è un'eccedenza maschile del 20% (35). La
metà dei degenti negli ospedali sono malati di AIDS (36) e un decesso su 4 è
dovuto a AIDS (37).


Questo si riflette nell'andamento demografico: in Sud Africa c'è crescita
zero dal 2000 (38) e in Swaziland e in Botswana (e presumibilmente in
tantissimi altri luoghi dell'Africa subsahariana) si è registrata una
diminuzione netta della popolazione dallo stesso anno (39).




5.2.2 Patologie in agguato


Il lettore avrà forse notato che ci sono sempre più patologie virali di
origine animale che fanno capolino nel Sud del Mondo dopo che l'agente
patogeno corrispondente (come è stato il caso dell'AIDS) ha fatto il'salto
della specie', dagli animali all'uomo (40). Una gravissima forma di virosi
emorragica, il cosiddetto 'Ebola', si è stabilizzato in Africa dove ha fatto
alcune migliaia di morti negli ultimi 20 anni circa; e la cosiddetta 'febbre
del Nilo' ne ha fatto qualche centinaio in America (41). Anche una varietà
di vaiolo scimmiesco ha fatto il salto della specie in Africa e si è anche
trasferito in America attraverso il commercio degli animali esotici (42). -
Negli ultimi mesi del 2003 sono incominciate le insorgenze della polmonite
virale ('SARS') e dell'influenza aviaria, anche'esse infezioni di origine
animale. Quando si ricordi quanto si è appena detto a proposito dell'AIDS,
queste cose danno certo da pensare. - Un recente e dettagliato studio (43)
ha indicato come ci si possa aspettare un'esplosione di epidemie causate da
nuovi agenti patogeni in un futuro non eccessivamente lontano, i cui
epicentri saranno - naturalmente - l'Africa saubsahariana e l'Asia
sud-orientale. Specificamente, l'Africa è un serbatoio di virosi emorragiche
sul tipo dell'Ebola e di nuove forme di tifo, il Sud-est asiatico (non
esclusa la Cina meridionale) di nuove forme di encefalite virale.




5.3 Patologia demografica del Sud del Mondo e sua probabile implosione
biologica


L'andamento esponenziale (fra il 1950 e il 1990 circa, ma soprattutto negli
anni Sessanta) della crescita numerica delle masse larvali del Sud del Mondo
sembrava prospettare, a corta scadenza, una situazione come quella
pubblicizzata nella locandina di un film di fantascienza negli anni
Cinquanta: "Terra, nove miliardi di abitanti, nessun essere umano" (44).
Invece le cose si potrebbero stare mettendo in modo diverso, e non certo
perché certi tipi umani si possano essere messi a pensare o a ragionare, o
perché abbiano 'capito' che hanno tutto da guadagnare a limitare la loro
sregolata prolificità da roditori (45). Vero è invece (lo ammettono, con
incredibile strazio, anche le agenzie internazionali di monitoraggio
sanitario) che i cambiamenti sono legati a problemi di fertilità dovuti a
malattie veneree e a mortalità infantile dovuta all'AIDS (46); e sempre le
medesime agenzie ci informano, ormai senza mezzi termini, che la crescita
demografica mondiale (cioé: del Sud del Mondo, perché il Nord non fa più
figli) sta calando, che nella seconda metà del XXI secolo ci sarà un declino
nella popolazione e che già nel 2050 essa non sarà di 9,3 miliardi, come si
era prima calcolato, ma (in base alle nuove tendenze) di 'soli' 8,9 miliardi
(47).


Le avvisaglie, comunque, erano incominciate già dalla fine degli anni
Novanta (48), quando fu riportato che nel mondo islamico (che è un ottimo
indicatore di tutto il Sud del Mondo), la natalità era diminuita da 6 - 7
figli per donna nel 1980 a 3,5 nel 1998 e che si prevedeva la crescita zero
(2,1 figli per donna) nel 2025, con una popolazione totale, nel Medio
Oriente, non di 665 ma di 585 milioni (questo, secondo gli articolisti,
dovuto alla "maggiore istruzione della donna"). Ci fu poi un'altra impennata
giornalistica nel 2002 (49), quando fu confermato che l'aumento della
percentuale di vecchi nella popolazione totale non è solo un fenomeno del
Nord del Mondo, ma di portata globale; e il tasso di aumento globale della
popolazione, che era del 2%/anno negli anni Sessanta, è adesso
dell'1,26%/anno, con la tendenza a essere lo 0% nel 2100.


Si potrebbe essere adesso i testimoni delle prime avvisaglie di una
probabile implosione biologica del Sud del Mondo. Nello stesso modo che la
sua esplosione demografica ebbe luogo catastroficamente, una volta che i
fattori scatenanti ebbero preso forza, anche la sua obliterazione potrebbe
avvenire catastroficamente. Non è da escludersi che l'esplosione della
malattia, a livello pandemico e ormai incontrollato, potrebbe metter in moto
le masse larvali e pullulanti della fascia tropicale, ormai composte
interamente o quasi di appestati, di lebbrosi, di sieropositivi
tubercolotici, verso il mondo civile - che ben pochi riuscirebbero a
raggiungere - magari per essere ricevuti a braccia aperte dai soliti
buonisti, se ce ne saranno ancora. Ecco uno scenario alla Jean Raspail (50),
fortemente potenziato. Gli scarsi sopravvissuti dell'estremo Sud forse
sarebbero destinati a divenire gli 'antartici' degli eoni a venire; nel
mondo civile ci si troverà in una situazione non dissimile a quella che poté
essere nel cosiddetto Paleolitico, quando accanto ai resti di un'umanità
civile ci saranno i nuovi neandertaliani, discendenti degli attuali e futuri
extracomunitari (su di questo si riverrà più avanti). Quale possa essere
stato l'origine del neandertaliano europeo arcaico non è dato saperlo, ma
non si può escludere assolutamente che anch'esso fosse un rigurgito della
fascia tropicale.




(1) Buona parte dell'impostazione di questo capitolo segue la traccia di una
conferenza sull'argomento 'sanità' tenuto da Silvio Waldner a Crespano del
Grappa (Treviso) il 26 novembre 1999. La fonte principale di informazione fu
un libro scritto in americano: Laurie Garrett, The coming plague, Penguin,
New York (America), 1995. Trattandosi di un libro americano e diretto a un
pubblico americano, esso consiste per circa il 90% di aneddoti insulsi,
pezzi di cronaca avulsi dall'argomento, barzellette imbecilli e opinioni
strettamente personali dell'autrice. Ma avendo la pazienza di vagliare il
testo (più di 600 pagine) per pescarvi l'informazione utile, vi si possono
trovare molti dati utilizzabili.


(2) Un fatto strano e interessante, che non si sa quale significato possa
avere (ammesso che uno ne abbia), è che fra i boscimani la lebbra è sempre
stata sconosciuta, che pure era ed è una malattia diffusissima fra i bantù
con loro confinanti (e i boscimani sono ed erano ben lontani dal potere
essere classificati come gente 'sana'). Questa notizia era stata appresa
dallo scrivente durante il suo primo soggiorno in Africa meridionale, nei
primi anni Settanta; ma poi è stata confermata da uno studio medico fatto
sugli ultimi boscimani del Kalahari (Richard Lee & Irven DeVore, Kalahari
hunter-gatherers, Harvard University Press, Cambridge [America], 1976).
Anche marion Walsham-Howe (Bushmen ..., cit.) ci informa che la lebbra era
sconosciuta nella zona delle montagne del Drakensberg prima di esservi
introdotta da negri e meticci.


(3) Cfr. il quotidiano "Citizen" (Pretoria) del 15 giugno 1991.


(4) Cfr. il quotidiano "IL Sole 24-ore" (Milano) del 30 luglio 2003.


(5) Cfr. il quotidiano "Il Gazzettino" (Venezia) del 23 aprile 2001.


(6) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 10 agosto 1996.


(7) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) dell'11 aprile 2003.


(8) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 4 dicembre 2002.


(9) Cfr. il quotidiano "Il Giornale di Vicenza" (Vicenza) del 18 novembre
2001.


(10) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 26 maggio 2002.


(11) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) dell'11 aprile 2003.


(12) Cfr. "Il Giornale di Vicenza", cit.


(13) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 24 novembre 2002. Se
queste sono le cifre ufficiali del Ministero italiano della Sanità, c'è da
scommettere che le cifre reali siano almeno il doppio.


(14) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 18 febbraio 2002.


(15) Opuscolo della Federazione italiana contro le malattie polmonari
sociali e la tubercolosi, 1996.


(16) Cfr. il quotidiano "Il Tempo" (Roma) del 10 novembre 2002.


(17) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 22 novembre 1996.


(18) Cfr. Laurie Garrett, Coming ..., cit.


(19) Cfr. Laurie Garrett, Coming ..., cit.


(20) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 22 aprile 1996.


(21) Lo scrivente ha fatto 40 anni fra le due Americhe e l'Africa. Questa
fenomenologia è stata descritta in modo 'ameno' in un breve romanzo di
Emilio Tumminelli, La pietra misteriosa, Campironi, Milano, 1975.


(22) Silvio Waldner, Deformazione, cit.


(23) C'è, molto probabilmente, una correlazione fra il colore scuro della
pelle e la suscettibilità al contagio. Questa ipotesi circolava in Sud
Africa nei primi anni Novanta, ma difficilmente si potrà trovare qualcosa
per iscritto sull'argomento.


(24) Keith Edelston, AIDS, countdown to doomsday, Media House, Johannesburg,
1988. L'Edelston onorò lo scrivente della sua amicizia nei primi anni
Novanta.


(25) Laurie Garrett, Coming ..., cit.; AA.VV. Preventing emerging infectious
deseases, pubblicazione dei Centers for disease control and Prevention,
Atlanta (America), 1998.


(26) Cfr. Silvio Waldner, Deformazione, cit. In questo libro è data anche
una visione d'insieme di quella che ragionevolmente poteva essere la
situazione mondiale del contagio verso il 1994. Il settimanale "Die
Afrikaner" (Pretoria) del 17 - 23 gennaio 2003 ha pubblicato che le cifre
ufficiali di sieropositività in Botswana e in Swaziland sono di quasi il
40%, il che significa che le cifre reali devono rasentare il 100%.


(27) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 1º agosto 2002.


(28) Cfr. il quotidiano "Libero" (MIlano) del 27 giugno 2003.


(29) Cfr. il quotidiano "La Padania" dl 25 aprile 2002.


(30) Laurie Garrett, Coming ..., cit.


(31) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 9 settembre 2000.


(32) Notizia diffusa per radio nell'Africa meridioanle nei primi anni
Novanta; ma cfr. anche Silvio Waldner, Deformazione, cit.


(33) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" (Pretoria) del 12 - 18 luglio 2002.


(34) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" (Pretoria) del 14 - 20 febbraio
1997 e il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 19 marzo 1999.


(35) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" (Pretoria) del 4 - 10 luglio 2003.


(36) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" (Pretoria) del 27 agosto - 2
settembre 1999.


(37) Cfr. il settimanale "The Economist" (London, Inghilterra) del 22
settembre 2001.


(38) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" (Pretoria) del 18 - 24 maggio 2001.


(39) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" del 17 - 23 gennaio 2003.


(40) Di utile consulta è Laurie Garrett, Coming ..., cit.


(41) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del4 luglio 2003.


(42) Cfr. il quotidiano "Libero" (Milano) del 24 agosto 2003.


(43) Cfr. il quotidiano "Libero", cit.


(44) Cfr. Fabio Casagrande Napolin, Ivan Fedrigo e Erik Ursich, Attacco
alieno, Tunnel, Bologna, 1998.


(45) L'esplosione demografica del Sud del Mondo è stata dovuta non soltanto
(e forse non principalmente) alla disponibilità di cure mediche di origine
europea, ma al fatto che con la colonizzazione i selvaggi hanno smesso di
autolimitare la loro crescita numerica con i soli mezzi da loro conosciuti:
aborto, infanticidio, 'eutanasia', uccisione di vecchi, di infermi e di
invalidi, ecc. Non è neppure vero che adesso quelle genti stiano meglio, dal
punto di vista alimentare, rispetto ai tempi pre-coloniali: la carestia è
divenuta endemica nel Sud del Mondo solo dopo la decolonizzazione,
nell'ultimo mezzo secolo. Cfr. Marshall Sahlins, Age, cit.


(46) Cfr. il quotidiano "Libero" (Milano) del 27 lugio 2003.


(47) Cfr. il quotidiano "Libero" (Milano) cit. e del 1º marzo 2003.


(48) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" del 6 marzo 1998; e anche Giovanni
Sartori e Gianni Mazzoleni, Terra, cit., i quali forniscono però dati
qualche volta contraddittori.


(49) Cfr. i quotidiani "La Padania" del 7 aprile 2002 e "Il Corriere della
Sera" del 5 aprile e del 15 luglio 2002.


(50) Jean Raspail, Le camp des saints, tr. it. Il campo dei santi, Ar,

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PARTE III ANDAMENTI METASTORICI E PROIEZIONI




CAP. 1 IL FATTO PSICHICO E L'ANDAMENTO RAZZIALE






1.0 Introduzione


In questo capitolo si prenderanno in considerazione una serie di
fenomenologie che indicano l'interazione, già proposta da Julius Evola
nell'anteguerra, fra il lato psichico e quello somatico degli individui e
delle popolazioni. Qui interviene la dottrina tradizionale della
tripartizione del composto umano di cui si è parlato - e che per sommi capi
è stata descritta - al Cap. 1 della I parte.




1.1 Lo scambio psicofisico




1.1.1 Influenza psicofisica dell'ambiente: Julius Evola


Già nell'anteguerra, Julius Evola (1) affermava che "... la forza
organicamente formativa propria a un'idea di forze emotive ... è dimostrata
da esempi molteplici. Se tutto ciò ha una possibilità reale (in scala
individuale) può benissimo pensarsi a un ripetersi di un processo simile in
scala collettiva", "Una idea, dato che agisca con sufficiente intensità e
continuità in un dato clima storico e in una data collettività, finisce con
il dar luogo a una razza dell'anima e con il persistere dell'azione fa
apparire nelle generazioni che seguono un tipo fisico comune nuovo ... da
considerarsi come una razza nuova" e "Può darsi che determinate razze
dell'anima, in forza di determinate leggi cicliche, facciano riapparizione
in forma nuova operando una specie di selezione nei miscugli con il
risultato di un graduale enuclearsi di tipi razziali che sembrano
effettivamente nuovi".


Queste azioni psichiche possono esserer anagogiche ma anche catagogiche.
Dopo la guerra, lo stesso Julius Evola (2) osservava che "non è azzardato
affermare che il clima democratico è tale da non potere non esercitare, alla
lunga, un'azione in senso regressivo anche sull'uomo come personalità e in
termini sinanco esistenziali" e "la democrazia non è un semplice fatto
politico o sociale, è un clima generale il quale a lungo andare non può non
avere conseguenze regressive sullo stesso piano esistenziale". Con
riferimento alle popolazioni del Nord del Mondo, il lato psicologico della
regressione esistenziale era segnalato dallo stesso Julius Evola (3) quando
parlava della "razza dell'uomo sfuggente", del "terzo sesso", dell'"America
negrizzata" - genti che, dal punto di vista della razza corporea sono ancora
'a posto', prendono ad adottare comportamenti da selvaggio. - Difficile dire
fino a a quando tendenze del genere rimangono ancora irreversibili, esse
comunque innescano immediatamente condotte 'innaturali': si è già suggerito
come il meticciato pandemico potrebbe essere effetto e non solo causa di
degradazione psichica, dando così il via a un catastrofico circolo vizioso.


Cosa si deva intendere per 'democrazia' è argomento estremamente complesso,
che non sarà affrontato in dettaglio in questa sede (4). Sia qui solo
menzionato che si tratta di quel feticcio lessicale (che nessuna sa
esattamente cosa sia) che fa da supporto 'liturgico' all'attuale andazzo
sociopolitico e che si può (approssimativamente) riassumere come
'livellamento verso il basso'. In ogni caso, il fenomeno democratico è
potuto insorgere soltanto come conseguenza dell'affermarsi, in Europa, del
monoteismo, prima religioso e poi laico, di origine ebraica (il
cristianesimo, nelle sue diverse forme, è una variante dell'ebraismo, con il
quale adesso tende a ricombinarsi, come indicano gli andamenti ecclesiastici
cristiani contemporanei). Questo non manca di un suo sinistro significato,
che diverrà più chiaro inquanto segue.


Vale la pena di menzionare qui che anche studiosi ineccepibilmente
'positivi' hanno lasciato e lasciano aperta la possibilità che i fatti
psicologici possano avere un effetto genetico irreversibile, sia sul lato
psicologico che su quello somatico. L'etologo-principe Konrad Lorenz (5)
osservava, con riferimento agli attuali animali domestici, come qualche
millennio di addomesticazione coatta abbia cancellato dalla psiche delle
loro specie ogni ereditario anelito alla libertà. E una nuova scuola
evoluzionistica, quella dei 'coevoluzionisti', sostiene (suffragando
l'affermazione con dati storici) che determinati comportamenti culturali
umani si riflettono sulla genetica anche fisica, e in tempi relativamente
brevi (qualche millennio). Ovviamente si tratta di 'evoluzionisti' che poco
hanno a che vedere con Darwin e con i suoi svariati epigoni.




1.1.2 Origine degli ebrei e realtà di una razza ebraica


Fu sempre Julius Evola (7) a indicare che negli ebrei si doveva vedere una
genuina razza dello spirito, enucleatasi, in ragione dell'azione di
difficilmente descrivibili forze psichiche, da una sostanza umana
particolarmente plurima e caotica, nella quale non mancava un'importante
impronta negroide (8). Secondo Julius Evola (9) "l'elemento semitico, ma poi
soprattutto quello giudaico, rappresenta l'antitesi più precisa (del mondo
europeo), per essere tale elemento una specie di condensatore dei detriti
razziali e spirituali delle varie forze scontratesi nell'arcaico mondo
mediterraneo" e 'quando l'ebreo si modernizzò, il fermento di decomposizione
e di caos prima trattenuto doveva tornare allo stato libero [l'ebraicità
come 'scatola di Pandora' di influenze psichiche catagogiche] e doveva agire
per contagio in senso disgregativo...".


Se la qualità caotica degli ebrei, dal punto di vista della razza del corpo,
fu certamente un fattore catalizzante per quegli sviluppi che poi diedero
origine all'ebraismo storico, è opinione dello scrivente che essa non fu
determinante. Negli ebrei si deve vedere non un qualsiasi raggruppamento
umano del Sud del Mondo come ce ne sono stati e ce ne sono tanti altri, ma
uno colpito da una particolare maledizione (non a caso si poté parlare della
"maledizione di Abramo contro la natura e contro le istituzioni umane"
[10]). Da questa maledizione l'ebraicità fu la prima colpita, e della
medesima essa divenne poi il vettore di diffusione nel mondo civile. Come
fattore innescante e scatenante si ha da vedere una totale cesura con il
sacro, accompagnata da quella sinistra fossilizzazione e poi
ipostatizzazione di un deus otiosus di cui si è già parlato (Cap.2 della II
parte). Non a caso, la fede - che sta all'esperienza esistenziale del sacro
come una protesi sta a un arto vivente -, quale valore religioso, fu ed è
una novità ebraica.


Che a buon diritto si possa parlare di una razza ebraica, non solo dal punto
di vista della razza dello spirito, ma anche dell'anima (carattere, stile) e
del corpo, sembra suffragato da reperti del tutto obiettivi, alcuni di
origine ebraica (11). Già Hans F. K. Günther (12) osservava come gli ebrei,
pure provenienti dalle più disparate origini etniche e razziali, tendessero
ad assomigliarsi fra di loro. Questo è stato confermato da un ebreo,
professore di genetica prima in America e poi in Israele, autore di un
interessante libro sul quale si riverrà anche più avanti (13); il quale
afferma anche che esiste un 'carattere ebraico', agli ebrei caratteristico,
che egli descrive come "abrasive, rude, aggressive and hostile towards other
people [abrasivo, maleducato, aggressivo e ostile verso gli altri]". - Che
gli ebrei costituiscano una vera e propeia razza (dal punto di vista
genetico)è stato proclamato anche da uno studioso israeliano di genetica
comparata (14). Ricerche genetiche portate a termine su ebrei d'Europa,
dello Yemen, dell'India e del Nordafrica hanno rivelato che essi sono (dal
punto di vista genetico) invariabilmente meno diversi fra di loro
(nonostante le loro disparate origine etniche e razziali) che dalle
popolazioni in mezzo alle quali essi si sono incistiti.




1.1.3 L'ecumene semitico-negroide


Avendo appena menzionato le vedute di Julius Evola sui semiti, di cui, in
certo e qual modo, gli ebrei rappresentano la quintessenza, si vuole
arrotondare l'argomento completando il quadro di quell'ecumene
semitico/ebraico-negroide al quale si è già accennato ripetutamente in quel
che precede di questo testo - nè queste osservazioni saranno senza interesse
per l'interpretazione delle casistiche che saranno considderate nel capitolo
prossimo. Molte delle manifestazioni ebraiche sono nettamente negroidi (e
viceversa); e con il tramite dell'ebraismo (e di quella sua propaggine che è
il cristianesimo nelle sue diverse forme) esse sono venute a intorbidare la
psiche dei popoli civili.


Nel campo della storia comparata delle religioni, i semiti, assieme ai
negri, costituiscono l'unico insieme umano nel quale manchi lo sciamanismo.
Tracce, piuttosto indefinite, di sciamanismo, sono state riscontrate presso
alcune popolazioni negroidi (15), ma è probabile che esse devano essere
attribuite al contatto con i boscimani, che invece conoscevano le pratiche
sciamaniche e i cui sciamani, ancora recentemente, venivano 'contrattati'
dai negri come medici (16). Già questo tratto sarebbe sufficiente per
individuare l'ecumene negro-semitico come qualcosa di omogeneo e
particolare, avulso da tutto il resto della specie umana.


Nella struttura religiosa, la psiche ebraica e quella negroide dimostrano
delle strette affinità. Wits Beukes (17), grande conoscitore dell'Africa
nera, da notizia della quasi identità fra le abitudini veterotestamentarie
riguardo agli sposalizi e quelle bantù; mentre la traduzione della
cosiddetta Bibbia in lingue africane ha risvegliato nei negri un inusitato
interesse per il cosiddetto Vecchio Testamento, dove risultano certe
credenze sul significato dei sogni che sono identiche alle loro (18). - Nel
Talmud sta scritto che il cosiddetto 'decalogo' vale solo per gli ebrei; per
i non-ebrei varrebbero le 'leggi noachiche', ad esso anteriori (19). Una di
queste leggi vieterebbe di mangiare membra di animali ancora vivi, il che
lascia presupporre che quella pratica, un tempo dovesse essere diffusa anche
fra gli ebrei e, in generale, fra i semiti; mentre continuava, e magari
continua ancora, ad esserlo in certe parti dell'Africa nera, per esempio in
Etiopia (20).


In ultima, non c'è alcun dubbio ragionevole che gli ebrei, almeno fino a
tempi recentissimi, usassero, quando potevano, sangue di non-ebrei per
impastare i loro pani azimi (21). Questo sangue se lo procuravano attraverso
assassinio rituale di bambini non-ebrei oppure, più recentemente, anche
trafugando sangue destinato normalmente a trasfusioni, per recapitare il
quale si utlizzavano anche i servizi postali. - nell'Africa nera,
analogamente, l'uso pandemico di parti umane, ottenute per assassinio
soprattutto di bambini, con scopo di rituali stregonici, ha dato origine a
un vasto commercio di membra umane, sia su ordinazione che già pronte nei
mercati dei villaggi (22). Queste casistiche si ripetono dappertutto dove
gli africani 'fanno l'ambiente' - per esempio, nel Nord-est brasiliano, un
medico, proprietario di una clinica privata, uccideva bambini e ne asportava
gli organi per poi venderli a raggruppamenti stregonici per i loro riti
(23).




