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Mario Ricci "Armando"
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2004-07-06 08:03:59 UTC
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Mario Ricci "Armando"

Mario Ricci nasce a Sassoguidano, frazione di Pavullo nel Frignano il 20
maggio 1908, da Giuseppe e Marianna Bononcini. La sua è una famiglia tipica
della montagna, zona caratterizzata da un'economia prevalentemente agricola,
basata sulla piccola proprietà contadina e sulla mezzadria, e segnata da
consistenti fenomeni d'emigrazione. Dopo la prima guerra mondiale, il padre è
costretto a vendere il podere, trasformandosi in mezzadro. Mario Ricci è
costretto a diversi lavori, come bracciante, carbonaio, boscaiolo e vaccaro,
e solo nel 1920 riesce a conseguire la licenza di terza elementare.

Chiamato alle armi nel 1928, al rientro decide di emigrare, per raggiungere
in Francia il padre e il fratello. Nell'ottobre 1930 raggiunge la Corsica e,
dopo qualche mese, la Francia. Va a vivere a Tolone, dove aderisce al Partito
comunista francese, poi nel 1934 si trasferisce a Nizza, dove è arrestato per
possesso di materiale di propaganda comunista. Si sposta allora a Marsiglia,
dove rimane fino al momento della scelta di recarsi in Spagna, a combattere
in difesa della Repubblica. Il 13 settembre 1936 passa la frontiera e sia
arruola nel Battaglione Garibaldi. Combatte sul fronte di Madrid, dove rimane
anche ferito nel febbraio 1937. Diventa poi commissario politico di un
plotone d'assalto della Brigata Garibaldi, combattendo a Huesca, Brunete, in
Estremadura e sull'Ebro.

Nell'agosto del 1938 rientra in Francia, vivendo clandestino per alcuni mesi.
Il 22 settembre 1939 è arrestato. Tradotto nella fortezza di Tolone, vi
rimane fino alla fine del maggio 1940, per essere poi trasferito nel campo
d'internamento di Vernet. Dopo poco più di un anno decide di rientrare in
Italia: arrestato alla frontiera, è prima incarcerato ad Imperia, poi a
Modena, dove è condannato il 6 novembre 1941 a cinque anni di confino, da
scontare nell'isola di Ventotene.

Dopo la caduta del fascismo è liberato, e il 23 agosto 1943 è a Pavullo.
Immediatamente richiamato alle armi, presso il 36° reggimento di Modena, è
assegnato assieme ad altri antifascisti ad un distaccamento di stanza a
Maranello. La notte dell'8 settembre la caserma viene circondata da un
reparto tedesco, che apre il fuoco uccidendo il comunista novese Demos
Malavasi. Mario Ricci riesce invece a fuggire calandosi da una finestra,
raggiungendo poi la sua Pavullo.

Dopo il crollo dell'8 settembre, l'occupazione nazista e la nascita della
Repubblica sociale italiana, in montagna si formano alcuni gruppi di sbandati
e di montanari che non intendono arruolarsi nell'esercito 'repubblichino'. A
partire da novembre alcuni di questi gruppi - ai quali si aggiunge una
formazione proveniente da Sassuolo - si trasformano in reparti partigiani,
grazie anche all'azione di coordinamento svolta da alcuni esponenti politici
e militari: tra questi Mario Ricci, che da questo momento sarà conosciuto con
il nome di battaglia di Armando. Con il nuovo anno iniziano gli attacchi ai
distaccamenti della Guardia nazionale repubblicana e le azioni per impedire i
rastrellamenti dei renitenti alla leva.

Per tentare di frenare l'espansione della Resistenza in montagna, i fascisti
mettono a segno azioni militari a Pieve di Trebbio, contro una formazione
promossa dal Cln di Modena, mentre i tedeschi compiono una terribile strage a
Monchio, Susano e Costrignano, il 18 marzo 1944, uccidendo 136 persone
inermi. Altri dieci giovani, provenienti dalla formazione di Armando, vengono
fucilati il 29 marzo a Castelfranco Emilia. Dopo un momento di crisi, le
formazioni partigiane riprendono ad attaccare presidi fascisti e colonne
tedesche. Il 5 aprile la formazione di Armando attacca l'aeroporto di
Pavullo, asportando quindici mitragliatrici, e il 10 aprile la caserma della
Gnr di Fanano. Il 28 sostiene un importante combattimento a Monte Penna, poi
partecipa all'assalto al presidio Gnr di Cerredolo, avvenuto il 3 maggio.

Intanto viene costituito il battaglione Ciro Menotti, con Armando comandante
e Osvaldo Poppi, Davide, commissario politico, che unifica tutte le
formazioni presenti in montagna. In vista dei probabili rastrellamenti
fascisti legati alla data dell'amnistia del 25 maggio, vengono compiute
azioni nell'alta Valle del Panaro, attirando qui le forze nemiche, per poi
spostare tutte le formazioni in Val d'Asta, nel Reggiano, dove il battaglione
si trasforma in brigata Ciro Menotti, sempre al comando di Armando. Mario
Ricci già in questa prima fase della lotta partigiana mette in luce una
notevole capacità di comando, e la giusta comprensione delle esigenze della
guerriglia. Coraggioso ma non avventato, non rischia mai inutilmente gli
uomini, e riesce a sfruttare a suo favore la conoscenza del territorio dove
combatte.