1.2 La 'minaccia del subumano'


Il 'clima psichico' presente in un dato periodo e in un dato ambiente umano
può anche avere un'azione frenante, sia psicologica che somatica (queste due
componenti del composto umano non vanno mai disgiunte), su quel lato
notturno dell'umano - del quale probabilmente nessuno è del tutto libero -
che è sempre in agguato per traboccare sotto forma di caos, di smania di
distruzione, di abbassamento proprio e altrui quando un principio luminoso
d'ordine venga a mancare. È la casistica magistralmente descritta nel
romanzo Doctor Jekyll and Mister Hyde [Il dott. Jekyll e il sig. Hyde] di un
acuto autore americanofono (24), dove si narra come l'impeccabile dott.
Jekyll, attraverso l'assorbimento di un determinato farmaco, si trasforma
nell'animalesco Hyde, un criminale, per scissione delle due personalità
presenti verosimilmente in ognuno - una civile, l'altra incivile. Alla fine
la trasformazione diviene irreversibile e il dott. Jekyll, davanti alla
prospettiva di diventare permanentemente Hyde, si suicida.


Caduto il principio spirituale superiore che teneva a freno quel 'Hyde' che
sta dietro l'uscio della ragione, sia a livello individuale che collettivo
si manifesteranno comportamenti criminali, selvaggi, animaleschi; e
l'aspetto somatico ne sarà anch'esso inficiato, rivelando connotati
scimmieschi. Ancora negli anni Venti, un valido biologo olandese, Ludwig
Bolk (25), faceva notare che un certo numero di quelle che potremmo chiamare
fattezze pitecoidi, indugiano dentro di noi in condizione latente,
aspettando solo la caduta delle forze che le trattengono per diventare
attuali.


Eccoci davanti alla 'minaccia del subumano' [Die Drohung des Untermenschen],
di cui ha parlato in dettaglio il già citato Heinrich Wolf (26), facendo
spesso riferimento a un autore americanofono, certo Lothrop Stoddard, che
non sembrerebbe carente di una certa qualificazione (lasciando da parte le
sue convinzioni evoluzionistiche, ma da un americano difficilmente ci si
sarebbe potuti aspettare di meglio). "Die Grundhaltung des Untermenschen ist
eine gefühlmässige und natürliche Auflehnung gegen die Kultur überhaupt. Die
Gefühle wechseln nach den Zeitumständen von dumpfer, unvernünftiger
Abneigung zu flammenden Hass und Empòrung ... jeder von uns trägt in sich
einen Untermenschen ... Diese ursprüngliche [sic] Tierheit schlummert in den
edelsten Menschen. [La posizione fondamentale del subumano consiste in un
rifiuto istintivo e naturale di ogni cultura. Questo sentimento cambia, a
seconda delle circostanze e dei tempi, da un rifiuto ottuso e irrazionale a
un odio e a una rivolta infiammata ... ognuno di noi porta in sé un
subumano. Questa animalità originaria [sic] è latente anche nell'uomo più
nobile.]". Anche Johann Wolfgang Goethe parlava dell'animale che sta
acquattato in noi (27).


(1) Julius Evola, Sintesi, cit.


(2) Julius Evola, Arco, cit.


(3) Julius Evola, Arco, cit.


(4) Eimich von Leisingen (Heimat, Carpe Librum, Nove, 2001) ha fatto, entro
certi limiti, il punto dell'argomento. Si consulti anche Silvano Lorenzoni,
Monoteismo, cit.


(5) Konrad Lorenz, Der Abbau des Menschlichen [La destrutturazione
dell'umano], tr. it. Il declino dell'uomo, Mondadori, Milano, 1984.


(6) Cfr. Fabrizio Fratus sul mensile "Orion" (Milano) di dicembre 2003.


(7) Julius Evola, Sintesi, cit.; ma anche Silvio Waldner, Deformazione, cit.


(8) In riguardo, praticamente unica nel suo genere è l'opera di Hans F. K.
Günther, Rassenkunde des jüdischen Volkes, cit. Sotto questo specifico
aspetto, comunque, non sembra che gli ebrei stessero peggio di parecchie
altre popolazioni del Medio Oriente nel II millennio a.C.


(9) Julius Evola, Sintesi, cit.


(10) Stefano Vaj sulla rivista "L'uomo libero" (Milano), N. 51, maggio 2001.


(11) Sia qui menzionato, a titolo di curiosità, che sia Jacques et Paule
Villeminot, Nouvelle Guinée, cit, che Alfrd Vogel, Papuasi, cit., parlano
dell'aspetto ebraico' dei dirigenti e degli stregoni papuasi.


(12) Hans F. K. Günther, Rassenkunde Europas, cit., Rassenkunde des
jüdischen Volkes, cit.


(13) Richard Goodman, genetic disorders among the jewish people, Johns
Hopkins Universitu Press, Baltimore (America), 1991.


(14) Batsheva Bonneé-Tamir, i cui risultati sono stati riportati sul
quotidiano "The Jerusalem post" (Gerusalemme, Israele) del 27 dicembre 1984.


(15) Cfr. Mircea Eliade, Sciamanismo, cit.


(16) Cfr. Richard Lee & Irven DeVore, Kalahari, cit.


(17) Wits Beukes, Suid-Afrika, cit.


(18) Cfr. Jack Thompson in Massimo Introvigne (a cura di), Le nuove
rivelazioni, LDC, Torino, 1991.


(19) Cfr., per esempio, Gian Pio Mattogno, L'antigiudaismo nell'Antichità
classica, Ar, Padova, 2002; e anche Maurizio Blondet, Chi comanda in
America, Effedieffe, Milano, 2002.


(20) Questa notizia è riportata in Carlos Rangel, El tercermundismo, Monte
Avila, Caracas (Venezuela), 1982.


(21) Cfr. Albert Monniot, Le crime rituel chez les juifs, Pierre Téqui,
Paris, 1914 e anche Julius Streicher sul mensile "Der Stürmer" (Nürnberg),
maggio 1934. Una traduzione spagnola combinata di questi due testi è stata
pubblicata con il titolo di Los crímenes rituales, ?una patraña antisemita?,
Milicia, Buenos Aires, 1976. Cfr. anche Eustace Mullins, New history of the
Jews, International institute for jewish studies, Staunton (America), 1978.


(22) Cfr. Sivio Waldner, Stati Uniti ..., cit. e anche il quotidiano "Il
Giornale" (Milano) del6 ottobre 1999.


(23) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 2 febbraio 2001.


(24) Robert Louis Stevenson, Dr. Jekyll and Mr. Hyde, tr. sp. Anaya, Madrid,
1981 (originale 1886).


(25) Citato da Giouseppe Sermonti, Luna, cit.


(26) Heinrich Wolf, Weltgeschichte der Revolutionen und das Recht des
Widerstandes, Weicher, Berlin/Leipzig, 1938.


(27) Citato da Peter Johann Eckermann, Gespräche, cit.




CAP. 2 INVOLUZIONE AUTOGENA ED ETEROGENA






2.1 Andamento storico della distribuzione razziale. I pigmei quali 'decaduti
puri', gli altri selvaggi insorti per meticciato


Si riprendono degli argomenti già sfiorati al Cap. 1 della I parte, per
esaminare il problema di quale possa essere stato l'andamento storico della
distribuzione delle razze.


Si è già menzionato come Carleton Coon (1) indicasse che nel pigmeo
(africano) ha da vedersi il 'vero' negro, mentre le altre stirpi
subsahariane sarebbero il risultato del meticciato di questo 'negro
primordiale' con elementi europidi (e, secondo sempre il Coon, anche
boscimaneschi) ad esso fisicamente e culturalmente superiori. Questo, sembra
essere confermato dalla paleontologia umana. Pierre Bertaux (2) ci informa
che le razze negre non sono molto antiche e che i primi reperti negroidi,
provenienti dal Neolitico antico del bordo meridionale del Sahara, sono
posteriori ad almeno quattro altri tipi umani presenti tutti in Africa:
pigmei, boscimani, mediterranei ed 'etiopi', questi ultimi di "tipo misto"
(ma quindi non misto di negro con qualcos'altro, visto che negri ancora non
ce n'erano). Vittorio Marcozzi (3) indica che i conosciutissimi due
scheletri della grotta di Grimaldi, trovati nell'Europa mediterrnea, hanno
caratteristiche prevalentemente negroidi ma non sono 'veri negri' (4);
mentre lo scheletro di Asselar (Africa ex-francese) indica un "intermedio
fra l'uomo di Grimaldi e il negro moderno" (è più 'negroide' dell'uomo di
Grimaldi, ma non è ancora del tutto negro). E i numerosi scheletri trovati a
Shukbah-Athlit, in Palestina, sarebbero di "tipo mediterraneo con tendenza a
quello negro" (qui, con ogni probabilità, si ha da vedere dei protosemiti).


In Asia sud-orientale e negli arcipelaghi dell'Indonesia e dell'Oceania - lo
documenta il medesimo Carleton Coon (5) - gli abitanti originali furono i
pigmei, sommersi dopo da altre ondate di popolazione. Sia Vittorio Marcozzi
(6) che Robert Suggs (7) indicano un'importante impronta razziale ainu nelle
popolazioni oceaniche e, in particolare, fra i polinesiani; e moltissimi
antropologi vollero scorgere nell'australiano un ainu 'declassato' (8). In
quelle zone, più tardi, dovete sopraggiungere anche un importante elemento
mongoloide proveniente, in origine, dalla zona 'artica' dell'Asia orientale.


Anche in America si è potuto percepire un elemento ainu nella popolazione
aborigena (9); e in America meridionale si è già visto che ci sono
indicazioni della possibile esistenza, in tempi arcaici, di genti pigmee.


Ogni cosa indicherebbe quindi che, storicamente, il popolamento della fascia
tropicale, quale esso è stato descritto dagli studiosi moderni di etnologia
e di antropologia, può essere ipotizzato come segue. Ci dovevano essere
delle popolazioni pigmee molto diffuse e più numerose di quanto potessero
esserlo le loro vestigia incontrate in tempi storici; nelle quali hanno da
vedersi i 'decaduti puri', residui di genti che, in ragione di degenerazione
psicologica e poi somatica, si sono ridotte in quelle condizioni fisiche e
culturali con il trascorrere di eoni cronologici difficilmente valutabili
(cfr. il Cap. 5 della I parte). Poi, genti provenienti per infiltrazione o
per conquista dal Nord del Mondo, arrivate nei loro territori, diedero
origine per meticciato ai tipi selvaggi incontrati e studiati nella fascia
tropicale in tempi storici. E ogni cosa sembrerebbe indicare che si trattò
essenzialmente, almeno nelle fasi iniziali, di mediterranei (cioé: genti
appartenenti al ramo mediterraneo/occidentale della razza europide) per quel
che riguarda l'Africa e l'Asia occidentale; di ainu per quel che riguarda
l'Asia orientale, l'Oceania e forse le Americhe.


Gli antartidi hanno probabilmente da essere visti come residui, ormai sul
bordo dell'estinzione naturale, di prodotti di meticciato enormemente
arcaici, sul conto dei quali difficilmente si possono fare ipotesi.




2.2 Mediterranei e ainu


Avendo indicato come i mediterranei e gli ainu potrebbero essere stati le
componenti 'superiori' che, per meticciato con quelle 'inferiori' pigmoidi
hanno dato origine al mondo selvaggio quale noi lo conosciamo; vale la pena
di soffermarsi sull'argomento della natura di questi due tipi umani, dal
punto di vista culturale e storico. Non si scorge in essi alcun tratto di
inabilità intellettuale: dotati di acuta intelligenza, gli uni sono venuti a
formare parte della popolazione europea - in certe zone essi sono
preponderanti - e gli altri fanno parte importante della sostanza razziale
dei giapponesi, senza che questi ne abbiano risentito minimamente dal punto
di vista intellettuale. In compenso in ambedue si possono forse scorgere dei
caratteri di 'stanchezza', di lunarità, che da alle loro manifestazioni
culturali un'aura di crepuscolarità. Inoltre, non sembra che questi tipi
umani abbiano mai visto nel meticciato un fatto particolarmente esiziale, a
differenza di quanto poté essere il caso, fino a tempi recenti, di altri
tipi europidi e mongoloidi. - Questa loro 'fragilità' sembra essere
confermata dal fatto che le loro lingue e le loro specificità culturali,
salvo sopravvivenze sotterranee e sincretistiche, nonché le loro strutture
politiche, ebbero la tendenza a sfasciarsi irreversibilmente sotto spinte
esterne anche apparentemente lievi. Gli ultimi ainu ancora riconoscibili
come tali - Giappone settentrionale e isola di Sachalin -, già prima del
loro assorbimento da parte della popolazione giapponese, erano stati
acquisiti, culturalmente e linguisticamente, dall'ecumene
nord-est-siberiano: non c'è traccia di quella che pure dovette essere una
loro propria forma culturale e linguistica. Qualcosa di analogo toccò ai
mediterranei, sui quali ci si dilungherà subito.


Il tipo mediterraneo fu la sostanza genetica portante di quell'affascinante
e crepuscolare 'mondo indo-mediterraneo' che si estendeva dalle Colonne
d'Ercole all'Indo, identificato da vittore Pisani (10) ancora
nell'anteguerra e poi studiato in dettaglio, nella sua parte europea
centrata nei Balcani, da quella brillante archeologa che fu Marija Gimbutas
(11). Esso era caratterizzato da tratti culturali specifici (12) e in esso
venivano parlate lingue appartenenti a una superfamiglia parimenti specifica
alla quale appartennero le lingue iberiche e liguri, l'etrusco, il pelasgo
della Grecia pre-ellenica, svariate lingue dell'Asia Minore, il sumero,
l'elamita dell'Iran e il harappiano dell'Indo (del quale le moderne parlate
dravidiche sono un residuo) (13). E civiltà mediterranee, tutte lunari e
crepuscolari, furono quelle dei megaliti, quella arcaica dei Balcani, quelle
egizia, sumera, elamita, harappiana, spesso rivelatesi come centri statici
di civiltà in un contesto di popolazioni selvagge (principalmente quella
harappiana) (14). Esse furono tutte travolte facilmente dagli indoeuropei.


Qualcosa di analogo si può osservare per le civiltà americane e per quella
polinesiana, anch'esse civiltà di alto livello ma di estrema fragilità (si è
già menzionato che questo era stato osservato da Julius Evola [15]) e che
furono travolte con estrema facilità e in modo irreversibile dalla
colonizzazione europea. Si può ipotizzare che esse avessero l'ainu come
'sostanza genetica portante', almeno per quel che riguarda le loro classi
dirigenti.


Ma fra ainu e mediterranei si possono forse rintracciare delle continuità
culturali, soprattutto dallo studio di alfabeti arcaici e misteriosi. Una
difficoltà, viceversa, potrebbe essere posta dalla spiccata solarità delle
religioni americane, di contro alla lunarità mediterranea. (Se invece nei
facitori di megaliti in Melanesia [16] si vogliono vedere degli ainu o degli
ainu-mongoloidi, il loro culto del serpente avvicinerebbe queste genti ai
mediterranei.)


Nell'Europa del VII - VI millennio a.C. erano generalizzati una notevole
quantità di alfabeti, imparentati fra di loro e non ancora decifrati, usati
dai costruttori di megaliti e dalla civiltà dei Balcani, con propaggini in
Asia minore e nel Medio Oriente (è probabile che la scrittura cuneiforme
sumera derivasse da questo tipo di grafie; e quindi anche le lettere
fenicie) (17); e al medesimo filone appartenne la scrittura dell'Indo (18).
(Si tratta di un tipo di scrittura cosiddetto 'nucleare', completamente
diversa da ogni altra già interpretata, sia essa fonetica o geroglifica.) -
Dei parallelismi perfetti sono stati trovati fra la scrittura dell'Indo e
quella polinesiana, parimenti non ancora decifrata (19). In Polinesia, fino
al secolo XIX, c'era una scrittura generalizzata, appannaggio di una classe
sacerdotale che la utilizzava per testi liturgici, e che andò perduta con la
scomparsa di quella classe come conseguenza della colonizzazione e del
missionarismo monoteista, confessionale e laico (20). La sua varietà più
conosciuta è il rongo-rongo dell'Isola di Pasqua (21), della quale rimangono
le tracce più abbondanti, su legno, in quanto là essa fu usata fino a più
tardi. Nel resto degli arcipelaghi, le iscrizioni su foglie di palma sono
andate quasi interamente perdute.


È quindi tutt'altro che fuori luogo ipotizzare una continuità culturale e
quindi anche razziale fra il Mediterraneo arcaico e l'Oceano Pacifico,
attraverso il tramite dell'Asia meridionale. - Difficile invece fare ipotesi
per quel che riguarda le Americhe. In Perù (ma anche nella Colombia
meridionale), fino al secolo XVI fu usata la scrittura a corde annodate , i
cosiddetti quipu (22); ma secondo una tradizione orale peruviana essi
avrebbero sostituito, in un in un imprecisato ma remoto passato, un'altra
scrittura, ancora più arcaica, sul conto della quale la tradizione ha poco
da dire, salvo che era scritta su un qualche tipo di pergamena. Anche gli
irochesi dell'America settentrionale usavano una 'scrittura' tipo quipu, a
base di rosari di conchiglie multicolori. E ci sarebbe dell'evidenza che
delle scritture del genere erano in uso in Messico (prima dell'adozione
della scrittura geroglifica) e, nel IV - III millennio a.C., anche in
Polinesia, in Bengala, in Cina, in Mongolia e perfino in Tibet (dove, nel
VII secolo d.C. esse furono abbandonate in favore dell'alfabeto sanscrito).


Come si vede, un'interpretazione non stereotipa - da establishment - dei
fatti empirici non solo rivela un panorama del tutto nuovo sull'andamento
cronologico della preistoria e della protostoria; ma potrebbe anche aprire
degli affascinanti nuovi campi di ricerca che a tutt'oggi sono praticamente
vergini.




2.3 Gli indoeuropei e la 'razza nordica'


Si è già parlato degli indoeuropei (o indogermani) come dell'ultima
manifestazione della 'luce del Nord' (23). La loro provenienza artica
(dedotta, già agli inizi del Novecento, dal tedesco Krause e dall'indiano
Tilak sulla base delle indicazioni astronomiche date dalle loro tradizioni
religiose) è perfettamente assodata. La Russia meridionale fu un loro centro
secondario di irraggiamento, come lo fu più tardi l'Europa nord-occidentale
(né si può escludere che, in parte, l'Europa settentrionale sia stata da
loro raggiunta direttamente dall'Artide [24]).


Una determinata corrente di pensiero, che fu predominante nell'anteguerra,
della quale il principale esponente fu Hans F. K. Günther, identificava
senz'altro la popolazione indoeuropea con la 'razza' nordica (ma sarebbe
stato e sarebbe più esatto dire: il tipo nordico della razza europide),
passando poi alla conclusione che ancora adesso il tipo nordico sarebbe
'l'umano per eccellenza'. Questo, non nel senso di una superiore
intelligenza (differenze di 'quoziente intellettivo' non ne sono state
riscontrate, né allora né adesso, fra i principali tipi genetici europidi o
nord-est asiatici, né il Günther suggerì mai niente del genere), ma in
ragione di certe proprietà caratteriali che renderebbero il tipo nordico
(identificato con quello indoeuropeo), nel modo più naturale, un signore e
un dominatore. - L'identificazione in questione era (ed è) per lo meno
esagerata; ma è assodato che il tipo nordico doveva essere molto frequente,
se non proprio predominante, fra gli indoeuropei arcaici e predominante, se
non proprio esclusivo, nelle loro classi dirigenti. Ne segue che la
percentuale di sangue indoeuropeo in una determinata popolazione doveva (e
deve) essere strettamente correlazionata alla proporzione di elementi
nordici in essa riscontrabile, concentrati prevalentemente nelle sue classi
dirigenti. Quando lo studioso-principe della fenomenologia storica della
deindoeuropeizzazione - in Europa meridionale e in Asia, accompagnata dal
riemergere del substrato pre-indoeuropeo inizialmente sottomesso -, Hans F.
K. Günther (25), prende come indicatore di questa tendenza la diminuzione
della percentuale di individui di tipo nordico, egli adotta un'ipotesi di
lavoro sicuramente valida.


Le cose, però, si potrebbero essere messe altrimenti nei tempi
contemporanei/moderni. Già negli anni Trenta Julius Evola (26) osservava che
i popoli nordici contemporanei "presentavano qualità fisiche, di carattere,
di coraggio, di resistenza ... ma atrofia dal lato spirituale" (27), per poi
soggiungere che la facilità con cui quelle popolazioni avevano accettato il
cristianesimo prima e il protestantesimo dopo non deponeva certo a loro
favore - e difatti, fatta la splendida eccezione dei sassoni, le genti
germaniche (le più nordiche esistenti) resistettero alla cristianizzazione
molto meno che certe popolazioni delle Alpi o del Baltico, che sangue
nordico ne avevano meno. (Quanto al protestantesimo, per dovere di
esattezza, va fatta la puntualizzazione che il mondo nordico per
eccellenza - la Germania settentrionale e la Scandinavia meridionale - si
fermò al luteranesimo. Portatore del calvinismo - la forma finale del
protestantesimo - fu piuttosto quel tipo misto mediterraneo-nordico, con
netta predominanza del tipo mediterraneo, che fa la base della popolazione
dell'isola inglese.)


Già ai tempi suoi, Hans F. K. Günther era stato contestato, in certe sue
conclusioni, da altri studiosi tedeschi che avevano indicato come, in
Germania, le caratteristiche 'asiatiche' della componente alpina della
popolazione avessero dato alla nazione tedesca delle qualità di stabilità
psicologica che non le furono se non utili (28). E a una conclusione analoga
arrivò, forse suo malgrado, lo stesso Günther (29) riguardo ai romani
prischi (un misto 2/3 nordico, 1/3 alpino), ai quali la componente alpina
avrebbe dato una tempra di stabilità e un'inclinazione all'operosità e alla
sistematicità, abbinata a un forte senso pratico, che se appiattì la loro
mitologia, li rese idonei a successi militari e politici che mai più ebbero
l'uguale.


È probabile che adesso anche le residue genti nordiche, trascinate dal gorgo
della decadenza che è caratteristico dei nostri tempi, abbiano preso la via
del tramonto e che poco possano servire come riferimento per rovesciare il
vedico Kali Juga (fine del ciclo storico-cosmologico). I nordici, o
parzialmente tali, sono addirittura divenuti, forse, un pericolo, in quanto
qualche volta (vedi il mondo americanofono) hanno messo e mettono le loro
residuali qualità animiche (fino a tanto che ancora le avranno) al servizio
dell'accelerazione della decadenza (30).


(1) Carleton Coon, Razas, cit.


(2) Pierre Bertaux, Africa, Feltrinelli, Milano, 1968.


(3) Vittorio Marcozzi, Uomo, cit.


(4) Hans F. K. Günther (Rassenkunde Europas, cit.) ipotizzava la
stabilizzazione, ancora dalla preistoria, di una sacca negroide o
protonegroide nel Sud del Portogallo. Questa ipotesi, pure plausibile, è
ancora da dimostrare.


(5) Carleton Coo, Razas, cit. e anche Giorgio Melis, Mondo malese,
Longanesi, Milano, 1972.


(6) Vittorio Marcozzi, Uomo, cit.


(7) Robert Suggs, Island ..., cit.


(8) Per esempio, Heinrich Driesmans, Mensch, cit.


(9) Cfr. Vittorio Marcozzi, Uomo, cit.


(10) Vittore Pisani, L'unità culturale indo-mediterranea anteriore
all'avvento di semiti e indoeuropei, Scritti in onore di Alfredo Trombetti,
Torino, 1938.


(11) Marija Gimbutas Old Europe in "Journal of indo-european studies" I,
1973 e Il linguaggio della dea, Neri Pozza, Vicenza, 1997 (originale 1989).


(12) Per quel che riguarda il lato religioso, di ottima consulta è Alain
Daniélou, Siva et Dionysos, tr. it. Ubaldini, Roma, 1980.


(13) Cfr., per esempio, Carleton Coon, Razas, cit. Secondo questo autore ci
sarebbero delle convergenze fra le lingue 'mediterranee' (per quel che se ne
può ancora sapere) e quelle caucasiane/alarodiche (georgiano ecc., ma anche
basco). Se questo fosse vero, si potrebbero ipotizzare anche analogie
razziali a livello arcaico; ma le analogie suggerite dal Coon sono ben
lontane dall'essere dimostrate.


(14) Come un gruppo razziale intellettualmente superiore ma non
eccessivamente aggressivo possa perpetuarsi in ambiente degradato può forse
essere esemplificato da due casi tratti da quello che adesso è il mondo
islamico. Nei paesi del Medio Oriente, un tempo mediterranei e poi
semitizzati, rimangono delle minoranze cristiane che hanno caparbiamente
rifiutato l'islamizzazione (l'islam è una forma particolarmente involuta di
monoteismo) e che sono l'unica parte di quelle popolazioni che 'serva a
qualcosa' (circa 10% in Siria, quasi 20% in Mesopotamia, 50% nel Libano, 5 -
10% in Egitto). C'è da credere che si tratti della parte razzialmente meno
semitizzata della popolazione. - In Algeria e in Marocco forse il 10 - 12%
della popolazione, arroccata nella parte più alta dell'Atlante, pure ormai
islamizzata, ha rifiutato l'arabizzazione. Questi discendenti, ancora più o
meno puri, di quella che un tempo doveva essere la popolazione maggioritaria
dell'Africa del Nord, sono, anche lì, gli unici che 'servano a qualcosa'.


(15) Julius Evola, Rivolta, cit.


(16) Cfr. Alphonse Riesenfeld, Magalithic, cit.


(17) Cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, Chroniques des civilisations
disparues, Laffont, Paris, 1976 e anche Harald Haarmann, On the nature of
european civilization and its script, "Studia indogermanica lodziensia"
(Lodz), vol. II, 1998.


(18) Harald Haarmann, cit.


(19) Cfr. Thomas Barthel, Pre-contact writing in Oceania, in Thomas Sebeok
(a cura di) Current trends in linguistics, vol 8 (Oceania), Den Haag-Paris,
1971; Robert von Heine-Geldern, Die Osterinselschrift, in "Orientalischer
Literaturzeitung", N. 37, 1938 e The Easter Island and the Indus Valley
scripts, in "Anthropos", N.33, 1938.


(20) Cfr. Robeert Suggs, Island ..., cit.


(21) L'ipotesi fatta da un autore americanofono, Steven Fischer (Rongorongo,
Clarendon Press, Oxford [Inghilterra], 1997) a proposito della scrittura
pascuana è sufficientemente ridicola per potere essere riportata: i
pascuani, fino ad allora analfabeti, venuti in contatto per la prima volta
con degli europei - spagnoli - nel 1770 e avendoli visti scrivere, avrebbero
intuito al volo che la scrittura aveva delle interessanti possibilità
'magiche' e, sui due piedi, avrebbero proceduto a svilupparne una di
propria.


(22) Cfr. Clara Miccinelli e Carlo Animato, Quipu, ECIG, Genova, 1989.


(23) Sull'argomento, indispensabile è la sintesi di Jean Haudry,
Indoeuropéens, cit.


(24) Cfr. Jean Haudry, Indoeuropéens, cit. e anche Ludwig Kilian, Zum
Ursprung der Indogermanen, Habelt, Bonn, 1983.


(25) Hans F. K. Günther, Rassenkunde Europas, cit.; Lebensgeschichte des
hellenischen Volkes, Franz von Bebenburg, Pähl, 1965; Lebensgeschichte des
römischen Volkes, Franz von Bebenburg, Pähl, 1966.


(26) Julius Evola, Sintesi, cit.


(27) Julius Evola, Rivolta, cit.


(28) Cfr. l'introduzione all'edizione italiana di Rassenkunde Europas, cit.


(29) Hans F. K. Günther, Lebensgeschichte des römischen Volkes, cit.


(30) In riguardo, di utile consulta è Silvio Waldner, Deformazione, cit.




CAP. 3 CASISTICHE CONTEMPORANEE E PROSPETTIVE






3.0 Introduzione


Si chiude con un capitolo nel quale, dopo avere indicato delle casistiche
empiriche contemporanee che si abbinano a quanto descritto negli ultimi due
capitoli, e dopo avere ricordato alcuni andamenti storici che hanno portato
alla condizione contemporanea, si propone uno scenario per il futuro
relativamente prossimo che, per quanto ovviamente ipotetico, è basato sia su
dati fattuali che su di una logica ragionevole. Queste conclusioni
dovrebbero come minimo dare da pensare a ogni lettore che abbia seguito con
attenzione lo svolgersi di questo testo.




3.1 I nuovi pigmei


La tendenza al nanismo è fortissima negli ebrei - così il già citato Richard
goodman (10) -, che in questo modo rivelano la loro qualità intrinseca di
genti del tutto particolari. Ci sono due malattie ereditarie che portano al
nanismo, delle quali una (la disautonomia familiare) è esclusivamente
ebraica; l'altra (il sindrome di Bloom), lo è quasi esclusivamente. Non a
caso la prevalenza di 'nani' - 'pigmei' - fu notata da tutti coloro che
conobbero zone urbane ('ghetti') abitate maggioritariamente o esclusivamente
da ebrei.


Se la tendenza al nanismo - alla pigmeizzazione - è un fatto particolarmente
attinente al nostro assunto vale però la pena di ricordare che essa non è
l'unica fenomenologia degenerativa specifica che colpisce gli ebrei. Il
Goodman identifica 132 malattie genetiche che sono molto più prevalenti fra
gli ebrei che fra i non-ebrei e, di queste, 20 colpiscono soprattutto i
sefarditi (gli ebrei di 'più vecchia data', vedi più avanti). L'80% dei casi
conosciuti di degenerazione spugnosa dell'encefalo si danno in ebrei
aschenazi ('neoebrei') e il 90% dei casi della malattia di Tay-Sachs (che
porta alla cecità) sono rilevati su soggetti ebrei. (C'è una sola afflizione
ereditaria che sia specifica della razza negroide, l'anemia falciforme; non
se ne conosce alcuna che sia specifica di alcuna altra razza.)


Anche le psicosi involutive, la schizofrenia e la depressione maniacale sono
molto più frequenti fra gli ebrei che fra i non-ebrei. C'è da credere che
anche le deviazioni sessuali siano più frequenti fra gli ebrei che fra i
non-ebrei, anche se il Goodman non si sofferma su di questo dettaglio. La
morbosa e tremebonda attenzione che la Bibbia e il Talmud dedicano a questi
argomenti, oltre a rivelare una mentalità degenerata in chi scrisse quel
lubrico ciarpame, sembrerebbe indicare che si trattava di casistiche
particolarmente frequenti fra gli ebrei, molto di più che fra altri tipi di
popolazioni: a chi abbia lo stomaco forte, si raccomanda la lettura di certi
passi del Talmud (2).




3.2 Ebrei, chazari, calvinisti


Gli ebrei hanno sempre aumentato il loro numero attraverso il missionarismo
(non è vero che gli ebrei non abbiano mai fatto proselitismo, ma il loro
proselitismo fu di tipo diverso da quello fatto da cristiani e musulmani); e
ciò facendo essi dimostrarono sempre un istinto infallibile. Gli individui
o, meglio ancora, le popolazioni che furono e sono convertite all'ebraismo,
prima dimostrano un immediato collasso nell'orientamento metafisico -
quindi, in senso catagogico: perversione della razza dello spirito -,
seguito dalla metamorfosi della psicologia - razza dell'anima -, la quale, a
più lunga scadenza, si riflete nel soma - razza del corpo. Non a caso gli
ebrei, per loro propria ammissione, sono una razza di tipo del tutto
particolare. - A parte un missionarismo capillare che essi esercitarono
ancora dai tempi classici (3) e che non è mai cessato (ma che dal punto di
vista numerico non fu mai particolarmente importante; esso era mirato a
catturare individui che potevano 'fare comodo'), gli ebrei acquistarono
grandi masse di correligionari - e quindi, alla lunga, di 'corazziali' -in
almeno due occasioni: con la conversione dei chazari (VII - VIII secolo
d.C.) e con quella dei calvinisti (a partire dal Cinquecento). (Un terzo
processo di conversione è in atto adesso, un argomento che si sfiorerà un
po' più avanti). - In tutti i casi il tramite dalla normalità all'ebraismo
fu una qualche religione neoebraica: nel caso dei calvinisti, il
cristianesimo, in quello dei chazari è lecito supporre che possa essere
stato l'islam da loro, se non proprio professato, almeno conosciuto.


I chazari furono originariamente una popolazione turcofona stanziata nella
pianura fra il Mar Nero e il Mar Caspio (4). Secondo l'encicopedia giudaica,
l'82% di quelle persone che adesso sono ufficialmente ebrei sono di origine
chazara (questa è la cifra accettata anche da Richard Goodman); mentre
secondo Hans F. K. Günther potrebbero essere più del 90% (5). Quindi, con
l'acquisizione dei chazari, gli ebrei moltiplicarono il loro numero per un
fattore di almeno 5 e forse di 10; e dopo 12 - 13 secoli dalla loro
conversione i chazari sono divenuti, in tutti i dettagli, di razza ebraica:
orientamento metafisico, psicologia, soma.


L'acquisizione dei calvinisti (i 'puritani', come essi vengono detti nel
mondo americanofono) ebbe conseguenze ben più importanti, dal punto di vista
numerico e dal punto di vista storico (6). Che i calvinisti non siano
'cristiani' ma ebrei, già acutamente percepito dall'ecclesiastico spagnolo
Sebastián Castellón (7) alla fine del Cinquecento, fu esplicitato con
dovizia di documentazione e di analisi storica e psicologica da
qull'impareggiabile storico e psicologo del fenomeno capitalista che fu
Werner Sombart (8). Dopo il Sombart, studi come quello di Heinrich Wolf (9)
e uno recentissimo di Romolo Gobbi (10) dimostrano come ormai il calvinista
abbia raggiunto pienamente la seconda tappa, quella psicologica, nella
direzione dell'ebraizzazione totale (quindi, in meno di cinque secoli): la
sua integrazione anche somatica alla razza ebraica è solo questione di
tempo. Per quel che riguarda l'aspetto politico dell'ebraicità reale - e del
'cristianesimo' di facciata - degli indirizzi della superpotenza americana,
di utile consulta sono due agili libretti di Maurizio Blondet e di Franco
Cardini (11). - Calcolando che gli americanofoni possano essere in tutto
circa 400 milioni e che gli ebrei ufficialmente tali, al giorno d'oggi,
possano essere 20 - 25 milioni, con l'acquisizione dei calvinisti essi hanno
moltiplicato la propria consistenza demografica per un fattore di almeno 10
e forse di fino a 20.


Anche se le sue origini furono nella Svizzera francofona, dove qualche
calvinista rimane ancora, e spezzoni di calvinismo ci sono in diversi luoghi
dell'Europa occidentale (Olanda, Francia meridionale, Germania occidentale),
la roccaforte di questo nuovo ebraismo è, ormai da oltre tre secoli, il
mondo americanofono - il che non sorprende, data la qualità involuta di
quegli ambienti, argomento del quale si è già parlato in questo testo. Ciò
avvenne attraverso un tenebroso processo storico - peraltro del tutto
documentato - che incominciò nell'isola inglese già nella seconda metà del
Quattrocento e che trovò il suo coronamento alla fine del Seicento, quando
il mondo americanofono divenne (e continua a essere) il mondo
calvinista/ebraico per eccellenza; e quindi anche il centro delle mene
ebraico-sioniste a livello internazionale, una situazione che ai giorni
nostri permane ed è di inaudita attualità. - Fatte le dovute eccezioni,
nell'americanofono ha sempre da vedersi un calvinista, anche se nominalmente
egli potrà essere 'anglicano', 'cattolico', 'luterano' o magari induista,
buddista, confuciano. Nell'isola inglese i calvinisti esplicitamente tali
sono sì e no il 25% della popolazione, eppure l''Inghilterra' (e le sue
propaggini) è divenuta, con incredibile rapidità a partire dalla fine del
Seicento, il paese calvinista per eccellenza (lasciandosi indietro Olanda,
Svizzera, ecc.). Sono di Heinrich Wolf (12) le affermazioni secondo le quali
"Ohne das Erkenntinis der engen Verbundenheit von Angelsachsentum und
Judentum und Freimauerei kann man die Geschichte der letzten Jahrhunderte
überhaupt nicht verstehen [Quando non si riconosca lo stretto legame fra gli
anglosassoni e gli ebrei e i massoni, non si può assolutamente capire la
storia degli ultimi secoli]" (13) e "Für die Pharisäertum deer Engländer ist
der Ausdruck 'cant' verbreitet ... er sei die Kunst die Dinge scheinen zu
lassen was sie nicht sind [C'è un termine specifico, cant, che è divenuto di
uso corrente per indicare il fariseismo inglese ... si tratta dell'arte di
far vedere le cose quali esse non sono]". La tipica - e specifica -
ipocrisia degli americanofoni, attraverso la quale affiora la loro
ebraicità, è stata descritta in modo eccellente da Hans Hartmann (14); e
un'autrice americanofona, Nesta Webster (15) descrive in modo dettagliato e
quasi allucinante l'ebraizzazione palese e galoppante della società
londinese a cavallo fra i secoli XVII e XVIII: è da allora che incomincia in
pieno la storia collettivamente criminale delle genti americanofone.


Adesso si potrebbe essere spettatori di un ulteriore balzo n avanti
dell'ebraismo. La tendenza è che le chiese cristiane vogliano disfarsi di
quelle residue incrostazioni europee che le rendevano, appunto 'cristiane'
per cercare di ricongiungersi con la loro antica radice giudaica. Dei nuovi
calvinismi (che si etichettano 'luterani', 'cattolici', ecc.) sono in
gestazione in tutte le terre cristianizzate.


Se l'ebraismo porta al nanismo - possibilità indicata all'inizio di questo
capitolo - ecco il vivaio, su scala globale e per gli eoni cronologici
futuri, dei nuovi pigmei.








3.3 Confronto fra il mondo preistorico e quello contemporaneo: uno scenario
possibile


Si conclude prospettando un possibile scenario storico-futurologico per un
futuro che potrebbe essere anche abbastanza vicino - senza scapto di quella
'relatività del tempo' di cui si è paralto al Cap. 5 della I parte: a chi
volesse approfondire, raccomandiamo qualche altraopera dello scrivente (16).
Ci si limiterà alla considerazione dello spazio geografico europeo, ma
qualcosa di strettamente analogo dovrebbe essere valido anche per quello
nord-est asiatico.


C'è almeno un parallelo evidente fra l'Europa contemporanea e quella che ci
viene prospettata dal record fossile: se in un antico passato essa era zeppa
di neandertaliani, adesso è stipata di extracomunitari. Un'ovvia
estrapolazione è che, siccome costoro sono di 'religione' musulmana, se
negli ebrei si hanno da vedere i futuri pigmei nei musullmani si hanno da
vedere, in linea generica, i neandertaliani del futuro.


Ci si trova davanti a due decorsi storici paralleli che si avvereranno in
modo più o meno simultaneo: (a) lo sgretolamento del complesso sociale ed
economico delle terre ancora civili come conseguenza, in massima parte,
della diminuzione implosiva della popolazione capace di 'fare qualcosa' che
seguirà il corrispondente invecchiamento e denatalità; (b) quando mancherà
un sistema sociale funzionale e organizzato da parassitare, è probabile che
anche il numero degli extracomunitari in Europa diminuirebbe in fretta, per
fame e per malattie, ma non prima che essi non avessero potuto causare
ingenti danni.


Ci si può prospettare una situazione nella quale delle isole, più o meno
organizzate, di civiltà rimarrebbero a macchia di leopardo - o anche
collegate fra di loro per formare reti - mantenute in esistenza da quel che
rimanesse di popolazioni razzialmente valide o comunque non inficiate da un
livello di meticciato sufficiente per obliterare al completo le loro
capacità. Esse costituirebbero delle nuove civiltà, di tipo residuale e
crepuscolare, che non mancherebbero forse di analogie con quelle che ci
furono in Europa ai tempi dell'inabissamento dell'Atlantide' - sul tipo di
quella dei megaliti o dei Balcani -, le quali comunque offrivano alle loro
popolazioni una buona qualità di vita e un valido livello culturale. - In
parallelo, ci sarebbero i nuovi 'neandertaliani' che, completamente incapaci
di altro, eserciterebbero un'economia parassitaria di tipo criminale ai
danni di chi ancora lavorasse e producesse, contrassegnata anche
probabilmente da quell'obbligato cannibalismo che contrassegna l'economia di
quasi tutti i selvaggi e che si svilupperebbe ai danni di persone indifese,
soprattutto bambini, della popolazione civile. I neandertaliani, almeno
inizialmente, godrebbero dell'appoggio organizzativo di quel che potesse
rimanere di raggruppamenti politici di sinistra o di chiese cristiane;
mentre sarebbero contrastati da squadre armate ('eserciti') di protezione
delle genti europidi civili. Queste squadre, ogni tanto, andrebbero anche a
cercarli e a stanarli nei loro covi e nascondigli. Una situazione del genere
si incomincia a profilare già adesso, soprattutto in Francia ma anche nel
resto dell'Europa: si assiste allo spostamento delle frontiere verso
l'interno, con la consolidazione di enclâves etniche e razziali
extraterritoriali dove gli extracomunitari la fanno da padroni (17). - Alla
lunga, comunque, anche i nuovi neandertaliani andrebbero incontro
all'estinzione.


Come conseguenza del riscaldamento globale (18) c'è da ipotizzare un certo
spostamento verso l'Artide delle popolazioni civili - e, inizialmente,
probabilmente anche dal loro codazzo di parassiti obbligatori
neoneandertaliani. E nell'Artide, in ragione della sua qualità
antropogenica, ci si può aspettare che insorga il nuovo tipo umano
superiore - forse, in base alle leggi di scambio spirito-anima-corpo di cui
si è parlato al Cap. 1 di questa III parte, per quintessenziazione in senso
anagogico della sostanza umana civile ancora esisitente.


(1) Richard Goodman, Genetic ..., cit.


(2) Iustinus Bonaventura Pranaitis, El Talmud desenmascarado, Milicia,
Buenos Aires, 1976 (originale 1892). Il Pranaitis, ex-rabbino, appunto
perché 'smascherò' il Talmud, fu assassinato dai bolscevichi subito dopo lo
scatenamento della Rivoluzione Russa.


(3) Cfr. Gian Pio Mattogno, Antigiudaismo, cit.


(4) Sui chazari, cfr. Hans F. K. Günther, Rassenkunde des jüdischen Volkes,
cit. e anche Maurizio Blondet, I fanatici dell'Apocalisse, Il Cerchio,
Rimini, 1995.


(5) Hans F. K. Günther, Rassenkunde des jüdischen Volkes, cit.


(6) I calvinisti non si dichiarano apertamente ed esplicitamente ebrei
perché, facendo finta di essere 'cristiani', possono portare avanti i loro
piani più comodamente e con minore rischio.


(7) Citato da Georges Batault, Aspetti della questione giudaica, Ar, Padova,
1983 (originale 1921).


(8) Werner Sombart, Der Bourgeois, Duncker und Humblot, München/Leipzig,
1923 (originale 1913).


(9) Heinrich Wolf, Weltgeschichte, cit.


(10) Romolo Gobbi, America contro Europa, M&B, Milano, 2002.


(11) Maurizio Blondet, Chi comanda in America, Effedieffe, Milano, 2002;
Franco Cardini, Astrea e i Titani, Laterza, Roma/Bari, 2003.


(12) Heinrich Wolf, Weltgeschichte, cit.


(13) Citato anche da Julius Evola, Mito, cit.


(14) Hans Hartmann, Cant, die englische Art der Heuchelei, Junker und
Dünnhaupt, Berlin, 1940.


(15) Nesta Webster, Secret societies and subversive movements, Christian
book of America, Hawthorne (America), senza data di pubblicazione (anni
Ottanta) (originale 1924).


(16) Silvano Lornzoni, Monoteismo, cit.; Equilibrio, cit.


(17) Questo è stato illustrato in un rcente opuscolo (settembre 2002) di uno
dei pochissimi partiti politici in Europa che vedano le cose con obiettività
e che dicano la verità.


(18) Su questo argomento, cfr. Silvio Waldner, Deformazione, cit. e anche
Silvano Lorenzoni, Equilibrio, cit. Ci si può aspettare un cambiamento
profondo, a corta scadenza, di tutta la biosfera. Un recente rapporto
scientifico, insabbiato dal governo americano (ma menzionato in un
trafiletto del quotidiano "Il Giornle" [Milano] del 20 giugno 2003), prevede
che entro il prossimo secolo si potrebbero estinguere il 95% delle specie,
animali e vegetali.
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2004-08-11 13:10:35 UTC
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cap 4??
Post by artamano
CAP. 3 ARGOMENTI TRATTI DALLA STORIA CULTURALE
3.0 Introduzione
Dopo avere considerato in dettaglio le principali 'impronte' empiriche della
decadenza - quella linguistica e quella religiosa - si toccheranno qui
brevemente quattro fenomenologie strettamente relazionate con quanto sotto
trattazione: il possesso del fuoco, l'organizzazione 'politica', il
'pensiero' economico e certi indirizzi tecnici e artistici. Non si pretende,
al solito, di esaurire questi argomenti, e tanti altri fenomeni culturali,
pure generalizzati (per esempio, l'uso dell'arco e delle frecce da parte di
alcuni pigmei e di alcuni antartici [1]), non verranno considerati.
3.1 Il possesso del fuoco
Fino a recentemente c'erano non pochi etnologi, anche ineccepibilmente seri,
per i quali la favella era il carattere 'umano' per eccellenza (se ne è già
parlato al Cap. 1 di questa II parte); ma dopo che è stato accertato che che
anche gli animali parlano, pochi sostengono ancora questa tesi. Rémy Chauvin
(2), in un suo prgevole testo più volte citato, suggerisce che le
caratteristiche che rendono 'umana' la specie zoologica Homo sapiens sono
che essa (a) possiede il fuoco, (b) cuoce il cibo, (c) seppellisce i morti e
(d) ha una religione. Qui vale la pena di rendersi conto che i punti (a) e
(b) vanno insieme, che lo scrivente pensa di avere dimostrato che anche gli
animali hanno una religione (3) e che il punto (c) confluisce in quello (d).
Il possesso del fuoco viene quindi a essere la caratteristica antropizzante
per eccellenza; e questo era stato notato dai migliori etnologi del passato
(4). Un riflesso di questo fatto rimane in certe nozioni mitiche delle genti
antartiche, per esempio i boscimani (5), secondo le quali l'animalizzazione
delle genti primordiali fu conseguenza della perdita del fuoco. Un'antica
leggenda indostana racconta come un fantomatico 're delle scimmie'
catturasse e tenesse prigionieri gli umani perché gli insegnassero il
segreto del fuoco, appreso il quale egli e il suo quadrumene popolo
avrebbero potuto assurgere alla dignità di uomini.
Sta di fatto che tutti i pigmei (6) e presumibilmente tutti gli antartici
mancavano di una tecnica propria per accendere il fuoco - e quando lo
sapevano accendere utilizzavano tecniche mutuate dai loro confinanti
'tropicali' (i quali, a loro valta, si può ragionevolmente presumere che le
avessero acquisite attraverso 'meticciato culturale' con popolazioni
civili). Genti particolarmente isolate non avevano modo di accendere il
fuoco e dovevano mantenere delle braci attraverso le loro peregrinazioni: se
quelle braci si spegnevano, erano costretti a 'comperare' del fuoco (a
cambio, normalmente, di cibo) da qualche altra banda errante con la quale si
incontrassero. Così gli andamanesi (7), i tasmaniani (8), certi gruppi
dell'Australia sud-orientale (9). Ma anche in tanti altri casi permane nelle
popolazioni 'cedenti' un ricordo, più o meno sfocato, di come pigmei o
antartici non possedessero originalmente il fuoco: i patagoni ricordano come
i fueghini non avessero il fuoco (10); così i malesi riguardo ai semang
(11); e così i bantù riguardo ai boscimani (12). Quanto ai dama dell'Africa
sud-occidentale (13), negri completamente isolati, culturalmente inferiori
ai boscimani e da questi sottomessi per un certo tempo, c'è da credere che
possedessero il 'segreto del fuoco' tanto poco come i loro dominatori o che
lo abbiano da essi appreso - dopo che quelli lo ebbero, a loro volta,
mutuato dai bantù.
La perdita del segreto del fuoco da parte di certe sfortunate popolazioni
(adesso estinte) che un tempo erano state umane, rappresenta una tappa
fondamentale nel loro percorso verso l'animalità.
3.2 L'organizzazione 'politica'
Nello stesso modo che i selvaggi hanno perso il segreto del fuoco, perdendo
nel contempo il loro carattere specificamente 'umano', essi si sono
appiattiti su strutture 'sociopolitiche' di tipo scimmiesco - questo lo ha
detto esplicitamente e dimostrato Rémy Chauvin (14). Fra pigmei e antartici
è generalizzata la mancanza di capi (15), che non siano i migliori 'tecnici'
(ccciatori provetti, ecc.) oppure dei vecchi che, in caso di emergenza,
fungono da 'guide' per il branco, ma solo per tempo limitato. Le instabili
dinastie matriarcali che - così Rémy Chauvein - sono qualche volta
riscontrabili fra i quadrumani mancano fra gli umani di infimo livello. È
già stato menzionato come il raggruppamento dei boscimani attorno al loro
're', sotto condizioni di emergenza acuta (16), ricordi esattamente la
'corte del re dei babbuini' descritta da Eugène Marais (17). Eccoci davanti
alla democrazia 'pura' dove il potere, in quanto in mano a tutti, non è in
mano ad alcuno - che questo fosse il caso fra i più involuti fra i selvaggi
era stato notato già nei primi anni Ottanta da Sergio Gozzoli (18). -
All'interno della società contemporanea situazioni del genere si dettero e
si danno nei raggruppamenti di 'maledetti', che menavano o menano una vita
criminali, mendicanti, reietti. Un raggruppamento del genere fu descritto da
Victor Hugo (19) in un suo famoso romanzo dove si prospetta una società di
ladri e mendicanti il cui 're' è il ladro più abile; e Henri Charrière (20)
descrive la struttura sociale di una comunità di lebbrosi dove 're' è il
lebbroso più orrendo (anche in questo caso, la 'qualificazione' è tecnica).
Nella fascia tropicale le cose vanno 'meglio' solo in apparenza, almeno per
quel che riguarda le capacità innate degli abitanti autottoni: delle
strutture tribali più consistenti (che, per esempio nel caso degli zulù
dell'Africa meridionale assursero a dimensioni quasi statali sotto qualche
dirigente più dotato degli altri) furono dovute a meticciato, culturale e
anche biologico, con elementi appartenenti all'ecumene artico. Nell'Africa
nera, in particolare, le famiglie dei capi erano invariabilmente di razza
'camitica'/etiopica e quindi di origine meticcia contenente una componente
europide (21). Comunque, di stati/'imperi' autoctoni in quelle zone non è il
caso di parlare: per esmpio, il regno di Angkor (Indocina) insorse come
conseguenza dell'imporsi di una classe dirigente indiana su di una ganga di
popolazioni australoidi (22). - Il già citato Wits Beukes (23) documenta in
modo ineccepibile come tutti i cosiddetti imperi africani (Mali, Ghana,
Timbuctù, ecc.) furono intrusioni esogene, provenienti dall'Africa
settentrionale, dall'Arabia, dall'India, all'interno delle quali i negri non
fecero altro che da manodopera servile. - In riguardo vale la pena di
riportare come ci sia stata, in un passato non particolarmente lontano,
un'inversione dei ruoli fra negri e boscimani. Erich O. J. Westphal (24) ci
informa di una nozione bantù secondo la quale i boscimani erano genti 'senza
capi', ma che ci sarebbero stati tempi e occasioni quando i negri furono
loro vassalli. I casi dei dama dell'Africa Sud-occidentale e dei primi sotho
del Drakensberg sono stati già menzionati (25).
3.3 L'indirizzo 'economico'
Fra i pigmei e gli antartici l'unica forma economica conosciuta era la
caccia, la pesca e la raccolta di vegetali; e l'unico 'lavoro' conosciuto
era quello necessario per procacciarsi il cibo (in qualche caso, come fra i
tasmaniani, attraverso lotta corpo a corpo fra umano e animale, che veniva
ucciso per strangolamento o al massimo a bastonate [26]) - cibo che non
veniva mai prodotto (quindi niente agricoltura o allevamento). La natura
faceva da 'granaio' - granaio che poteva anche rivelarsi abbastanza provvido
fino a quando ci si mantenesse continuamente in movimento e fino a quando
l'entità numerica degli usufruttuari del medesimo rimanesse limitata (27).
Questo non era sicuramente capito ma certamente intuito da quelle
popolazioni di infimo livello - non escluse quelle della fascia tropicale -
oltre ad avere in qualche caso dei metodi di contraccezione meccanica e la
conoscenza di anticoncettivi di origine vegetale (28), praticavano
massicciamente l'aborto, l'infanticidio, l'eutanasia e l'uccisione di
vecchi, di feriti, di invalidi (29). La loro era ben lontano dall'essere una
vita 'facile' o edenica.
Per quel che riguarda la fascia tropicale, le popolazioni corrispondenti,
avendo beneficiato di apporti culturali e biologici provenienti dal Nord del
Mondo erano in possesso di forme rudimentali di allevamento, di agricultura,
di tecnologia. Ma è interessantissimo notare come letteralmente niente fu da
loro sviluppato e come si trattò sempre di prestiti culturali esogeni. John
Baker (30) ha fatto uno studio estremamente dettagliato dell'origine di
tutte le tecnologie riscontrabili nell'Africa nera, dimostrando come, caso
per caso, esse fossero arrivate da fuori (il negro, allo stato brado, non
doveva essere più 'civile' del boscimano) - e c'è da credere che qualcosa
del genere potesse valere per le popolazioni autraloidi dell'Asia
sud-orientale e della Papuasia. Fra le casistiche esaminate dal Baker stanno
l'agricoltura - tutte le piante coltivate sono esogene -, l'allevamento di
bestiame - nessuna specie autottona era stata allevata, non esclusa la
comunissima gallina faraona -, il cane come animale domestico era
sconosciuto, la ruota era sconosciuta, una forma rudimentale di metallurgia
fu introdotta in tempi storicamente recenti dal Nord Africa, ecc. In
compenso, fra i negri la pratica della schiavitù era pandemica (forse unico
tratto 'culturale' autottono); e ugualmente pandemico fra i negri era - e
continua a essere - il cannibalismo (come in Papuasia), fenomeno studiato in
modo insuperato da Ewald Volhard (31). Il Volhard fa notare come il
cannibalismo non sia una pratica alimentare propria a un'umanità 'primeva',
ma di tipi umani profondamente degenerati. Fra i bantù anche gli albini e i
lebbrosi venivano macellati e mangiati (32); e in Nuova Guinea gli obitori
degli ospedali vengono adesso saccheggiati dei cadaveri per farne festini
cannibaleschi (33). Silvio Waldner (34) ha fatto un esposto abbastanza
completo dell'economia bantù; mentre Wits Beukes (35), grande conoscitore
dell'Africa, indica come il cannibalismo fosse, e continui a essere, un
aspetto irrinunciabile e necessario dell'economia alimentare africana. (Si è
già parlato delle tendenze fortemente cannibalesche del neandertaliano, il
quale è lecito ipotizzare che predasse individui Homo sapiens deboli o
indifesi, che per loro disgrazia si venissero a trovare dispersi o
momentaneamente isolati, soprattutto bambini.Ci si sarebbe trovati davanti a
uno scenario di tipo 'africano'.)
A contatto con l'uomo civile, europeo o nord-est asiatico, il selvaggio ha
invariabilmente reagito rivelandosi un parassita per vocazione (36). Il
parassitismo era in lui latente anche prima, né fra i selvaggi è mai
esistito il concetto del diritto etico alla proprietà: se fra di loro
qualcuno, per qualsiasi ragione, arrivava ad avere qualcosa di più degli
altri, veniva automaticamente accusato di stregoneria, ucciso (e mangiato) e
i suoi beni dispersi fra il resto del gruppo tribale (37) - e questa è
esattamente la fenomenologia risorta e sviluppatasi subito dopo la
decolonizzazione (ai danni di chi, generalmente ma non necessariamente
bianco, avesse raggiunto, a forza di lavoro e amministrazione oculata uno
stato economico ragionevole). Che il selvaggio sia per natura un parassita è
stato notato da tutti coloro che, in modo obiettivo e senza paraocchi
'ugualitaristi', abbia avuto una qualche dimestichezza con il Sud del Mondo
e le sue genti. Là, chiunque abbia ottenuto, lavorando per dei bianchi o per
l''amministrazione pubblica', un'entrata fissa anche se molto povera, si
trova subito attorniato da una torma di 'succhiasangue' che usufruiscono del
suo stipendio e per difendersi dai quali egli non fa niente (38). Questo
fatto era stato osservato anche da alcuni fra i primi viaggiatori, tedeschi
e olandesi, che avevano penetrato l'Africa meridionale: impreparati a
valutare la psicologia del selvaggio, in loro era insorto stupore e sdegno
(39). - Adesso, con la diffusione della pratica della carità internazionale,
il selvaggio ha avuto la possibilità di esercitare il parassitismo su scala
planetaria: in Africa, moltissimi piccoli agricoltori bantù che una volta si
procuravano da vivere con il loro (scarso) lavoro, da quando ricevono 'aiuti
umanitari' non fanno più niente (40).
Altri indirizzi 'economici' delle genti selvagge sono conseguenza della loro
assoluta incapacità di concepire un'economia razionale basata su di un ciclo
di produzione-distribuzione-consumo. Questi indirizzi sono spesso confusi
sotto la denominazione unica di 'culti del carico' (41) e si riferiscono
alla convinzione che gli oggetti di consumo abbiano un'origine
'magica'/fattucchieristica; e non solo quelli che essi non conoscevano prima
dei contatti con le civiltà del Nord del Mondo (fattucchierismo immanente)
ma anche i generi di prima necessità (fattucchierismo possibile). Queste
fenomenologie sono state osservate e studiate in dettaglio soprattutto
nell'area oceanica melanesiana (42), ma hanno la loro diffusione in tutto il
Sud del Mondo. - La prima di queste fenomenologie si riferisce al fatto che
i selvaggi avevano notato che i mezzi da trasporto meccanici - aerei e
navi - provenienti dall'America' portavano beni di consumo soltanto agli
stranieri. Siccome quei beni di consumo avevano un'origine magica (a niente
valse portare dei papuasi a visitare officine meccaniche, per esmpio, in
Australia), ed esseri viventi erano gli aerei e le navi, si cercava di
indurli a portare il loro carico ai nativi e non ai bianchi attraendoli con
simulacri di aerei o navi fatti di frasche. Casistiche del genere furono
frequenti negli anni Cinquanta e Sessanta in Nuova Guinea, ma casi analoghi,
in altre epoche, sono documentati per l'America del Nord (43) e nelle
montagne della Guayana, in Sud America (44). (Negli anni Sessanta degli
'ufolatri' europei pensarono bene di costruire dei simulacri di 'piatti
volanti', a Aix-en-Provence, e di metterli in bella vista nei campi per
indurre gli extraterrestri ad atterrare.)
La seconda ha a che vedere con il valore magico del denaro. Il selvaggio,
incapace non solo di capire un'economia razionale ma alieno al concetto del
valore etico della proprietà conseguenza di un lavoro organizzato e onesto,
da al denaro il potere di evocare i beni di consumo (45), e quindi il
'diritto' ad averli di chi lo possegga, magari rubandolo o contraffacendolo
con metodo magici - questa pretesa fu comunissima in Melanesia dove diede
origine a non poche sette parareligiose (46).
Ecco dunque i due parametri economici della fascia tropicale (a parte il
cannibalismo): il parassitismo e il fattucchierismo - i quali, attraverso il
tramite del biblio-talmudismo, non hanno mancato e non mancano di avere il
loro riflesso su quel che resta di mondo civile. Il parassitismo sta alla
base della dottrina marxiana, che raccomanda di derubare dei suoi averi
chiunque abbia qualcosa, indipendentemente da come egli se lo sia
procacciato - anzi, soprattutto se se lo è procacciato lavorando, perché
Karl Marx, nella sua sacra scrittura (Il Capitale), ignora sistematicamente
il fenomeno usura (non a caso era stipendiato dagli usurocrati Rothschild).
In questo Marx si differenziava da dei genuini socialisti come Pierre-Joseph
Proudhon, secondo il quale la proprietà è un furto ma solo se è ottenuta non
attraverso lavoro ma attraverso speculazione finanziaria. - Il
fattucchierismo insorge attraverso la prassi dell'interesse, codificata
dalla Bibbia e dal Talmud, per cui un denaro che cresce su sé stesso, e che
non poggia su di alcuna prestazione, ritiene comunque il potere di
acquistare beni e servizi reali. Questo è denaro magico, come quello evocato
dagli stregoni papuasi (47).
3.4 Petroglifi, megaliti, artefatti e alfabeti incomprensibili
In tutto il Sud del Mondo si trovano tracce di civiltà arcaiche che niente
ebbero a che vedere con i suoi attuali abitanti e neppure con i loro
ipotizzabili antenati, fino a che ci si mantenga all'interno di periodi
storici. Si tratta di costruzioni, espressioni artistiche impresse in
pietra, artefatti di origine misteriosa.
Vale fare attenzione al fenomeno megalitico, che ha due aspetti diversi
anche se spesso concomitanti. Uno è quello dei megaliti (dolmen, cromlech,
menhir), monumenti litici di culto; l'altro è quello delle costruzioni
megalitiche (muraglie, fortezze, strade, palazzi). Sul primo lo scrivente si
è dilungato in un articolo pubblicato qualche anno addietro (48) e perciò
non sarà qui sviluppato in dettaglio - sia sufficiente ricordare come questo
fenomeno megalitico, strettamente legato alla sottorazza mediterranea della
razza europide, sembra avere avuto come centro di diffusione la zona attorno
allo stretto di Gibilterra e che la sua presenza nel resto del mondo fu
dovuta sia a movimenti di popolazione che a meticciato culturale. Esso ebbe
una vastissima diffusioNe, arrivando fino in Australia (49) e anche, sia
pure in minore misura, in America (50). - Quanto alle costruzioni
megalitiche nel Sud del Mondo, non solo non hanno niente a che vedere con
gli abitanti delle zone dove adesso rimangono le loro rovine, ma questi
spesso se ne tengono lontani perché potrebbero essere sedi di influenze
magiche pericolose. Questo è certamente il caso per quel che riguarda i
complessi architetturali di Zimbabwe, nell'Africa meridioanle (51), e di
quelli di Ponape, in Micronesia (52): fatti che lo scrivente poté appurare
durante le sue permanenze in quei luoghi (53). Gli stessi che costruirono
Ponape furono, quasi sicuramente, i responsabili delle costruzioni
megalitiche della Melanesia, delle quali Alphonse Riesenfeld ci ha lasciato
un dettagliatissimo resoconto (54): genti dal colorito chiaro provenienti
dall'Asia, che lasciarono un'impronta sia nelle mitologie aborigeni che, per
meticciato, nelle classi dirigenti attuali dei medesimi.
Probabilmente anche certi oggetti litici ornati di teste di uccello che
furono abbondantemente trovati in Nuova Guinea (55) - e che gli aborigeni
evitavano perché carichi di influenze malefiche - furono fabbricati dai
medesimi facitori di costruzioni megalitiche. - Lo scrivente (56) ebbe
occasione di osservare nella zona di Perijá (area dei Caraibi), nel Locale
museo missionale, dei pesanti recipienti di pietra, trovati in loco e che
niente avevano a che vedere con le possibilità tecniche dei locali indigeni
yupa e motilón; mentre resti di un'arcaica industria litica, non certo
attribuibile ai pigmei, furono trovati nella foresta congolese (57). - Anche
antichi resti di ceramica, non certo di produzione aborigena (indigeni
yanomamo) furono rivenuti nell'alto Orinoco da un missionario che lo
scrivente ebbe occasione di conoscere personalmente (58).
Un altro diffuso fenomeno è quello dei petroglifi, esistenti un po'
dappertutto - ce ne sono perfino in Tasmania (59). Essi sono particolarmente
abbondanti in Sud America, soprattutto nelle zone rivierasche dell'Orinoco,
dove avevano attratto l'attenzione di Alexander von Humboldt (60), che non
aveva mancato di osservare che non era certo possibile che fossero opera
delle popolazioni semianimalizzate che abitavano quelle zone.
(Non è chiaro invece cosa si deva pensare di una certa abilità pittorica
presente fino a recentemente in certe popolazioni di infimo livello, tipo i
boscimani [61], gli australiani [62] e, in minor misura, i papuasi [63].
Siccome la pittura è qualcosa che deperisce relativamente in fretta e nella
zona dei Caraibi ci sono ancora delle pitture rupestri in discreto buono
stato [64], c'è da credere che fino a recentemente ci potessero essere anche
in quelle zone degli aborigeni pittori.)
Bernard Pottier (65) suggerisce che alcuni, se non tutti, i petroglifi
dell'Iberoamerica potrebbero essere degli alfabeti di tipo geroglifico.
Questo è senz'alto possibile, ma allo scrivente non consta che ricerche in
riguardo siano state fatte o si stiano facendo. La casistica di altre
misteriose scritture sarà menzionata al Cap. 2 della III parte, in relazione
con le già menzionate (Cap. 2 della I parte) 'isole' di civiltà nella fascia
tropicale.
(1) Wilhelm Schmidt, Ursprung, cit., vol. III.
(2) Rémy Chauvin, Biologie, cit.
(3) Cfr. Silvano Lorenzoni, Religiosità, cit.
(4) Per esempio, Heinrich Driesmans, Mensch, cit.
(5) Cfr. Sigrid Schmidt, Vorstellungen, cit.
(6) Cfr. Wilhelm Schmidt, Ursprung, cit., vol. III; per quel che riguarda la
Nuova Guinea, Alfred Vogel, Papuasi, cit.
(7) Lydia Icke-Schwalbe und Michael Günther, Andamanen, cit.; Wilhelm
Schmidt, Ursprung, cit., vol.III.
(8) Gisela Völger, Tasmanier, cit.
(9) Vittorio di Cesare, Aborigeni, cit.
(10) Mireille Guyot, Mythes, cit.
(11) Paul Schebesta, Urwaldzwergen, cit.
(12) Erich O. J. Westphal, "The linguistic prehistory of Southern Africa",
in "Africa", N. 33, 1963.
(13) Wilhelm Schmidt, Ursprung, cit., vol. IV.
(14) Rémy Chauvin, Biologie, cit.
(15) Wilhelm Schmidt, Ursprung, cit., voll. I - VI; Mario Polia, Indios,
cit.; Gisela Völger, Tasmanier, cit.
(16) George Stow, Native ..., cit.
(17) Eugène Maraia, Burgers, cit.
(18) Sergio Gozzoli sulla rivista "L'uomo libero" (Milano), luglio 1983.
(19) Il romanzo in questione è Notre Dame de Paris.
(20) Henri Charrière, Papillon, Laffont, Paris, 1969.
(21) Cfr. John Baker, Race, cit.; Hans F. K. Günther, Rassengeschichte des
jüdischen Volkes, cit.
(22) Madeleine Giteau, Histoire d'Angkor, Presses Universitaires de France,
Paris, 1974.
(23) Wits Beukes, Suid-Afrika, cit.; ma si consulti anche Robert Gayre,
Origins, cit.
(24) Erich O. J. Westphal, Linguistic ..., cit.
(25) Wilhelm Schmidt, Ursprung, cit., vol. IV; Marion Walsham-Howe, Bushmen,
cit.
(26) Gisela Völger, Tasmanier, cit.
(27) In riguardo, dell'informazione utile può esseree trovata in: Marshall
Sahlins, Âge de pierre, âge d'abondance, Gallimard, Paris, 2000 (originale
1972).
(28) Lo scrivente poté apprendere qualcosa in riguardo durante la sua
presenza nella zona di Perijá, sul confine colombo-venezuelano, nei primi
anni Ottanta. John Baker, Race., cit., da qualche notizia pertinente agli
zulù.
(29) Cfr. l'appena citato Marshall Sahlins, Age, cit.; e poi: Isaac
Schapera, Khoisan, cit.; Jacques et Paule Villeminot, Nouvelle Guinée, cit.;
Alfred Vogel, Papuasi, cit.; Mario Polia, Indios, cit.; Gisela Völger,
Tasmanier, cit.; Vittorio di Cesare, Aborigeni, cit.; ecc. Wilhelm Schmidt
tace sistematicamente su di questo punto, poco confacente a genti appena
uscite dal 'paradiso terrestre'.
(30) John Baker, Race, cit.
(31) Ewald Volhard, Der Kannibalismus, Strecker und Schröder, Stuttgart,
1939.
(32) Fatto appreso dallo scrivente in occasione della sua prima permanenza
in Africa meridioanle, nei primi anni Settanta.
(33) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 2 novembre 2000.
(34) Silvio Waldner, Deformazione, cit.
(35) Wits Beukes, Suid-Afrika, cit.
(36) Del parassita, Friedrich Nietzsche (Also sprach Zarathustra, III parte)
ebbe a scrivere che "... das widrigste Tier von Mensch das ich fand, das
taufte ich Schmarotzer, das wollte nicht lieben und doch von Liebe leben.
[... il più ripugnante degli animali umani che io abbia incontrato è quello
che chiamai parassita, che rifiutava di amare ma che viveva dell'amore
altrui.]".
(37) Silvio Waldner, Deformazione, cit.
(38) Questo, osservato dallo scivente in Sud e Nord America e in Africa, è
fenomeno corrente nelle enclâves di colore adesso incistite anche in Europa.
(39) Cfr., per esemio, Samuel S. Dornan, Pygmies and bushmen of the
Kalahari, Struik, Kaapstad, 1975 (originale 1925).
(40) Cfr. Silvio Waldner, Stati Uniti ..., cit.; Giovanni Sartori e Gianni
Mazzoleni, La terra scoppia, Rizzoli, Milano, 2003.
(41) Generalmente si vede la dizione cargo cult, in onnipresnte gergo
americanese.
(42) Un elenco utile e completo di questi 'culti' parareligiosi nell'area
melanesiana è dato da Friedrich Steinbauer, Melanesische Cargo-Kulte, Delp,
München, 1971.
(43) Cfr. Jacques et Paule Villeminot, Nouvelle Guinée, cit., i quali però
non danno riferimenti bibliografici.
(44) Cesáreo de Armellada, Indios, cit.
(45) Un'interessante notizia su questo argomento, riferentesi alla Nigeria,
fu riportata nel settimanale Deutsche Wochen-Zeitung (München) del14 maggio
1984.
(46) Cfr. Friedrich Steinbauer, Melanesische, cit.
(47) L'argomento del denaro come oggetto magico è stato sviluppato in
dettaglio dallo scrivente nel suo Equilibrio, cit.
(48) Silvano Lorenzoni, "Ricordiamo i nostri padri pagani", trimestrale
"Primordia" (Milano), NN. XV (autunno 1999) e XVI (primavera 2000).
(49) Cfr. Vittorio di Cesare, Aborigeni, cit.
(50) Lo scrivente ebbe occasione, nei primi anni Ottanta, di visitare e di
fotografare un campo di megaliti vicino a Valencia (Venezuela), che non
sembra sia stato segnalato in alcuna pubblicazione scientifica europea.
(51) Cfr. Robert Gayre, Origins, cit.; John Baker, Race, cit.; Wits Beukes,
Suid-Afrika, cit.
(52) Cfr. Paul Hambruch, Die Ruinen von Ponape, De Gruyter, Hamburg, 1911.
(53) In Rhodesia alla fine degli anni Ottanta, in MIcronesia nel 1992.
(54) Alphonse Riesenfeld, Megalithic ..., cit.
(55) Cfr. Alfred Vogel, Papuasi, cit.
(56) In occasione della sua permanenza da quelle parti nei primi anni
Ottanta.
(57) Ester Panetta, Pigmei, cit.
(58) Il già citato Luigi Cocco, nei primi anni Settanta. Il Cocco mandò i
reperti all'Accademia delle Scienze di Caracas (Venezuela), accompagnati da
una lettera nella quale suggeriva che forse gli yanomamo avevano avuto
l'abilità di ceramisti nel passato e che l'avevano poi persa. Gli fu
risposto che la legge del progresso dice che, escluse interferenze esogene
distruttive, delle quali non c'era traccia, il livello tecnico di una data
popolazione può solo progredire, mai regredire; e che perciò egli, per
forza, si sbagliava. I reperti, quasi sicuramente, finirono nell'immondizia.
(59) Gisela Völger, Tasmanier, cit.
(60) Alexander von Humboldt, Viaje, cit.
(61) Cfr. Townley Johnson, Major ..., cit.
(62) Cfr. Vittorio di Cesare, Aborigeni, cit.
(63) Cfr. Jacques et Paule Villeminot, Nouvelle Guinée, cit.
(64) Cfr. Roberto Colantoni (a cura di), Formas del inicio, la pintura
rupestre en Venezuela, Fundación Galería de Arte Nacional, Caracas
(Venezuela), 1992.
(65) Bernard Pottier, América Latina, cit.
CAP. 4 IL SELVAGGIO E LA PSICOPATOLOGIA
4.0 Introduzione
In questo capitolo si prenderà in considerazione un'ulteriore importante
sfaccettatura della problematica sotto esame, e cioé quella delle sue
manifestazioni psicologiche che, a buon diritto, presso le genti civili sono
sempre cadute sotto la sfera d'attenzione della psicopatologia. Prima si
metteranno a fuoco quelle manifestazioni che lo avvicinano ai comportamenti
di quei civili che normalmente sono o dovrebbero essere confinati alle
istituzioni psichiatriche. Dopo (tossicodipendenza compulsiva, deviazioni
sessuali), quelle che più lo avvicinano all'animale. Da una parte, il
selvaggio ha ancora un aggancio con l'umanità normale dalla quale si è
allontanato, dall'altra esso si affaccia sull'animalità, alla quale è
destinato.
4.1 Labilità psicologica del selvaggio e analogia con la schizofrenia
nell'uomo civile
Già nell'anteguerra, il valido etnologo italiano Ernesto De Martino aveva
iniziato una serie di studi, poi condensati in una sua importante opera
pubblicata negli anni Quaranta (1), nella quale metteva a fuoco la
fondamentale labilità psichica dei selvaggi. Se l'umano (e non solo) è un
composto corpo-psiche, e se il corpo è il 'punto fermo' dell'individuazione,
nel selvaggio sussiste continuamente il pericolo sia di 'perdere l'anima'
che dell'irrompere nel proprio sé, snaturandolo, di forze sottili
provenienti dall'esterno. Non esiste quindi una vera personalità ma un
instabile composto sempre sull'orlo della scissione, per cui il corpo può
divenire un vuoto guscio dal quale l'anima è stata risucchiata (fatti
vampirici di origine stregonica [2]) o si è allontanata, per divenire
'abitazione' di ogni sorta di altre presenza sottili (l'anima può 'essere
inghiottita dal mondo' essa può fuggire, ecc.) - per cui, per esempio, il
momento del risveglio è estremamente pericoloso, perché all'anima, che
durante il sonno ha vagato lontano, potrebbe essere precluso il ritorno. -
Nel contempo, il rischio dell'irruzione del 'mondo' (cioé: delle forze
sottili esterne all'individuo) nell'io e del deflusso incontrollato dell'io
nel mondo implica una perdita della percezione obiettiva del medesimo. La
frontiera fra io e non-io è labile e quindi l'individuazione non è
necessariamente un fatto ma una condizione esistenziale che non è di tutti i
tipi umani - essa,per l'evoluzionista De Martino, diviene il risultato di un
processo 'storico'
Il De Martino procede poi a proporre dei paragoni, fatti precedentemente da
acuti psicologi tedeschi dell'Ottocento (Heinrich Storch, Heinz Werner), fra
la mentalità 'primitiva' e quella degli schizofrenici di razze artiche, per
i quali la frontiera fra io e non-io è parimenti labile: lo schizofrenico
teme di perdere sè stesso o di essere invaso psichicamente. Fra i selvaggi
si tratterebbe di una situazione generalizzata, per proteggersi dalla quale
fra di loro esisterebbero metodi 'magici'/stregonici appropriati, gestiti da
stregoni e sciamani; mentre nel mondo civile lo schizofrenico, rimesso a sé
stesso, sviluppa tutta una serie di sintomi demenziali. Degli psicologi
evoluzionisti, sul tipo di Carl Gustav Carus (1831) ed Eugenio Tanzi (1891)
suggerivano che le psicosi, nell'uomo civile, fossero una ripetizione e un
ritorno a un'età 'arcaica' dello sviluppo psichico.
Un'interpretazione involuzionista fu invece data ancora alla fine degli anni
Venti da un autore della cerchia di Julius Evola (3), il quale osservava
che, con riferimento ai selvaggi, non di 'mondo magico' si dovrebbe parlare,
ma di mondo stregonico; e come in quello che fu un essere umano, una volta
arrivato al gradino ultimo della degradazione, si risvegliano, in modo
sinistramente contorto, certe possibilità e sensibilità che, con ben altro
significato, erano state proprie dell'umano superiore.
Se presso l'umanità superiore arcaica, almeno in qualche caso,
l'intercambiabilità fra io e non-io poteva essere messa a profitto, sotto
condizioni controllate, per raggiungere scopi magici (nel senso di controllo
di forze psichiche aliene da parte di una personalità del tutto padrona di
sé stessa, il mago nel senso superiore della parola), quando la padronanza
di sé stessi sia andata perduta si cade nella condizione del selvaggio,
continuamente in pericolo di essere travolto da forme psichiche larvali
sulle quali non ha alcuna padronanza (salvo l'eccezione dello sciamano che -
con esito però incerto - "si porta fino sulla soglia del caos e stringe con
esso un patto"). - Uno stadio intermedio potrebbe essere quello adesso molto
diffuso, per cui la natura è 'pietrificata', aliena. In questo modo l'uomo
moderno si è costruito una difesa contro il 'pericolo per l'anima', ma la
sostanza spirituale racchiusa dentro a questa difesa è debole: e crepe nella
'muraglia', che ci possono sempre essere come conseguenza di curiosità, di
paura o di eccessiva 'pressione' da parte di forze psichiche esterne,
possono portare a forme di alienazione psicologica (4). A produrre 'crepe
nella muraglia' possono certamente contribuire certe tendenze e curiosità
malsane che conducono individui carenti della necessaria qualificazione e
robustezza psichica ad avvicinarsi a culti e a iniziazioni catagogiche
offerte a mani piene da tante neoreligioni contemporanee - qui siamo nel
campo di quella che Oswald Spengler (5) chiama la 'seconda religiosità', la
cui considerazione dettagliata esula dall'ambito di questo testo.
Julius Evola (6) ha dato attenzione a questo argomento, pur senza
svilupparlo in modo molto dettagliato. Nei popoli 'primitivi', al tipo
dell'iniziato nel senso superiore è subentrato quello dello stregone
(degenerazione stregonica e fattucchieristica di quello che era stato la
religione nel senso superiore della parola). Nel loro mondo deve constatarsi
una demonizzazione del simbolo e del mito in una specie di coscienza
notturna. In quello che era contenuto nei bassofondi dell'inconscio
dell'uomo civilizzato e che prorompe nel caso di collassi nevrotici, devesi
riconoscere lo stesso carattere di quei residui psichici che vengono a galla
nel selvaggio - e quindi la legittimità di stabilire paralleli fra il mondo
dei 'primitivi' e quello della psicopatologia. - Lo scrivente (7) suggeriva
che se la psiche dell'uomo civile, sotto condizioni patologiche, è una
'finestra' su quella del selvaggio, la psiche di quest'ultimo, sotto
condizioni patologiche - ma anche, magari, 'normali' - potrebbe essere una
finestra su quella dell'animale.
4.2 Tendenza alla tossicodipendenza e all'alcoolismo
Un fatto poco pubblicizzato in riguardo alla psicopatologia animale è che
moltissime specie - mammiferi, ma anche molluschi e insetti - una volta
scoperto l'allucinogeno , lo cercano con rabbia frenerica e addirittura
autolesionistica, al punto di smettere di mangiare e di causare a sé stessi
danni fisici (8). Questo è del tutto analogo a quanto poté essere il caso
fra selvaggi che, una volta scoperto l'alcool o l'allucinogeno, sviluppano
per esso un'attrazione morbosa e frenetica che raramente trova un riscontro
fra le genti civili. La tendenza all'alcoolismo è documentata per quasi
tutte le genti selvagge, che prima del contatto con gli europei non
conoscevano alcun metodo per ottenere bevande alcooliche per fermentazione
(9).
La tossicodipendenza degli ottentotti grikwa è vividamente descritta da
Eugène Marais (10), il quale colloca esplicitamente questa fenomenologia
nella zona d'ombra fra l'umano e l'animale. Non appena i grikwa ebbero
imparato a fumare il tabacco, svilupparono una dipendenza per la nicotina
frenetica e incomprensibile (per un bianco), al punto di non accontentarsi
di aspirare il fumo ma da acquisire l'abitudine di ingoiarlo, con la
conseguenza che la nicotina, assorbita attraverso la mucosa gastrica,
provocava degli incredibili fenomeni di stordimento, svenimenti e
occasionalmente la morte. "Der aankoms van 'n drankwa by 'n stad het altyd
onbeskryflike tonele als gevolg gehad. Verskeie sterfgevalle was 'n gewone
verskynsel. Wanneer die geld opraak, het die mans hulle gereedskap, waens,
osse, gewere vir drank aangebied. Geen seldsame verskynsel was dit vir ouers
om hul kinders vir drank te verhandel nie ... [L'arrivo in un villaggio di
un carro carico di alcoolici scatenava sempre degli spettacoli incredibili.
Era normale che ci fossero diversi incidenti mortali. Quando il denaro era
finito, essi offrivano i loro utensili, carri, buoi, armi, in cambio di
alcoolici. Non era raro che i genitori offrissero la loro prole a cambio di
bevande alcooliche ...]".
4.3 Psicopatologia sessuale
Julius Evola (11) osservava che nell'uomo superiore il desiderio sessuale
fisico è una trasposizione e traduzione di un desiderio psichico, altrimenti
che fra i selvaggi e fra gli animali. In questi ultimi, attraverso un
processo di demonizzazione non dissimile a quanto accade nel campo religioso
(decadenza della religione nel senso superiore della parola nel
fattucchierismo e nella strgoneria nera), si arriva addirittura a fenomeni
di crudeltà metafisica in certi amplessi di animali e di umani inferiori.
Non è accidentale che la pratica della bestialità sia pandemica nel Sud del
Mondo, dove è vista come qualcosa di assolutamente normale - a differenza
dell'Europa dove essa rientra nella classificazione delle perversioni
sessuali.
Non a caso un torbido nesso psicologico è stato segnalato fra coito e
cannibalismo (12); e il cannibalismo, secondo il già citato Ewald Volhard
(13), è un fenomeno di degradazione. La pratica di straziare il partner
sessuale a coito avvenuto o anche durante l'atto sessuale è vastamente
documentata fra gli artropodi - in modo particolare per la mantide, animale
sacro di boscimani e ottentotti (14), ma lo è anche fra i selvaggi della
fascia tropicale. Pratiche che nel Nord del Mondo hanno portato i loro
esercenti nei manicomi criminali o sul patibolo, nel Sud del Mondo erano e
continuano a essere di ordinaria amministrazione. Dei dettagliati resoconti
per quel che riguarda l'Africa nera sono dati in un eccellente libretto di
Boris De Rachewiltz (15), che ne indicava anche le applicazioni nel campo
del 'politico' (si fa per dire), con il movimento dei Mau-Mau; ma fatti
esattamente paralleli sono documentati, per esmpio, per la Papuasia (16),
mentre utili riferimenti si possono trovare anche nell'appena citato Ewald
Volhard (17).
Eccoci, anche nel campo della sessuaologia, davanti a quell'apertura
sull'animalità che è caratteristica di tutte le manifestazioni psicologiche
del selvaggio.
(1) Ernesto De Martino, Il mondo magico, Einaudi, Torino, 1948.
(2) Cfr. Julius Evola in Ultimi scritti, Controcorrente, Napoli, 1977.
(3) Arvo, in Introduzione, cit., vol II.
(4) Un sintomo della labilità psichica del selvaggio è anche, probabilmente,
la sua tendenza a mentire in modo sistematico, di cui siè già parlato (Cap.
6 della I parte). Julius Evola (Arco, cit.) notava come questo tipo di
comportamento fosse sempre più diffuso presso la "razza dell'uomo sfuggente"
dei nostri giorni.
(5) Oswald Spengler, Untergang, cit.
(6) Julius Evola, Arco, cit.
(7) Silvano Lorenzoni, Religiosità, cit.
(8) Cfr. Giorgio Samorini, Animali che si drogano, Telesterion, Vicenza,
2000.
(9) Lo sfrenato alcoolismo dei fueghini è descritto da Armando Braun
Meléndez, Pequeña historia fueguina e Pequeña historia magallánica, cit.
Mrtin Gusinde (Von gelben ..., cit.) menziona che anche i boscimani
dell'Okawango, una volta arrivati a conoscere l'alcol (per vie traverse -
contatti con negri, ecc.) ne sviluppassero una scomposta dipendenza.
(10) Eugène Marais, Die siel van die aap, in Leon Rousseau, Beste van ...,
cit.
(11) Julius Evola, Metafisica, cit.
(12) Laura Monferdini, Il cannibalismo, Xenia, Milano, 2000.
(13) Ewald Volhard, Kannibalismus, cit.
(14) Cfr. Silvano Lorenzoni, Religiosità, cit.
(15) Boris De Rachewiltz, Sesso magico nell'Africa nera, Basaia, Milano,
1983.
(16) Cfr. Will-Erich Peuckert, Geheimkulten, Olms, Stuttgart, 1988
(originale 1951).
(17) Ewald Volhard, Kannibalismus, cit.
CAP. 5 IL SUD DEL MONDO QUALE NICCHIA PATOLOGICA (1)
5.0 Introduzione
Un'ultima conseguenza dell'allontanamento dall'umano da parte del selvaggio
è la sua cambiata qualità fisiologica, manifestantesi in una particolare
fragilità biolgica. Questo, assieme al suo aprirsi all'animalità
(accompagnato non di rado con la promiscuità con la medesima) ne fa
l'attrattore e il condensatore-principe di tutta una serie di patologie di
origine animale che, nel modo più naturale, usano il selvaggio come tappa
intermedia per raggiungere anche il mondo umano civile (2). L'immigrazione
terzomondiale verso il Nord del Mondo è la cinghia di trasmissione che
trasporta ogni tipo di patologie nel mondo civile, nel quale le metastasi
terzomondiali fungono da centri di irraggiamento secondario per ogni sorta
di malattie, con la conseguenza che anche in Europa e nell'Asia
nord-orientale la situazione sanitaria è sempre peggiore.
La debolezza della struttura fisiologica del selvaggio è, naturalmente, un
fatto al quale si da poca pubblicità ma che, se si osserva con attenzione la
stampa quotidiana, viene continuamente a galla. Gli australiani hanno
un'altissima incidenza di turbe psichiche, di emorragie cerebrali e di
malattie cardiache, e la loro mortalità infantile è 3 volte superiore alla
media nazionale nel continente australiano (3) - questo lo avvicina ai
negri, i quali, secondo uno studio fatto in America, sono particolarmente
soggetti a patologie cardiache, al punto che si stanno adattando i
trattamenti farmaceutici all'appartenenza razziale ("un farmaco riapre il
dibattito sulle razze") (4); e i negri sono più sensibili al dolore che i
bianchi (5). Solo il 4% degli zingari raggiungono il 60º anno e la loro
mortalità infantile è sul 50%, e non certo per mancanza di cure mediche (un
po' come gli australiani, ai quali gli zingari sono razzialmente
imparentati) (6). Anche la donna selvaggia si dimostra più debole di quanto
non lo sia quella europea o nord-est asiatica: il 26% dei casi di ricovero
ospedaliero di extracomunitari in Europa occidentale sono dovuti a
complicazioni di gravidanza e puerperio (7), mentre nel Sud del MOndo
muoiono ogni anno circa 500.000 donne come conseguenza di problemi di
gravidanza e parto, e questo è dovuto solo in parte a deficienze
nell'assistenza medica (8). Fra la popolazione extracomunitaria residente in
Europa, la mortalità infantile è il doppio di quella fra la popolazione
normale, e il tasso di bambini nati morti 3 volte superiore (cfr.
l'Australia) (9).
In Europa occidentale il 50% circa dei posti-letto nelle sezioni ospedaliere
dedicate alle malattie infettive sono occupati da extracomunitari (10); e
questa occupazione dimostra un tasso di crescita del 7 - 8% all'anno (11).
Il rischio di contagio di tubercolosi è, fra gli extracomunitari, 12 volte
superiore (12).
Il 15% degli immigrati extracomunitari (in Italia) sono sieropositivi, a
volere credere alle statistiche ufficiali (13) (ma il 50% delle prostitute e
dei viado [14]); e alla presenza di un numero inflazionato di sieropositivi
si deve l'espandersi del contagio tubercolotico (15). "Gli immigrati vanno
questa è una tipica casistica da AIDS. Ma anche la malaria, le epatiti e le
malattie veneree sono di importazione: il 96% dei casi registrati di queste
ultime sono portate da extracomunitari (17) - il che non ha niente di
strano: nell'Africa nera il 70 - 80% della popolazione è infetta da malattie
veneree (18). - Come introduzione, tanto potrà bastare.
5.1 Concetto di nicchia patologica: il Sud del Mondo quale mega- nicchia
patologica
Nella sociologia medica esiste il concetto di nicchia patologica (19), che
viene a essere un ambiente all'interno del quale una determinata varietà di
agenti patogeni si costituiscono a circolo chiuso, sostenendosi a vicenda e
dando origine a originali simbiosi. L'andamento di una nicchia patologica
obbedisce a leggi di tipo cibernetico sue proprie e può quindi essere
descritto usande le tecniche matematiche che reggono i sistemi a
retroalimentazione positiva e/o negativa. Le comunità omosessuali o di
tossicodipendenti possono costituirsi a nicchie patologiche e di fatto lo
sono diventate, per esempio, in California (America), dove queste
fenomenologie sono state studiate in dettaglio. La California è un luogo
appropriato: a San Francisco i 2/3 della popolazione sono omosessuali e il
resto sadomasochisti (un nuovo virus causa un nuovo tipo di gangrena fra gli
eroinomani di San Francisco, per salvare chi è infetto bisogna amputargli
braccia e gambe [20]). - In Europa, una nuova varietà di nicchia patologica
potrebbe essere l'insieme dei campi nomadi.
Si può generalizzare - non certo eccessivamente - immaginandosi il Sud del
Mondo come una mega-nicchia patologica. Là vegeta una massa pullulante e
risentita, incapace di sopperire ai propri bisogni e che vive solo di
parassitismo e di carità internazionale; ed essa ha anche un bassissimo
livello immunologico. Se questo è in parte dovuto a denutrizione cronica, a
pratiche antiigieniche e a malattie infettive debilitanti endemiche, lo è
soprattutto a una pessima qualità genetica; e qui non ci si riferisce
soltanto al fattore razziale ma anche alla realtà di tare ereditarie
pandemiche. Chi abbia potuto conoscere da vicino il Sud del Mondo (21) si
sarà accorto come là c'è una presenza onnipervadente (oltre che di individui
colpiti da ogni tipo di malattie infettive) di ogni tipo di tarati
congeniti: storpi, ciechi, sordomuti, epilettici, idioti, ecc. - Questa
massa enorme e formicolante a basso livello costituisce sia l'ambiente
ideale nel quale si possono sviluppare epidemie che l'attrattore ideale di
nuovi morbi; tutti destinati adesso all''esportazione' nel Nord del Mondo
attraverso il tramite delle svariate metastasi terzomondiali ivi presenti.
Si passerà subito a fare la disamina di un patologia nuova che da un pezzo
l'AIDS. Poi si farà qualche considerazione su possibili sviluppi futuri,
magari a corta scadenza.
5.2 Patologie contemporanee e future
5.2.1 L'AIDS
Lo sviluppo di questa interessante nuova malattia (in forma epidemica essa
ebbe il suo esordio in Africa orientale verso il 1975 - 1980) è stato
esposto in modo abbastanza completo da Silvio Waldner (22), il quale ne ha
anche indicato la quasi sicura genesi animale. I reperti del Waldner si
fermavano, grosso modo, al 1994; e da allora sono state fatte altre
interessanti ricerche e la malattia, a livello demografico, ha avuto il
tempo di avere effetti statisticamente validi e molto significativi. Non
solo l'AIDS si è diffuso a macchia d'olio per coinvolgere massicciamente
tutto il Sud del Mondo (23), ma, almeno in Africa, sta dimostrabilmente
frenando e anche rovesciando l'andamento demografico. Si incominciano ad
avverare previsioni fatte alla fine degli anni Ottanta dall'analista
statistico sudafricano Keith Edelston (24) in base ai dati e alle tendenze
allora disponibili: l'Edelston aveva previsto un andamento molto più
'sbrigativo' delle dinamiche demografiche di quanto poi sia stato il caso, e
fu tacciato di 'catastrofista' - ma sbagliare una scadenza non significa
sbagliare una tendenza, e su di questo punto l'Edelston aveva perfettamente
ragione.
Prima di entrare in pieno nell'argomento, vale un'osservazione della massima
importanza. Dei recenti risultati (25) sembrano indicare che l'AIDS esisteva
almeno dal 1959 e probabilmente da molto prima ma che fino al 1975 - 1980
doveva essere una malattia estremamente rara. Ciò potrebbe indicare che un
virus potenzialmente patogeno ma generalmente inattivo, come conseguenza,
forse, di una mutazione, si è trasformato in qull'agente aggressivo che
adesso è. La ripetizione di andamenti del genere da parte di altri agenti
patogeni, generalmente virali, già in parte identificati, sarebbero gravidi
di conseguenze - su di ciò si riverrà un po' più avanti.
Dei calcoli realistici indicano che fino al 70 - 80% della popolazione
dell'Africa nera potrebbe essere sieropositiva (26). - E nel mondo islamico,
soprattutto quello semitofono, le cose non sembrerebbero andare in modo
là si muore di AIDS quasi come in Africa centrale, ma le autorità tengono
nascoste tante interessanti statistiche. Questo è il risultato di uno studio
fatto in 22 paesi islamici nel 2002 (27); e qui vale l'osservazione che da
quelle pari la pratica dell'omosessualità è dilagante, un'opportunità
importante di contagio devono essere i pellegrinaggi alla Mecca, ai quali
partecipano, quasi esclusivamente, 'uomini'.
L'India sembrerebbe essere nella stessa condizione in cui era l'Africa verso
il 1980 (28); e comunque lì i casi ufficialmente riconosciuti si sono
raddoppiati dal 2000 al 2001 (29); in Tailandia e in Brasile la situazione è
di tipo 'africano' e la popolazione di colore degli Stati Uniti d'America
(40 - 50% del totale) è largamente sieropositiva (30). Anche la Cina
meridionale sta entrando nel novero delle zone fortemente colpite (31).
Specificamente nell'Africa subsahariana, le fenomenologie sociali e
demografiche causate dall'AIDS hanno avuto tempo di svilupparsi in
profondità e in varietà. In Sud Africa i sieropositivi, nel loro insieme,
costituiscono ormai un 'serbatoio di voti' per i partiti politici che
provano ad accattivarseli facendo loro promesse collettive (un po' come nel
mondo civile, per esempio, i pensionati sono un potenziale serbatoio di voti
per chi sappia fare loro delle opportune promesse). - Il numero di orfani i
cui genitori sono morti di AIDS è tanto grande che i babbuini, stando a
determinati rapporti, si sono messi ad allevarli (32). - In Sud Africa,
negli ultimi 20 anni, l'aspettativa di vita media dei negri è calata di 15 -
20 anni (33); e in una situazione analoga è tutta l'Africa meridionale (e
presumibilmente anche il resto dell'Africa nera) (34). Siccome poi, negli
ultimi tempi, l'AIDS, che inizialmente era stata una malattia
prevalentemente maschile, adesso colpisce le donne più che gli uomini (il
contagio maschio-femmina è più agevole che quello femmina-maschio), si è
arrivati a un'inversione delle proporzioni sessuali nella popolazione: se
prima c'erano più donne, adesso c'è un'eccedenza maschile del 20% (35). La
metà dei degenti negli ospedali sono malati di AIDS (36) e un decesso su 4 è
dovuto a AIDS (37).
Questo si riflette nell'andamento demografico: in Sud Africa c'è crescita
zero dal 2000 (38) e in Swaziland e in Botswana (e presumibilmente in
tantissimi altri luoghi dell'Africa subsahariana) si è registrata una
diminuzione netta della popolazione dallo stesso anno (39).
5.2.2 Patologie in agguato
Il lettore avrà forse notato che ci sono sempre più patologie virali di
origine animale che fanno capolino nel Sud del Mondo dopo che l'agente
patogeno corrispondente (come è stato il caso dell'AIDS) ha fatto il'salto
della specie', dagli animali all'uomo (40). Una gravissima forma di virosi
emorragica, il cosiddetto 'Ebola', si è stabilizzato in Africa dove ha fatto
alcune migliaia di morti negli ultimi 20 anni circa; e la cosiddetta 'febbre
del Nilo' ne ha fatto qualche centinaio in America (41). Anche una varietà
di vaiolo scimmiesco ha fatto il salto della specie in Africa e si è anche
trasferito in America attraverso il commercio degli animali esotici (42). -
Negli ultimi mesi del 2003 sono incominciate le insorgenze della polmonite
virale ('SARS') e dell'influenza aviaria, anche'esse infezioni di origine
animale. Quando si ricordi quanto si è appena detto a proposito dell'AIDS,
queste cose danno certo da pensare. - Un recente e dettagliato studio (43)
ha indicato come ci si possa aspettare un'esplosione di epidemie causate da
nuovi agenti patogeni in un futuro non eccessivamente lontano, i cui
epicentri saranno - naturalmente - l'Africa saubsahariana e l'Asia
sud-orientale. Specificamente, l'Africa è un serbatoio di virosi emorragiche
sul tipo dell'Ebola e di nuove forme di tifo, il Sud-est asiatico (non
esclusa la Cina meridionale) di nuove forme di encefalite virale.
5.3 Patologia demografica del Sud del Mondo e sua probabile implosione
biologica
L'andamento esponenziale (fra il 1950 e il 1990 circa, ma soprattutto negli
anni Sessanta) della crescita numerica delle masse larvali del Sud del Mondo
sembrava prospettare, a corta scadenza, una situazione come quella
pubblicizzata nella locandina di un film di fantascienza negli anni
Cinquanta: "Terra, nove miliardi di abitanti, nessun essere umano" (44).
Invece le cose si potrebbero stare mettendo in modo diverso, e non certo
perché certi tipi umani si possano essere messi a pensare o a ragionare, o
perché abbiano 'capito' che hanno tutto da guadagnare a limitare la loro
sregolata prolificità da roditori (45). Vero è invece (lo ammettono, con
incredibile strazio, anche le agenzie internazionali di monitoraggio
sanitario) che i cambiamenti sono legati a problemi di fertilità dovuti a
malattie veneree e a mortalità infantile dovuta all'AIDS (46); e sempre le
medesime agenzie ci informano, ormai senza mezzi termini, che la crescita
demografica mondiale (cioé: del Sud del Mondo, perché il Nord non fa più
figli) sta calando, che nella seconda metà del XXI secolo ci sarà un declino
nella popolazione e che già nel 2050 essa non sarà di 9,3 miliardi, come si
era prima calcolato, ma (in base alle nuove tendenze) di 'soli' 8,9 miliardi
(47).
Le avvisaglie, comunque, erano incominciate già dalla fine degli anni
Novanta (48), quando fu riportato che nel mondo islamico (che è un ottimo
indicatore di tutto il Sud del Mondo), la natalità era diminuita da 6 - 7
figli per donna nel 1980 a 3,5 nel 1998 e che si prevedeva la crescita zero
(2,1 figli per donna) nel 2025, con una popolazione totale, nel Medio
Oriente, non di 665 ma di 585 milioni (questo, secondo gli articolisti,
dovuto alla "maggiore istruzione della donna"). Ci fu poi un'altra impennata
giornalistica nel 2002 (49), quando fu confermato che l'aumento della
percentuale di vecchi nella popolazione totale non è solo un fenomeno del
Nord del Mondo, ma di portata globale; e il tasso di aumento globale della
popolazione, che era del 2%/anno negli anni Sessanta, è adesso
dell'1,26%/anno, con la tendenza a essere lo 0% nel 2100.
Si potrebbe essere adesso i testimoni delle prime avvisaglie di una
probabile implosione biologica del Sud del Mondo. Nello stesso modo che la
sua esplosione demografica ebbe luogo catastroficamente, una volta che i
fattori scatenanti ebbero preso forza, anche la sua obliterazione potrebbe
avvenire catastroficamente. Non è da escludersi che l'esplosione della
malattia, a livello pandemico e ormai incontrollato, potrebbe metter in moto
le masse larvali e pullulanti della fascia tropicale, ormai composte
interamente o quasi di appestati, di lebbrosi, di sieropositivi
tubercolotici, verso il mondo civile - che ben pochi riuscirebbero a
raggiungere - magari per essere ricevuti a braccia aperte dai soliti
buonisti, se ce ne saranno ancora. Ecco uno scenario alla Jean Raspail (50),
fortemente potenziato. Gli scarsi sopravvissuti dell'estremo Sud forse
sarebbero destinati a divenire gli 'antartici' degli eoni a venire; nel
mondo civile ci si troverà in una situazione non dissimile a quella che poté
essere nel cosiddetto Paleolitico, quando accanto ai resti di un'umanità
civile ci saranno i nuovi neandertaliani, discendenti degli attuali e futuri
extracomunitari (su di questo si riverrà più avanti). Quale possa essere
stato l'origine del neandertaliano europeo arcaico non è dato saperlo, ma
non si può escludere assolutamente che anch'esso fosse un rigurgito della
fascia tropicale.
(1) Buona parte dell'impostazione di questo capitolo segue la traccia di una
conferenza sull'argomento 'sanità' tenuto da Silvio Waldner a Crespano del
Grappa (Treviso) il 26 novembre 1999. La fonte principale di informazione fu
un libro scritto in americano: Laurie Garrett, The coming plague, Penguin,
New York (America), 1995. Trattandosi di un libro americano e diretto a un
pubblico americano, esso consiste per circa il 90% di aneddoti insulsi,
pezzi di cronaca avulsi dall'argomento, barzellette imbecilli e opinioni
strettamente personali dell'autrice. Ma avendo la pazienza di vagliare il
testo (più di 600 pagine) per pescarvi l'informazione utile, vi si possono
trovare molti dati utilizzabili.
(2) Un fatto strano e interessante, che non si sa quale significato possa
avere (ammesso che uno ne abbia), è che fra i boscimani la lebbra è sempre
stata sconosciuta, che pure era ed è una malattia diffusissima fra i bantù
con loro confinanti (e i boscimani sono ed erano ben lontani dal potere
essere classificati come gente 'sana'). Questa notizia era stata appresa
dallo scrivente durante il suo primo soggiorno in Africa meridionale, nei
primi anni Settanta; ma poi è stata confermata da uno studio medico fatto
sugli ultimi boscimani del Kalahari (Richard Lee & Irven DeVore, Kalahari
hunter-gatherers, Harvard University Press, Cambridge [America], 1976).
Anche marion Walsham-Howe (Bushmen ..., cit.) ci informa che la lebbra era
sconosciuta nella zona delle montagne del Drakensberg prima di esservi
introdotta da negri e meticci.
(3) Cfr. il quotidiano "Citizen" (Pretoria) del 15 giugno 1991.
(4) Cfr. il quotidiano "IL Sole 24-ore" (Milano) del 30 luglio 2003.
(5) Cfr. il quotidiano "Il Gazzettino" (Venezia) del 23 aprile 2001.
(6) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 10 agosto 1996.
(7) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) dell'11 aprile 2003.
(8) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 4 dicembre 2002.
(9) Cfr. il quotidiano "Il Giornale di Vicenza" (Vicenza) del 18 novembre
2001.
(10) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 26 maggio 2002.
(11) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) dell'11 aprile 2003.
(12) Cfr. "Il Giornale di Vicenza", cit.
(13) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 24 novembre 2002. Se
queste sono le cifre ufficiali del Ministero italiano della Sanità, c'è da
scommettere che le cifre reali siano almeno il doppio.
(14) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 18 febbraio 2002.
(15) Opuscolo della Federazione italiana contro le malattie polmonari
sociali e la tubercolosi, 1996.
(16) Cfr. il quotidiano "Il Tempo" (Roma) del 10 novembre 2002.
(17) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 22 novembre 1996.
(18) Cfr. Laurie Garrett, Coming ..., cit.
(19) Cfr. Laurie Garrett, Coming ..., cit.
(20) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 22 aprile 1996.
(21) Lo scrivente ha fatto 40 anni fra le due Americhe e l'Africa. Questa
fenomenologia è stata descritta in modo 'ameno' in un breve romanzo di
Emilio Tumminelli, La pietra misteriosa, Campironi, Milano, 1975.
(22) Silvio Waldner, Deformazione, cit.
(23) C'è, molto probabilmente, una correlazione fra il colore scuro della
pelle e la suscettibilità al contagio. Questa ipotesi circolava in Sud
Africa nei primi anni Novanta, ma difficilmente si potrà trovare qualcosa
per iscritto sull'argomento.
(24) Keith Edelston, AIDS, countdown to doomsday, Media House, Johannesburg,
1988. L'Edelston onorò lo scrivente della sua amicizia nei primi anni
Novanta.
(25) Laurie Garrett, Coming ..., cit.; AA.VV. Preventing emerging infectious
deseases, pubblicazione dei Centers for disease control and Prevention,
Atlanta (America), 1998.
(26) Cfr. Silvio Waldner, Deformazione, cit. In questo libro è data anche
una visione d'insieme di quella che ragionevolmente poteva essere la
situazione mondiale del contagio verso il 1994. Il settimanale "Die
Afrikaner" (Pretoria) del 17 - 23 gennaio 2003 ha pubblicato che le cifre
ufficiali di sieropositività in Botswana e in Swaziland sono di quasi il
40%, il che significa che le cifre reali devono rasentare il 100%.
(27) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 1º agosto 2002.
(28) Cfr. il quotidiano "Libero" (MIlano) del 27 giugno 2003.
(29) Cfr. il quotidiano "La Padania" dl 25 aprile 2002.
(30) Laurie Garrett, Coming ..., cit.
(31) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 9 settembre 2000.
(32) Notizia diffusa per radio nell'Africa meridioanle nei primi anni
Novanta; ma cfr. anche Silvio Waldner, Deformazione, cit.
(33) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" (Pretoria) del 12 - 18 luglio 2002.
(34) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" (Pretoria) del 14 - 20 febbraio
1997 e il quotidiano "Il Giornale" (Milano) del 19 marzo 1999.
(35) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" (Pretoria) del 4 - 10 luglio 2003.
(36) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" (Pretoria) del 27 agosto - 2
settembre 1999.
(37) Cfr. il settimanale "The Economist" (London, Inghilterra) del 22
settembre 2001.
(38) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" (Pretoria) del 18 - 24 maggio 2001.
(39) Cfr. il settimanale "Die Afrikaner" del 17 - 23 gennaio 2003.
(40) Di utile consulta è Laurie Garrett, Coming ..., cit.
(41) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del4 luglio 2003.
(42) Cfr. il quotidiano "Libero" (Milano) del 24 agosto 2003.
(43) Cfr. il quotidiano "Libero", cit.
(44) Cfr. Fabio Casagrande Napolin, Ivan Fedrigo e Erik Ursich, Attacco
alieno, Tunnel, Bologna, 1998.
(45) L'esplosione demografica del Sud del Mondo è stata dovuta non soltanto
(e forse non principalmente) alla disponibilità di cure mediche di origine
europea, ma al fatto che con la colonizzazione i selvaggi hanno smesso di
aborto, infanticidio, 'eutanasia', uccisione di vecchi, di infermi e di
invalidi, ecc. Non è neppure vero che adesso quelle genti stiano meglio, dal
punto di vista alimentare, rispetto ai tempi pre-coloniali: la carestia è
divenuta endemica nel Sud del Mondo solo dopo la decolonizzazione,
nell'ultimo mezzo secolo. Cfr. Marshall Sahlins, Age, cit.
(46) Cfr. il quotidiano "Libero" (Milano) del 27 lugio 2003.
(47) Cfr. il quotidiano "Libero" (Milano) cit. e del 1º marzo 2003.
(48) Cfr. il quotidiano "Il Giornale" del 6 marzo 1998; e anche Giovanni
Sartori e Gianni Mazzoleni, Terra, cit., i quali forniscono però dati
qualche volta contraddittori.
(49) Cfr. i quotidiani "La Padania" del 7 aprile 2002 e "Il Corriere della
Sera" del 5 aprile e del 15 luglio 2002.
(50) Jean Raspail, Le camp des saints, tr. it. Il campo dei santi, Ar,
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PARTE III ANDAMENTI METASTORICI E PROIEZIONI
CAP. 1 IL FATTO PSICHICO E L'ANDAMENTO RAZZIALE
1.0 Introduzione
In questo capitolo si prenderanno in considerazione una serie di
fenomenologie che indicano l'interazione, già proposta da Julius Evola
nell'anteguerra, fra il lato psichico e quello somatico degli individui e
delle popolazioni. Qui interviene la dottrina tradizionale della
tripartizione del composto umano di cui si è parlato - e che per sommi capi
è stata descritta - al Cap. 1 della I parte.
1.1 Lo scambio psicofisico
1.1.1 Influenza psicofisica dell'ambiente: Julius Evola
Già nell'anteguerra, Julius Evola (1) affermava che "... la forza
organicamente formativa propria a un'idea di forze emotive ... è dimostrata
da esempi molteplici. Se tutto ciò ha una possibilità reale (in scala
individuale) può benissimo pensarsi a un ripetersi di un processo simile in
scala collettiva", "Una idea, dato che agisca con sufficiente intensità e
continuità in un dato clima storico e in una data collettività, finisce con
il dar luogo a una razza dell'anima e con il persistere dell'azione fa
apparire nelle generazioni che seguono un tipo fisico comune nuovo ... da
considerarsi come una razza nuova" e "Può darsi che determinate razze
dell'anima, in forza di determinate leggi cicliche, facciano riapparizione
in forma nuova operando una specie di selezione nei miscugli con il
risultato di un graduale enuclearsi di tipi razziali che sembrano
effettivamente nuovi".
Queste azioni psichiche possono esserer anagogiche ma anche catagogiche.
Dopo la guerra, lo stesso Julius Evola (2) osservava che "non è azzardato
affermare che il clima democratico è tale da non potere non esercitare, alla
lunga, un'azione in senso regressivo anche sull'uomo come personalità e in
termini sinanco esistenziali" e "la democrazia non è un semplice fatto
politico o sociale, è un clima generale il quale a lungo andare non può non
avere conseguenze regressive sullo stesso piano esistenziale". Con
riferimento alle popolazioni del Nord del Mondo, il lato psicologico della
regressione esistenziale era segnalato dallo stesso Julius Evola (3) quando
parlava della "razza dell'uomo sfuggente", del "terzo sesso", dell'"America
negrizzata" - genti che, dal punto di vista della razza corporea sono ancora
'a posto', prendono ad adottare comportamenti da selvaggio. - Difficile dire
fino a a quando tendenze del genere rimangono ancora irreversibili, esse
comunque innescano immediatamente condotte 'innaturali': si è già suggerito
come il meticciato pandemico potrebbe essere effetto e non solo causa di
degradazione psichica, dando così il via a un catastrofico circolo vizioso.
Cosa si deva intendere per 'democrazia' è argomento estremamente complesso,
che non sarà affrontato in dettaglio in questa sede (4). Sia qui solo
menzionato che si tratta di quel feticcio lessicale (che nessuna sa
esattamente cosa sia) che fa da supporto 'liturgico' all'attuale andazzo
sociopolitico e che si può (approssimativamente) riassumere come
'livellamento verso il basso'. In ogni caso, il fenomeno democratico è
potuto insorgere soltanto come conseguenza dell'affermarsi, in Europa, del
monoteismo, prima religioso e poi laico, di origine ebraica (il
cristianesimo, nelle sue diverse forme, è una variante dell'ebraismo, con il
quale adesso tende a ricombinarsi, come indicano gli andamenti ecclesiastici
cristiani contemporanei). Questo non manca di un suo sinistro significato,
che diverrà più chiaro inquanto segue.
Vale la pena di menzionare qui che anche studiosi ineccepibilmente
'positivi' hanno lasciato e lasciano aperta la possibilità che i fatti
psicologici possano avere un effetto genetico irreversibile, sia sul lato
psicologico che su quello somatico. L'etologo-principe Konrad Lorenz (5)
osservava, con riferimento agli attuali animali domestici, come qualche
millennio di addomesticazione coatta abbia cancellato dalla psiche delle
loro specie ogni ereditario anelito alla libertà. E una nuova scuola
evoluzionistica, quella dei 'coevoluzionisti', sostiene (suffragando
l'affermazione con dati storici) che determinati comportamenti culturali
umani si riflettono sulla genetica anche fisica, e in tempi relativamente
brevi (qualche millennio). Ovviamente si tratta di 'evoluzionisti' che poco
hanno a che vedere con Darwin e con i suoi svariati epigoni.
1.1.2 Origine degli ebrei e realtà di una razza ebraica
Fu sempre Julius Evola (7) a indicare che negli ebrei si doveva vedere una
genuina razza dello spirito, enucleatasi, in ragione dell'azione di
difficilmente descrivibili forze psichiche, da una sostanza umana
particolarmente plurima e caotica, nella quale non mancava un'importante
impronta negroide (8). Secondo Julius Evola (9) "l'elemento semitico, ma poi
soprattutto quello giudaico, rappresenta l'antitesi più precisa (del mondo
europeo), per essere tale elemento una specie di condensatore dei detriti
razziali e spirituali delle varie forze scontratesi nell'arcaico mondo
mediterraneo" e 'quando l'ebreo si modernizzò, il fermento di decomposizione
e di caos prima trattenuto doveva tornare allo stato libero [l'ebraicità
come 'scatola di Pandora' di influenze psichiche catagogiche] e doveva agire
per contagio in senso disgregativo...".
Se la qualità caotica degli ebrei, dal punto di vista della razza del corpo,
fu certamente un fattore catalizzante per quegli sviluppi che poi diedero
origine all'ebraismo storico, è opinione dello scrivente che essa non fu
determinante. Negli ebrei si deve vedere non un qualsiasi raggruppamento
umano del Sud del Mondo come ce ne sono stati e ce ne sono tanti altri, ma
uno colpito da una particolare maledizione (non a caso si poté parlare della
"maledizione di Abramo contro la natura e contro le istituzioni umane"
[10]). Da questa maledizione l'ebraicità fu la prima colpita, e della
medesima essa divenne poi il vettore di diffusione nel mondo civile. Come
fattore innescante e scatenante si ha da vedere una totale cesura con il
sacro, accompagnata da quella sinistra fossilizzazione e poi
ipostatizzazione di un deus otiosus di cui si è già parlato (Cap.2 della II
parte). Non a caso, la fede - che sta all'esperienza esistenziale del sacro
come una protesi sta a un arto vivente -, quale valore religioso, fu ed è
una novità ebraica.
Che a buon diritto si possa parlare di una razza ebraica, non solo dal punto
di vista della razza dello spirito, ma anche dell'anima (carattere, stile) e
del corpo, sembra suffragato da reperti del tutto obiettivi, alcuni di
origine ebraica (11). Già Hans F. K. Günther (12) osservava come gli ebrei,
pure provenienti dalle più disparate origini etniche e razziali, tendessero
ad assomigliarsi fra di loro. Questo è stato confermato da un ebreo,
professore di genetica prima in America e poi in Israele, autore di un
interessante libro sul quale si riverrà anche più avanti (13); il quale
afferma anche che esiste un 'carattere ebraico', agli ebrei caratteristico,
che egli descrive come "abrasive, rude, aggressive and hostile towards other
people [abrasivo, maleducato, aggressivo e ostile verso gli altri]". - Che
gli ebrei costituiscano una vera e propeia razza (dal punto di vista
genetico)è stato proclamato anche da uno studioso israeliano di genetica
comparata (14). Ricerche genetiche portate a termine su ebrei d'Europa,
dello Yemen, dell'India e del Nordafrica hanno rivelato che essi sono (dal
punto di vista genetico) invariabilmente meno diversi fra di loro
(nonostante le loro disparate origine etniche e razziali) che dalle
popolazioni in mezzo alle quali essi si sono incistiti.
1.1.3 L'ecumene semitico-negroide
Avendo appena menzionato le vedute di Julius Evola sui semiti, di cui, in
certo e qual modo, gli ebrei rappresentano la quintessenza, si vuole
arrotondare l'argomento completando il quadro di quell'ecumene
semitico/ebraico-negroide al quale si è già accennato ripetutamente in quel
che precede di questo testo - nè queste osservazioni saranno senza interesse
per l'interpretazione delle casistiche che saranno considderate nel capitolo
prossimo. Molte delle manifestazioni ebraiche sono nettamente negroidi (e
viceversa); e con il tramite dell'ebraismo (e di quella sua propaggine che è
il cristianesimo nelle sue diverse forme) esse sono venute a intorbidare la
psiche dei popoli civili.
Nel campo della storia comparata delle religioni, i semiti, assieme ai
negri, costituiscono l'unico insieme umano nel quale manchi lo sciamanismo.
Tracce, piuttosto indefinite, di sciamanismo, sono state riscontrate presso
alcune popolazioni negroidi (15), ma è probabile che esse devano essere
attribuite al contatto con i boscimani, che invece conoscevano le pratiche
sciamaniche e i cui sciamani, ancora recentemente, venivano 'contrattati'
dai negri come medici (16). Già questo tratto sarebbe sufficiente per
individuare l'ecumene negro-semitico come qualcosa di omogeneo e
particolare, avulso da tutto il resto della specie umana.
Nella struttura religiosa, la psiche ebraica e quella negroide dimostrano
delle strette affinità. Wits Beukes (17), grande conoscitore dell'Africa
nera, da notizia della quasi identità fra le abitudini veterotestamentarie
riguardo agli sposalizi e quelle bantù; mentre la traduzione della
cosiddetta Bibbia in lingue africane ha risvegliato nei negri un inusitato
interesse per il cosiddetto Vecchio Testamento, dove risultano certe
credenze sul significato dei sogni che sono identiche alle loro (18). - Nel
Talmud sta scritto che il cosiddetto 'decalogo' vale solo per gli ebrei; per
i non-ebrei varrebbero le 'leggi noachiche', ad esso anteriori (19). Una di
queste leggi vieterebbe di mangiare membra di animali ancora vivi, il che
lascia presupporre che quella pratica, un tempo dovesse essere diffusa anche
fra gli ebrei e, in generale, fra i semiti; mentre continuava, e magari
continua ancora, ad esserlo in certe parti dell'Africa nera, per esempio in
Etiopia (20).
In ultima, non c'è alcun dubbio ragionevole che gli ebrei, almeno fino a
tempi recentissimi, usassero, quando potevano, sangue di non-ebrei per
impastare i loro pani azimi (21). Questo sangue se lo procuravano attraverso
assassinio rituale di bambini non-ebrei oppure, più recentemente, anche
trafugando sangue destinato normalmente a trasfusioni, per recapitare il
quale si utlizzavano anche i servizi postali. - nell'Africa nera,
analogamente, l'uso pandemico di parti umane, ottenute per assassinio
soprattutto di bambini, con scopo di rituali stregonici, ha dato origine a
un vasto commercio di membra umane, sia su ordinazione che già pronte nei
mercati dei villaggi (22). Queste casistiche si ripetono dappertutto dove
gli africani 'fanno l'ambiente' - per esempio, nel Nord-est brasiliano, un
medico, proprietario di una clinica privata, uccideva bambini e ne asportava
gli organi per poi venderli a raggruppamenti stregonici per i loro riti
(23).
1.2 La 'minaccia del subumano'
Il 'clima psichico' presente in un dato periodo e in un dato ambiente umano
può anche avere un'azione frenante, sia psicologica che somatica (queste due
componenti del composto umano non vanno mai disgiunte), su quel lato
notturno dell'umano - del quale probabilmente nessuno è del tutto libero -
che è sempre in agguato per traboccare sotto forma di caos, di smania di
distruzione, di abbassamento proprio e altrui quando un principio luminoso
d'ordine venga a mancare. È la casistica magistralmente descritta nel
romanzo Doctor Jekyll and Mister Hyde [Il dott. Jekyll e il sig. Hyde] di un
acuto autore americanofono (24), dove si narra come l'impeccabile dott.
Jekyll, attraverso l'assorbimento di un determinato farmaco, si trasforma
nell'animalesco Hyde, un criminale, per scissione delle due personalità
presenti verosimilmente in ognuno - una civile, l'altra incivile. Alla fine
la trasformazione diviene irreversibile e il dott. Jekyll, davanti alla
prospettiva di diventare permanentemente Hyde, si suicida.
Caduto il principio spirituale superiore che teneva a freno quel 'Hyde' che
sta dietro l'uscio della ragione, sia a livello individuale che collettivo
si manifesteranno comportamenti criminali, selvaggi, animaleschi; e
l'aspetto somatico ne sarà anch'esso inficiato, rivelando connotati
scimmieschi. Ancora negli anni Venti, un valido biologo olandese, Ludwig
Bolk (25), faceva notare che un certo numero di quelle che potremmo chiamare
fattezze pitecoidi, indugiano dentro di noi in condizione latente,
aspettando solo la caduta delle forze che le trattengono per diventare
attuali.
Eccoci davanti alla 'minaccia del subumano' [Die Drohung des Untermenschen],
di cui ha parlato in dettaglio il già citato Heinrich Wolf (26), facendo
spesso riferimento a un autore americanofono, certo Lothrop Stoddard, che
non sembrerebbe carente di una certa qualificazione (lasciando da parte le
sue convinzioni evoluzionistiche, ma da un americano difficilmente ci si
sarebbe potuti aspettare di meglio). "Die Grundhaltung des Untermenschen ist
eine gefühlmässige und natürliche Auflehnung gegen die Kultur überhaupt. Die
Gefühle wechseln nach den Zeitumständen von dumpfer, unvernünftiger
Abneigung zu flammenden Hass und Empòrung ... jeder von uns trägt in sich
einen Untermenschen ... Diese ursprüngliche [sic] Tierheit schlummert in den
edelsten Menschen. [La posizione fondamentale del subumano consiste in un
rifiuto istintivo e naturale di ogni cultura. Questo sentimento cambia, a
seconda delle circostanze e dei tempi, da un rifiuto ottuso e irrazionale a
un odio e a una rivolta infiammata ... ognuno di noi porta in sé un
subumano. Questa animalità originaria [sic] è latente anche nell'uomo più
nobile.]". Anche Johann Wolfgang Goethe parlava dell'animale che sta
acquattato in noi (27).
(1) Julius Evola, Sintesi, cit.
(2) Julius Evola, Arco, cit.
(3) Julius Evola, Arco, cit.
(4) Eimich von Leisingen (Heimat, Carpe Librum, Nove, 2001) ha fatto, entro
certi limiti, il punto dell'argomento. Si consulti anche Silvano Lorenzoni,
Monoteismo, cit.
(5) Konrad Lorenz, Der Abbau des Menschlichen [La destrutturazione
dell'umano], tr. it. Il declino dell'uomo, Mondadori, Milano, 1984.
(6) Cfr. Fabrizio Fratus sul mensile "Orion" (Milano) di dicembre 2003.
(7) Julius Evola, Sintesi, cit.; ma anche Silvio Waldner, Deformazione, cit.
(8) In riguardo, praticamente unica nel suo genere è l'opera di Hans F. K.
Günther, Rassenkunde des jüdischen Volkes, cit. Sotto questo specifico
aspetto, comunque, non sembra che gli ebrei stessero peggio di parecchie
altre popolazioni del Medio Oriente nel II millennio a.C.
(9) Julius Evola, Sintesi, cit.
(10) Stefano Vaj sulla rivista "L'uomo libero" (Milano), N. 51, maggio 2001.
(11) Sia qui menzionato, a titolo di curiosità, che sia Jacques et Paule
Villeminot, Nouvelle Guinée, cit, che Alfrd Vogel, Papuasi, cit., parlano
dell'aspetto ebraico' dei dirigenti e degli stregoni papuasi.
(12) Hans F. K. Günther, Rassenkunde Europas, cit., Rassenkunde des
jüdischen Volkes, cit.
(13) Richard Goodman, genetic disorders among the jewish people, Johns
Hopkins Universitu Press, Baltimore (America), 1991.
(14) Batsheva Bonneé-Tamir, i cui risultati sono stati riportati sul
quotidiano "The Jerusalem post" (Gerusalemme, Israele) del 27 dicembre 1984.
(15) Cfr. Mircea Eliade, Sciamanismo, cit.
(16) Cfr. Richard Lee & Irven DeVore, Kalahari, cit.
(17) Wits Beukes, Suid-Afrika, cit.
(18) Cfr. Jack Thompson in Massimo Introvigne (a cura di), Le nuove
rivelazioni, LDC, Torino, 1991.
(19) Cfr., per esempio, Gian Pio Mattogno, L'antigiudaismo nell'Antichità
classica, Ar, Padova, 2002; e anche Maurizio Blondet, Chi comanda in
America, Effedieffe, Milano, 2002.
(20) Questa notizia è riportata in Carlos Rangel, El tercermundismo, Monte
Avila, Caracas (Venezuela), 1982.
(21) Cfr. Albert Monniot, Le crime rituel chez les juifs, Pierre Téqui,
Paris, 1914 e anche Julius Streicher sul mensile "Der Stürmer" (Nürnberg),
maggio 1934. Una traduzione spagnola combinata di questi due testi è stata
pubblicata con il titolo di Los crímenes rituales, ?una patraña antisemita?,
Milicia, Buenos Aires, 1976. Cfr. anche Eustace Mullins, New history of the
Jews, International institute for jewish studies, Staunton (America), 1978.
(22) Cfr. Sivio Waldner, Stati Uniti ..., cit. e anche il quotidiano "Il
Giornale" (Milano) del6 ottobre 1999.
(23) Cfr. il quotidiano "La Padania" (Milano) del 2 febbraio 2001.
(24) Robert Louis Stevenson, Dr. Jekyll and Mr. Hyde, tr. sp. Anaya, Madrid,
1981 (originale 1886).
(25) Citato da Giouseppe Sermonti, Luna, cit.
(26) Heinrich Wolf, Weltgeschichte der Revolutionen und das Recht des
Widerstandes, Weicher, Berlin/Leipzig, 1938.
(27) Citato da Peter Johann Eckermann, Gespräche, cit.
CAP. 2 INVOLUZIONE AUTOGENA ED ETEROGENA
2.1 Andamento storico della distribuzione razziale. I pigmei quali 'decaduti
puri', gli altri selvaggi insorti per meticciato
Si riprendono degli argomenti già sfiorati al Cap. 1 della I parte, per
esaminare il problema di quale possa essere stato l'andamento storico della
distribuzione delle razze.
Si è già menzionato come Carleton Coon (1) indicasse che nel pigmeo
(africano) ha da vedersi il 'vero' negro, mentre le altre stirpi
subsahariane sarebbero il risultato del meticciato di questo 'negro
primordiale' con elementi europidi (e, secondo sempre il Coon, anche
boscimaneschi) ad esso fisicamente e culturalmente superiori. Questo, sembra
essere confermato dalla paleontologia umana. Pierre Bertaux (2) ci informa
che le razze negre non sono molto antiche e che i primi reperti negroidi,
provenienti dal Neolitico antico del bordo meridionale del Sahara, sono
pigmei, boscimani, mediterranei ed 'etiopi', questi ultimi di "tipo misto"
(ma quindi non misto di negro con qualcos'altro, visto che negri ancora non
ce n'erano). Vittorio Marcozzi (3) indica che i conosciutissimi due
scheletri della grotta di Grimaldi, trovati nell'Europa mediterrnea, hanno
caratteristiche prevalentemente negroidi ma non sono 'veri negri' (4);
mentre lo scheletro di Asselar (Africa ex-francese) indica un "intermedio
fra l'uomo di Grimaldi e il negro moderno" (è più 'negroide' dell'uomo di
Grimaldi, ma non è ancora del tutto negro). E i numerosi scheletri trovati a
Shukbah-Athlit, in Palestina, sarebbero di "tipo mediterraneo con tendenza a
quello negro" (qui, con ogni probabilità, si ha da vedere dei protosemiti).
In Asia sud-orientale e negli arcipelaghi dell'Indonesia e dell'Oceania - lo
documenta il medesimo Carleton Coon (5) - gli abitanti originali furono i
pigmei, sommersi dopo da altre ondate di popolazione. Sia Vittorio Marcozzi
(6) che Robert Suggs (7) indicano un'importante impronta razziale ainu nelle
popolazioni oceaniche e, in particolare, fra i polinesiani; e moltissimi
antropologi vollero scorgere nell'australiano un ainu 'declassato' (8). In
quelle zone, più tardi, dovete sopraggiungere anche un importante elemento
mongoloide proveniente, in origine, dalla zona 'artica' dell'Asia orientale.
Anche in America si è potuto percepire un elemento ainu nella popolazione
aborigena (9); e in America meridionale si è già visto che ci sono
indicazioni della possibile esistenza, in tempi arcaici, di genti pigmee.
Ogni cosa indicherebbe quindi che, storicamente, il popolamento della fascia
tropicale, quale esso è stato descritto dagli studiosi moderni di etnologia
e di antropologia, può essere ipotizzato come segue. Ci dovevano essere
delle popolazioni pigmee molto diffuse e più numerose di quanto potessero
esserlo le loro vestigia incontrate in tempi storici; nelle quali hanno da
vedersi i 'decaduti puri', residui di genti che, in ragione di degenerazione
psicologica e poi somatica, si sono ridotte in quelle condizioni fisiche e
culturali con il trascorrere di eoni cronologici difficilmente valutabili
(cfr. il Cap. 5 della I parte). Poi, genti provenienti per infiltrazione o
per conquista dal Nord del Mondo, arrivate nei loro territori, diedero
origine per meticciato ai tipi selvaggi incontrati e studiati nella fascia
tropicale in tempi storici. E ogni cosa sembrerebbe indicare che si trattò
essenzialmente, almeno nelle fasi iniziali, di mediterranei (cioé: genti
appartenenti al ramo mediterraneo/occidentale della razza europide) per quel
che riguarda l'Africa e l'Asia occidentale; di ainu per quel che riguarda
l'Asia orientale, l'Oceania e forse le Americhe.
Gli antartidi hanno probabilmente da essere visti come residui, ormai sul
bordo dell'estinzione naturale, di prodotti di meticciato enormemente
arcaici, sul conto dei quali difficilmente si possono fare ipotesi.
2.2 Mediterranei e ainu
Avendo indicato come i mediterranei e gli ainu potrebbero essere stati le
componenti 'superiori' che, per meticciato con quelle 'inferiori' pigmoidi
hanno dato origine al mondo selvaggio quale noi lo conosciamo; vale la pena
di soffermarsi sull'argomento della natura di questi due tipi umani, dal
punto di vista culturale e storico. Non si scorge in essi alcun tratto di
inabilità intellettuale: dotati di acuta intelligenza, gli uni sono venuti a
formare parte della popolazione europea - in certe zone essi sono
preponderanti - e gli altri fanno parte importante della sostanza razziale
dei giapponesi, senza che questi ne abbiano risentito minimamente dal punto
di vista intellettuale. In compenso in ambedue si possono forse scorgere dei
caratteri di 'stanchezza', di lunarità, che da alle loro manifestazioni
culturali un'aura di crepuscolarità. Inoltre, non sembra che questi tipi
umani abbiano mai visto nel meticciato un fatto particolarmente esiziale, a
differenza di quanto poté essere il caso, fino a tempi recenti, di altri
tipi europidi e mongoloidi. - Questa loro 'fragilità' sembra essere
confermata dal fatto che le loro lingue e le loro specificità culturali,
salvo sopravvivenze sotterranee e sincretistiche, nonché le loro strutture
politiche, ebbero la tendenza a sfasciarsi irreversibilmente sotto spinte
esterne anche apparentemente lievi. Gli ultimi ainu ancora riconoscibili
come tali - Giappone settentrionale e isola di Sachalin -, già prima del
loro assorbimento da parte della popolazione giapponese, erano stati
acquisiti, culturalmente e linguisticamente, dall'ecumene
nord-est-siberiano: non c'è traccia di quella che pure dovette essere una
loro propria forma culturale e linguistica. Qualcosa di analogo toccò ai
mediterranei, sui quali ci si dilungherà subito.
Il tipo mediterraneo fu la sostanza genetica portante di quell'affascinante
e crepuscolare 'mondo indo-mediterraneo' che si estendeva dalle Colonne
d'Ercole all'Indo, identificato da vittore Pisani (10) ancora
nell'anteguerra e poi studiato in dettaglio, nella sua parte europea
centrata nei Balcani, da quella brillante archeologa che fu Marija Gimbutas
(11). Esso era caratterizzato da tratti culturali specifici (12) e in esso
venivano parlate lingue appartenenti a una superfamiglia parimenti specifica
alla quale appartennero le lingue iberiche e liguri, l'etrusco, il pelasgo
della Grecia pre-ellenica, svariate lingue dell'Asia Minore, il sumero,
l'elamita dell'Iran e il harappiano dell'Indo (del quale le moderne parlate
dravidiche sono un residuo) (13). E civiltà mediterranee, tutte lunari e
crepuscolari, furono quelle dei megaliti, quella arcaica dei Balcani, quelle
egizia, sumera, elamita, harappiana, spesso rivelatesi come centri statici
di civiltà in un contesto di popolazioni selvagge (principalmente quella
harappiana) (14). Esse furono tutte travolte facilmente dagli indoeuropei.
Qualcosa di analogo si può osservare per le civiltà americane e per quella
polinesiana, anch'esse civiltà di alto livello ma di estrema fragilità (si è
già menzionato che questo era stato osservato da Julius Evola [15]) e che
furono travolte con estrema facilità e in modo irreversibile dalla
colonizzazione europea. Si può ipotizzare che esse avessero l'ainu come
'sostanza genetica portante', almeno per quel che riguarda le loro classi
dirigenti.
Ma fra ainu e mediterranei si possono forse rintracciare delle continuità
culturali, soprattutto dallo studio di alfabeti arcaici e misteriosi. Una
difficoltà, viceversa, potrebbe essere posta dalla spiccata solarità delle
religioni americane, di contro alla lunarità mediterranea. (Se invece nei
facitori di megaliti in Melanesia [16] si vogliono vedere degli ainu o degli
ainu-mongoloidi, il loro culto del serpente avvicinerebbe queste genti ai
mediterranei.)
Nell'Europa del VII - VI millennio a.C. erano generalizzati una notevole
quantità di alfabeti, imparentati fra di loro e non ancora decifrati, usati
dai costruttori di megaliti e dalla civiltà dei Balcani, con propaggini in
Asia minore e nel Medio Oriente (è probabile che la scrittura cuneiforme
sumera derivasse da questo tipo di grafie; e quindi anche le lettere
fenicie) (17); e al medesimo filone appartenne la scrittura dell'Indo (18).
(Si tratta di un tipo di scrittura cosiddetto 'nucleare', completamente
diversa da ogni altra già interpretata, sia essa fonetica o geroglifica.) -
Dei parallelismi perfetti sono stati trovati fra la scrittura dell'Indo e
quella polinesiana, parimenti non ancora decifrata (19). In Polinesia, fino
al secolo XIX, c'era una scrittura generalizzata, appannaggio di una classe
sacerdotale che la utilizzava per testi liturgici, e che andò perduta con la
scomparsa di quella classe come conseguenza della colonizzazione e del
missionarismo monoteista, confessionale e laico (20). La sua varietà più
conosciuta è il rongo-rongo dell'Isola di Pasqua (21), della quale rimangono
le tracce più abbondanti, su legno, in quanto là essa fu usata fino a più
tardi. Nel resto degli arcipelaghi, le iscrizioni su foglie di palma sono
andate quasi interamente perdute.
È quindi tutt'altro che fuori luogo ipotizzare una continuità culturale e
quindi anche razziale fra il Mediterraneo arcaico e l'Oceano Pacifico,
attraverso il tramite dell'Asia meridionale. - Difficile invece fare ipotesi
per quel che riguarda le Americhe. In Perù (ma anche nella Colombia
meridionale), fino al secolo XVI fu usata la scrittura a corde annodate , i
cosiddetti quipu (22); ma secondo una tradizione orale peruviana essi
avrebbero sostituito, in un in un imprecisato ma remoto passato, un'altra
scrittura, ancora più arcaica, sul conto della quale la tradizione ha poco
da dire, salvo che era scritta su un qualche tipo di pergamena. Anche gli
irochesi dell'America settentrionale usavano una 'scrittura' tipo quipu, a
base di rosari di conchiglie multicolori. E ci sarebbe dell'evidenza che
delle scritture del genere erano in uso in Messico (prima dell'adozione
della scrittura geroglifica) e, nel IV - III millennio a.C., anche in
Polinesia, in Bengala, in Cina, in Mongolia e perfino in Tibet (dove, nel
VII secolo d.C. esse furono abbandonate in favore dell'alfabeto sanscrito).
Come si vede, un'interpretazione non stereotipa - da establishment - dei
fatti empirici non solo rivela un panorama del tutto nuovo sull'andamento
cronologico della preistoria e della protostoria; ma potrebbe anche aprire
degli affascinanti nuovi campi di ricerca che a tutt'oggi sono praticamente
vergini.
2.3 Gli indoeuropei e la 'razza nordica'
Si è già parlato degli indoeuropei (o indogermani) come dell'ultima
manifestazione della 'luce del Nord' (23). La loro provenienza artica
(dedotta, già agli inizi del Novecento, dal tedesco Krause e dall'indiano
Tilak sulla base delle indicazioni astronomiche date dalle loro tradizioni
religiose) è perfettamente assodata. La Russia meridionale fu un loro centro
secondario di irraggiamento, come lo fu più tardi l'Europa nord-occidentale
(né si può escludere che, in parte, l'Europa settentrionale sia stata da
loro raggiunta direttamente dall'Artide [24]).
Una determinata corrente di pensiero, che fu predominante nell'anteguerra,
della quale il principale esponente fu Hans F. K. Günther, identificava
senz'altro la popolazione indoeuropea con la 'razza' nordica (ma sarebbe
stato e sarebbe più esatto dire: il tipo nordico della razza europide),
passando poi alla conclusione che ancora adesso il tipo nordico sarebbe
'l'umano per eccellenza'. Questo, non nel senso di una superiore
intelligenza (differenze di 'quoziente intellettivo' non ne sono state
riscontrate, né allora né adesso, fra i principali tipi genetici europidi o
nord-est asiatici, né il Günther suggerì mai niente del genere), ma in
ragione di certe proprietà caratteriali che renderebbero il tipo nordico
(identificato con quello indoeuropeo), nel modo più naturale, un signore e
un dominatore. - L'identificazione in questione era (ed è) per lo meno
esagerata; ma è assodato che il tipo nordico doveva essere molto frequente,
se non proprio predominante, fra gli indoeuropei arcaici e predominante, se
non proprio esclusivo, nelle loro classi dirigenti. Ne segue che la
percentuale di sangue indoeuropeo in una determinata popolazione doveva (e
deve) essere strettamente correlazionata alla proporzione di elementi
nordici in essa riscontrabile, concentrati prevalentemente nelle sue classi
dirigenti. Quando lo studioso-principe della fenomenologia storica della
deindoeuropeizzazione - in Europa meridionale e in Asia, accompagnata dal
riemergere del substrato pre-indoeuropeo inizialmente sottomesso -, Hans F.
K. Günther (25), prende come indicatore di questa tendenza la diminuzione
della percentuale di individui di tipo nordico, egli adotta un'ipotesi di
lavoro sicuramente valida.
Le cose, però, si potrebbero essere messe altrimenti nei tempi
contemporanei/moderni. Già negli anni Trenta Julius Evola (26) osservava che
i popoli nordici contemporanei "presentavano qualità fisiche, di carattere,
di coraggio, di resistenza ... ma atrofia dal lato spirituale" (27), per poi
soggiungere che la facilità con cui quelle popolazioni avevano accettato il
cristianesimo prima e il protestantesimo dopo non deponeva certo a loro
favore - e difatti, fatta la splendida eccezione dei sassoni, le genti
germaniche (le più nordiche esistenti) resistettero alla cristianizzazione
molto meno che certe popolazioni delle Alpi o del Baltico, che sangue
nordico ne avevano meno. (Quanto al protestantesimo, per dovere di
esattezza, va fatta la puntualizzazione che il mondo nordico per
eccellenza - la Germania settentrionale e la Scandinavia meridionale - si
fermò al luteranesimo. Portatore del calvinismo - la forma finale del
protestantesimo - fu piuttosto quel tipo misto mediterraneo-nordico, con
netta predominanza del tipo mediterraneo, che fa la base della popolazione
dell'isola inglese.)
Già ai tempi suoi, Hans F. K. Günther era stato contestato, in certe sue
conclusioni, da altri studiosi tedeschi che avevano indicato come, in
Germania, le caratteristiche 'asiatiche' della componente alpina della
popolazione avessero dato alla nazione tedesca delle qualità di stabilità
psicologica che non le furono se non utili (28). E a una conclusione analoga
arrivò, forse suo malgrado, lo stesso Günther (29) riguardo ai romani
prischi (un misto 2/3 nordico, 1/3 alpino), ai quali la componente alpina
avrebbe dato una tempra di stabilità e un'inclinazione all'operosità e alla
sistematicità, abbinata a un forte senso pratico, che se appiattì la loro
mitologia, li rese idonei a successi militari e politici che mai più ebbero
l'uguale.
È probabile che adesso anche le residue genti nordiche, trascinate dal gorgo
della decadenza che è caratteristico dei nostri tempi, abbiano preso la via
del tramonto e che poco possano servire come riferimento per rovesciare il
vedico Kali Juga (fine del ciclo storico-cosmologico). I nordici, o
parzialmente tali, sono addirittura divenuti, forse, un pericolo, in quanto
qualche volta (vedi il mondo americanofono) hanno messo e mettono le loro
residuali qualità animiche (fino a tanto che ancora le avranno) al servizio
dell'accelerazione della decadenza (30).
(1) Carleton Coon, Razas, cit.
(2) Pierre Bertaux, Africa, Feltrinelli, Milano, 1968.
(3) Vittorio Marcozzi, Uomo, cit.
(4) Hans F. K. Günther (Rassenkunde Europas, cit.) ipotizzava la
stabilizzazione, ancora dalla preistoria, di una sacca negroide o
protonegroide nel Sud del Portogallo. Questa ipotesi, pure plausibile, è
ancora da dimostrare.
(5) Carleton Coo, Razas, cit. e anche Giorgio Melis, Mondo malese,
Longanesi, Milano, 1972.
(6) Vittorio Marcozzi, Uomo, cit.
(7) Robert Suggs, Island ..., cit.
(8) Per esempio, Heinrich Driesmans, Mensch, cit.
(9) Cfr. Vittorio Marcozzi, Uomo, cit.
(10) Vittore Pisani, L'unità culturale indo-mediterranea anteriore
all'avvento di semiti e indoeuropei, Scritti in onore di Alfredo Trombetti,
Torino, 1938.
(11) Marija Gimbutas Old Europe in "Journal of indo-european studies" I,
1973 e Il linguaggio della dea, Neri Pozza, Vicenza, 1997 (originale 1989).
(12) Per quel che riguarda il lato religioso, di ottima consulta è Alain
Daniélou, Siva et Dionysos, tr. it. Ubaldini, Roma, 1980.
(13) Cfr., per esempio, Carleton Coon, Razas, cit. Secondo questo autore ci
sarebbero delle convergenze fra le lingue 'mediterranee' (per quel che se ne
può ancora sapere) e quelle caucasiane/alarodiche (georgiano ecc., ma anche
basco). Se questo fosse vero, si potrebbero ipotizzare anche analogie
razziali a livello arcaico; ma le analogie suggerite dal Coon sono ben
lontane dall'essere dimostrate.
(14) Come un gruppo razziale intellettualmente superiore ma non
eccessivamente aggressivo possa perpetuarsi in ambiente degradato può forse
essere esemplificato da due casi tratti da quello che adesso è il mondo
islamico. Nei paesi del Medio Oriente, un tempo mediterranei e poi
semitizzati, rimangono delle minoranze cristiane che hanno caparbiamente
rifiutato l'islamizzazione (l'islam è una forma particolarmente involuta di
monoteismo) e che sono l'unica parte di quelle popolazioni che 'serva a
qualcosa' (circa 10% in Siria, quasi 20% in Mesopotamia, 50% nel Libano, 5 -
10% in Egitto). C'è da credere che si tratti della parte razzialmente meno
semitizzata della popolazione. - In Algeria e in Marocco forse il 10 - 12%
della popolazione, arroccata nella parte più alta dell'Atlante, pure ormai
islamizzata, ha rifiutato l'arabizzazione. Questi discendenti, ancora più o
meno puri, di quella che un tempo doveva essere la popolazione maggioritaria
dell'Africa del Nord, sono, anche lì, gli unici che 'servano a qualcosa'.
(15) Julius Evola, Rivolta, cit.
(16) Cfr. Alphonse Riesenfeld, Magalithic, cit.
(17) Cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, Chroniques des civilisations
disparues, Laffont, Paris, 1976 e anche Harald Haarmann, On the nature of
european civilization and its script, "Studia indogermanica lodziensia"
(Lodz), vol. II, 1998.
(18) Harald Haarmann, cit.
(19) Cfr. Thomas Barthel, Pre-contact writing in Oceania, in Thomas Sebeok
(a cura di) Current trends in linguistics, vol 8 (Oceania), Den Haag-Paris,
1971; Robert von Heine-Geldern, Die Osterinselschrift, in "Orientalischer
Literaturzeitung", N. 37, 1938 e The Easter Island and the Indus Valley
scripts, in "Anthropos", N.33, 1938.
(20) Cfr. Robeert Suggs, Island ..., cit.
(21) L'ipotesi fatta da un autore americanofono, Steven Fischer (Rongorongo,
Clarendon Press, Oxford [Inghilterra], 1997) a proposito della scrittura
pascuana è sufficientemente ridicola per potere essere riportata: i
pascuani, fino ad allora analfabeti, venuti in contatto per la prima volta
con degli europei - spagnoli - nel 1770 e avendoli visti scrivere, avrebbero
intuito al volo che la scrittura aveva delle interessanti possibilità
'magiche' e, sui due piedi, avrebbero proceduto a svilupparne una di
propria.
(22) Cfr. Clara Miccinelli e Carlo Animato, Quipu, ECIG, Genova, 1989.
(23) Sull'argomento, indispensabile è la sintesi di Jean Haudry,
Indoeuropéens, cit.
(24) Cfr. Jean Haudry, Indoeuropéens, cit. e anche Ludwig Kilian, Zum
Ursprung der Indogermanen, Habelt, Bonn, 1983.
(25) Hans F. K. Günther, Rassenkunde Europas, cit.; Lebensgeschichte des
hellenischen Volkes, Franz von Bebenburg, Pähl, 1965; Lebensgeschichte des
römischen Volkes, Franz von Bebenburg, Pähl, 1966.
(26) Julius Evola, Sintesi, cit.
(27) Julius Evola, Rivolta, cit.
(28) Cfr. l'introduzione all'edizione italiana di Rassenkunde Europas, cit.
(29) Hans F. K. Günther, Lebensgeschichte des römischen Volkes, cit.
(30) In riguardo, di utile consulta è Silvio Waldner, Deformazione, cit.
CAP. 3 CASISTICHE CONTEMPORANEE E PROSPETTIVE
3.0 Introduzione
Si chiude con un capitolo nel quale, dopo avere indicato delle casistiche
empiriche contemporanee che si abbinano a quanto descritto negli ultimi due
capitoli, e dopo avere ricordato alcuni andamenti storici che hanno portato
alla condizione contemporanea, si propone uno scenario per il futuro
relativamente prossimo che, per quanto ovviamente ipotetico, è basato sia su
dati fattuali che su di una logica ragionevole. Queste conclusioni
dovrebbero come minimo dare da pensare a ogni lettore che abbia seguito con
attenzione lo svolgersi di questo testo.
3.1 I nuovi pigmei
La tendenza al nanismo è fortissima negli ebrei - così il già citato Richard
goodman (10) -, che in questo modo rivelano la loro qualità intrinseca di
genti del tutto particolari. Ci sono due malattie ereditarie che portano al
nanismo, delle quali una (la disautonomia familiare) è esclusivamente
ebraica; l'altra (il sindrome di Bloom), lo è quasi esclusivamente. Non a
caso la prevalenza di 'nani' - 'pigmei' - fu notata da tutti coloro che
conobbero zone urbane ('ghetti') abitate maggioritariamente o esclusivamente
da ebrei.
Se la tendenza al nanismo - alla pigmeizzazione - è un fatto particolarmente
attinente al nostro assunto vale però la pena di ricordare che essa non è
l'unica fenomenologia degenerativa specifica che colpisce gli ebrei. Il
Goodman identifica 132 malattie genetiche che sono molto più prevalenti fra
gli ebrei che fra i non-ebrei e, di queste, 20 colpiscono soprattutto i
sefarditi (gli ebrei di 'più vecchia data', vedi più avanti). L'80% dei casi
conosciuti di degenerazione spugnosa dell'encefalo si danno in ebrei
aschenazi ('neoebrei') e il 90% dei casi della malattia di Tay-Sachs (che
porta alla cecità) sono rilevati su soggetti ebrei. (C'è una sola afflizione
ereditaria che sia specifica della razza negroide, l'anemia falciforme; non
se ne conosce alcuna che sia specifica di alcuna altra razza.)
Anche le psicosi involutive, la schizofrenia e la depressione maniacale sono
molto più frequenti fra gli ebrei che fra i non-ebrei. C'è da credere che
anche le deviazioni sessuali siano più frequenti fra gli ebrei che fra i
non-ebrei, anche se il Goodman non si sofferma su di questo dettaglio. La
morbosa e tremebonda attenzione che la Bibbia e il Talmud dedicano a questi
argomenti, oltre a rivelare una mentalità degenerata in chi scrisse quel
lubrico ciarpame, sembrerebbe indicare che si trattava di casistiche
particolarmente frequenti fra gli ebrei, molto di più che fra altri tipi di
popolazioni: a chi abbia lo stomaco forte, si raccomanda la lettura di certi
passi del Talmud (2).
3.2 Ebrei, chazari, calvinisti
Gli ebrei hanno sempre aumentato il loro numero attraverso il missionarismo
(non è vero che gli ebrei non abbiano mai fatto proselitismo, ma il loro
proselitismo fu di tipo diverso da quello fatto da cristiani e musulmani); e
ciò facendo essi dimostrarono sempre un istinto infallibile. Gli individui
o, meglio ancora, le popolazioni che furono e sono convertite all'ebraismo,
prima dimostrano un immediato collasso nell'orientamento metafisico -
quindi, in senso catagogico: perversione della razza dello spirito -,
seguito dalla metamorfosi della psicologia - razza dell'anima -, la quale, a
più lunga scadenza, si riflete nel soma - razza del corpo. Non a caso gli
ebrei, per loro propria ammissione, sono una razza di tipo del tutto
particolare. - A parte un missionarismo capillare che essi esercitarono
ancora dai tempi classici (3) e che non è mai cessato (ma che dal punto di
vista numerico non fu mai particolarmente importante; esso era mirato a
catturare individui che potevano 'fare comodo'), gli ebrei acquistarono
grandi masse di correligionari - e quindi, alla lunga, di 'corazziali' -in
almeno due occasioni: con la conversione dei chazari (VII - VIII secolo
d.C.) e con quella dei calvinisti (a partire dal Cinquecento). (Un terzo
processo di conversione è in atto adesso, un argomento che si sfiorerà un
po' più avanti). - In tutti i casi il tramite dalla normalità all'ebraismo
fu una qualche religione neoebraica: nel caso dei calvinisti, il
cristianesimo, in quello dei chazari è lecito supporre che possa essere
stato l'islam da loro, se non proprio professato, almeno conosciuto.
I chazari furono originariamente una popolazione turcofona stanziata nella
pianura fra il Mar Nero e il Mar Caspio (4). Secondo l'encicopedia giudaica,
l'82% di quelle persone che adesso sono ufficialmente ebrei sono di origine
chazara (questa è la cifra accettata anche da Richard Goodman); mentre
secondo Hans F. K. Günther potrebbero essere più del 90% (5). Quindi, con
l'acquisizione dei chazari, gli ebrei moltiplicarono il loro numero per un
fattore di almeno 5 e forse di 10; e dopo 12 - 13 secoli dalla loro
orientamento metafisico, psicologia, soma.
L'acquisizione dei calvinisti (i 'puritani', come essi vengono detti nel
mondo americanofono) ebbe conseguenze ben più importanti, dal punto di vista
numerico e dal punto di vista storico (6). Che i calvinisti non siano
'cristiani' ma ebrei, già acutamente percepito dall'ecclesiastico spagnolo
Sebastián Castellón (7) alla fine del Cinquecento, fu esplicitato con
dovizia di documentazione e di analisi storica e psicologica da
qull'impareggiabile storico e psicologo del fenomeno capitalista che fu
Werner Sombart (8). Dopo il Sombart, studi come quello di Heinrich Wolf (9)
e uno recentissimo di Romolo Gobbi (10) dimostrano come ormai il calvinista
abbia raggiunto pienamente la seconda tappa, quella psicologica, nella
direzione dell'ebraizzazione totale (quindi, in meno di cinque secoli): la
sua integrazione anche somatica alla razza ebraica è solo questione di
tempo. Per quel che riguarda l'aspetto politico dell'ebraicità reale - e del
'cristianesimo' di facciata - degli indirizzi della superpotenza americana,
di utile consulta sono due agili libretti di Maurizio Blondet e di Franco
Cardini (11). - Calcolando che gli americanofoni possano essere in tutto
circa 400 milioni e che gli ebrei ufficialmente tali, al giorno d'oggi,
possano essere 20 - 25 milioni, con l'acquisizione dei calvinisti essi hanno
moltiplicato la propria consistenza demografica per un fattore di almeno 10
e forse di fino a 20.
Anche se le sue origini furono nella Svizzera francofona, dove qualche
calvinista rimane ancora, e spezzoni di calvinismo ci sono in diversi luoghi
dell'Europa occidentale (Olanda, Francia meridionale, Germania occidentale),
la roccaforte di questo nuovo ebraismo è, ormai da oltre tre secoli, il
mondo americanofono - il che non sorprende, data la qualità involuta di
quegli ambienti, argomento del quale si è già parlato in questo testo. Ciò
avvenne attraverso un tenebroso processo storico - peraltro del tutto
documentato - che incominciò nell'isola inglese già nella seconda metà del
Quattrocento e che trovò il suo coronamento alla fine del Seicento, quando
il mondo americanofono divenne (e continua a essere) il mondo
calvinista/ebraico per eccellenza; e quindi anche il centro delle mene
ebraico-sioniste a livello internazionale, una situazione che ai giorni
nostri permane ed è di inaudita attualità. - Fatte le dovute eccezioni,
nell'americanofono ha sempre da vedersi un calvinista, anche se nominalmente
egli potrà essere 'anglicano', 'cattolico', 'luterano' o magari induista,
buddista, confuciano. Nell'isola inglese i calvinisti esplicitamente tali
sono sì e no il 25% della popolazione, eppure l''Inghilterra' (e le sue
propaggini) è divenuta, con incredibile rapidità a partire dalla fine del
Seicento, il paese calvinista per eccellenza (lasciandosi indietro Olanda,
Svizzera, ecc.). Sono di Heinrich Wolf (12) le affermazioni secondo le quali
"Ohne das Erkenntinis der engen Verbundenheit von Angelsachsentum und
Judentum und Freimauerei kann man die Geschichte der letzten Jahrhunderte
überhaupt nicht verstehen [Quando non si riconosca lo stretto legame fra gli
anglosassoni e gli ebrei e i massoni, non si può assolutamente capire la
storia degli ultimi secoli]" (13) e "Für die Pharisäertum deer Engländer ist
der Ausdruck 'cant' verbreitet ... er sei die Kunst die Dinge scheinen zu
lassen was sie nicht sind [C'è un termine specifico, cant, che è divenuto di
uso corrente per indicare il fariseismo inglese ... si tratta dell'arte di
far vedere le cose quali esse non sono]". La tipica - e specifica -
ipocrisia degli americanofoni, attraverso la quale affiora la loro
ebraicità, è stata descritta in modo eccellente da Hans Hartmann (14); e
un'autrice americanofona, Nesta Webster (15) descrive in modo dettagliato e
quasi allucinante l'ebraizzazione palese e galoppante della società
londinese a cavallo fra i secoli XVII e XVIII: è da allora che incomincia in
pieno la storia collettivamente criminale delle genti americanofone.
Adesso si potrebbe essere spettatori di un ulteriore balzo n avanti
dell'ebraismo. La tendenza è che le chiese cristiane vogliano disfarsi di
quelle residue incrostazioni europee che le rendevano, appunto 'cristiane'
per cercare di ricongiungersi con la loro antica radice giudaica. Dei nuovi
calvinismi (che si etichettano 'luterani', 'cattolici', ecc.) sono in
gestazione in tutte le terre cristianizzate.
Se l'ebraismo porta al nanismo - possibilità indicata all'inizio di questo
capitolo - ecco il vivaio, su scala globale e per gli eoni cronologici
futuri, dei nuovi pigmei.
3.3 Confronto fra il mondo preistorico e quello contemporaneo: uno scenario
possibile
Si conclude prospettando un possibile scenario storico-futurologico per un
futuro che potrebbe essere anche abbastanza vicino - senza scapto di quella
'relatività del tempo' di cui si è paralto al Cap. 5 della I parte: a chi
volesse approfondire, raccomandiamo qualche altraopera dello scrivente (16).
Ci si limiterà alla considerazione dello spazio geografico europeo, ma
qualcosa di strettamente analogo dovrebbe essere valido anche per quello
nord-est asiatico.
C'è almeno un parallelo evidente fra l'Europa contemporanea e quella che ci
viene prospettata dal record fossile: se in un antico passato essa era zeppa
di neandertaliani, adesso è stipata di extracomunitari. Un'ovvia
estrapolazione è che, siccome costoro sono di 'religione' musulmana, se
negli ebrei si hanno da vedere i futuri pigmei nei musullmani si hanno da
vedere, in linea generica, i neandertaliani del futuro.
Ci si trova davanti a due decorsi storici paralleli che si avvereranno in
modo più o meno simultaneo: (a) lo sgretolamento del complesso sociale ed
economico delle terre ancora civili come conseguenza, in massima parte,
della diminuzione implosiva della popolazione capace di 'fare qualcosa' che
seguirà il corrispondente invecchiamento e denatalità; (b) quando mancherà
un sistema sociale funzionale e organizzato da parassitare, è probabile che
anche il numero degli extracomunitari in Europa diminuirebbe in fretta, per
fame e per malattie, ma non prima che essi non avessero potuto causare
ingenti danni.
Ci si può prospettare una situazione nella quale delle isole, più o meno
organizzate, di civiltà rimarrebbero a macchia di leopardo - o anche
collegate fra di loro per formare reti - mantenute in esistenza da quel che
rimanesse di popolazioni razzialmente valide o comunque non inficiate da un
livello di meticciato sufficiente per obliterare al completo le loro
capacità. Esse costituirebbero delle nuove civiltà, di tipo residuale e
crepuscolare, che non mancherebbero forse di analogie con quelle che ci
furono in Europa ai tempi dell'inabissamento dell'Atlantide' - sul tipo di
quella dei megaliti o dei Balcani -, le quali comunque offrivano alle loro
popolazioni una buona qualità di vita e un valido livello culturale. - In
parallelo, ci sarebbero i nuovi 'neandertaliani' che, completamente incapaci
di altro, eserciterebbero un'economia parassitaria di tipo criminale ai
danni di chi ancora lavorasse e producesse, contrassegnata anche
probabilmente da quell'obbligato cannibalismo che contrassegna l'economia di
quasi tutti i selvaggi e che si svilupperebbe ai danni di persone indifese,
soprattutto bambini, della popolazione civile. I neandertaliani, almeno
inizialmente, godrebbero dell'appoggio organizzativo di quel che potesse
rimanere di raggruppamenti politici di sinistra o di chiese cristiane;
mentre sarebbero contrastati da squadre armate ('eserciti') di protezione
delle genti europidi civili. Queste squadre, ogni tanto, andrebbero anche a
cercarli e a stanarli nei loro covi e nascondigli. Una situazione del genere
si incomincia a profilare già adesso, soprattutto in Francia ma anche nel
resto dell'Europa: si assiste allo spostamento delle frontiere verso
l'interno, con la consolidazione di enclâves etniche e razziali
extraterritoriali dove gli extracomunitari la fanno da padroni (17). - Alla
lunga, comunque, anche i nuovi neandertaliani andrebbero incontro
all'estinzione.
Come conseguenza del riscaldamento globale (18) c'è da ipotizzare un certo
spostamento verso l'Artide delle popolazioni civili - e, inizialmente,
probabilmente anche dal loro codazzo di parassiti obbligatori
neoneandertaliani. E nell'Artide, in ragione della sua qualità
antropogenica, ci si può aspettare che insorga il nuovo tipo umano
superiore - forse, in base alle leggi di scambio spirito-anima-corpo di cui
si è parlato al Cap. 1 di questa III parte, per quintessenziazione in senso
anagogico della sostanza umana civile ancora esisitente.
(1) Richard Goodman, Genetic ..., cit.
(2) Iustinus Bonaventura Pranaitis, El Talmud desenmascarado, Milicia,
Buenos Aires, 1976 (originale 1892). Il Pranaitis, ex-rabbino, appunto
perché 'smascherò' il Talmud, fu assassinato dai bolscevichi subito dopo lo
scatenamento della Rivoluzione Russa.
(3) Cfr. Gian Pio Mattogno, Antigiudaismo, cit.
(4) Sui chazari, cfr. Hans F. K. Günther, Rassenkunde des jüdischen Volkes,
cit. e anche Maurizio Blondet, I fanatici dell'Apocalisse, Il Cerchio,
Rimini, 1995.
(5) Hans F. K. Günther, Rassenkunde des jüdischen Volkes, cit.
(6) I calvinisti non si dichiarano apertamente ed esplicitamente ebrei
perché, facendo finta di essere 'cristiani', possono portare avanti i loro
piani più comodamente e con minore rischio.
(7) Citato da Georges Batault, Aspetti della questione giudaica, Ar, Padova,
1983 (originale 1921).
(8) Werner Sombart, Der Bourgeois, Duncker und Humblot, München/Leipzig,
1923 (originale 1913).
(9) Heinrich Wolf, Weltgeschichte, cit.
(10) Romolo Gobbi, America contro Europa, M&B, Milano, 2002.
(11) Maurizio Blondet, Chi comanda in America, Effedieffe, Milano, 2002;
Franco Cardini, Astrea e i Titani, Laterza, Roma/Bari, 2003.
(12) Heinrich Wolf, Weltgeschichte, cit.
(13) Citato anche da Julius Evola, Mito, cit.
(14) Hans Hartmann, Cant, die englische Art der Heuchelei, Junker und
Dünnhaupt, Berlin, 1940.
(15) Nesta Webster, Secret societies and subversive movements, Christian
book of America, Hawthorne (America), senza data di pubblicazione (anni
Ottanta) (originale 1924).
(16) Silvano Lornzoni, Monoteismo, cit.; Equilibrio, cit.
(17) Questo è stato illustrato in un rcente opuscolo (settembre 2002) di uno
dei pochissimi partiti politici in Europa che vedano le cose con obiettività
e che dicano la verità.
(18) Su questo argomento, cfr. Silvio Waldner, Deformazione, cit. e anche
Silvano Lorenzoni, Equilibrio, cit. Ci si può aspettare un cambiamento
profondo, a corta scadenza, di tutta la biosfera. Un recente rapporto
scientifico, insabbiato dal governo americano (ma menzionato in un
trafiletto del quotidiano "Il Giornle" [Milano] del 20 giugno 2003), prevede
che entro il prossimo secolo si potrebbero estinguere il 95% delle specie,
animali e vegetali.
micr°
2004-08-25 05:23:23 UTC
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"artamano" <***@tin.it> ha scritto nel messaggio:

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