La pressione partigiana costringe alla ritirata tutti presidi fascisti della
Valle del Secchia. Il 18 giugno viene conquistata anche Montefiorino: ora i
partigiani controllano una zona di oltre 600 kmq. a cavallo tra le province
di Modena e Regio Emilia, dalla quale è possibile attaccare due importanti
arterie stradali, le statali 12 e 63, di vitale importanza per i tedeschi, e
controllare la centrale idroelettrica di Farneta. Nasce quella che sarà
definita la 'Repubblica partigiana di Montefiorino', la prima zona libera in
Italia dove vengono elette nuove amministrazioni popolari. La nascita della
zona libera attira migliaia di giovani, almeno 4.000, che si arruolano nelle
formazioni partigiane. Nasce il Corpo d'armata centro Emilia, al comando di
Armando, che inquadra questi uomini in sei divisioni.

Dopo una proposta di accordo, rifiutato dal comando partigiano, i tedeschi
operano un esteso attacco contro la zona libera, che inizia il 30 luglio,
utilizzando circa 5.000 uomini, attacco che uno storico ha definito il più
grande combattimento campale della Resistenza italiana. Nonostante l'ordine
immediato di 'filtrare' nello schieramento nemico, alcuni reparti oppongono
per 4-5 giorni un'ostinata resistenza. Tutte le formazioni riescono comunque
a sganciarsi con poche perdite, anche se per la maggioranza dei partigiani si
tratta del battesimo del fuoco, e c'è un'enorme disparità di mezzi ed armi.
Mentre una parte consistente dei partigiani si disperde - ma molti di questi
entrano poi nelle formazioni partigiane della pianura - altri passano nella
Valle del Panaro, dove inizia l'opera di riorganizzazione. Nei primi giorni
di settembre nasce la divisione Modena, sempre al comando di Armando. Non
mancano però le tensioni e le accuse reciproche tra i comandanti, ed anche un
tentativo di esautorare Armando dal comando generale; egli decide di rimanere
nella Valle del Panaro, presso la brigata Gramsci, mentre il resto del
comando si sposta a Montefiorino, dove la zona libera verrà ricostituita in
autunno.

In settembre la divisione contesta inizialmente la richiesta del Comando
regionale di scendere a Bologna, in vista di quella che si ritiene
l'imminente liberazione del capoluogo regionale, perché non ritiene di essere
in grado di operare contemporaneamente su Bologna e Modena. Con la sua
formazione Armando è invece costretto dalla pressione tedesca - combatte il 7
a Ranocchio, e il 21 a Sassoguidano - a spostarsi sempre più nell'alta Valle
del Panaro, nella zona di lago Patrignano. Il contestuale arretramento
tedesco, sotto la pressione Alleata, fa sì che Armando si trova con i suoi
uomini nella terra di nessuno. Si sposta allora nel Bolognese e, il 2
ottobre, occupa Lizzano in Belvedere.

Qui inizia a riorganizzare le formazioni presenti nella zona, cercando di
vincere le rigidità dei comandi della 5° armata, orientati alla
smobilitazione dei reparti partigiani presenti nei territori liberati. Con
ostinazione riesce a mantenere e a rafforzare quella che diventerà la
divisione Modena-Armando, circa 1.000 uomini divisi in tre brigate, la
Gramsci (poi Adelchi Corsini), la Folloni e la Costrignano, divisione che
parteciperà ad importanti combattimenti, in particolare su Monte Belvedere.
La divisione Modena Armando, inquadrata nelle fila della 5° armata, una delle
poche formazioni partigiane riconosciute in Italia (assieme alla 28° brigata
Mario Gordini di Ravenna e altre minori) rappresenta uno dei momenti più alti
dell'azione politica e militare di Armando.

Il 18 febbraio Armando partecipa alla 'Giornata del partigiano e del soldato'
a Roma, dove incontra il ministro della Guerra Alessandro Casati, il ministro
per l'Italia occupata Mauro Scoccimarro e il segretario del Pci Palmiro
Togliatti. Dopo un periodo di riposo a Pescia, le brigate di Armando
ritornano in linea, e nel marzo 1945 conquistano il crinale di Monte Riva e
Monte Spigolino. Il 19 aprile la divisione Modena-Armando entra in azione nel
quadro dell'offensiva finale Alleata, agendo contro le fortificazioni
tedesche intorno al monte Cimone, Cima Tauffi e monte Lancio. Liberate Fanano
e Sestola, le brigate si dirigono su Pavullo e arrivano a Maranello, dove
l'avanzata viene sospesa, per l'avvenuta liberazione, il 22 aprile, di
Modena.
Dopo la liberazione della provincia, Mario Ricci viene nominato sindaco di
Pavullo dal Cln locale, carica che verrà riconfermata dalle elezioni del
1946. Rimane sindaco ininterrottamente fino al 1960, carica che ricoprirà
successivamente per altri cinque anni. Candidato alla Costituente, ma non
eletto, nel 1948 entra nella Camera dei Deputati, dove rimane per due
legislature, partecipando alle attività della Commissione difesa.

Presidente dell'Anpi provinciale dalla liberazione, presiede anche la sezione
di Pavullo dell'Anpi e dell'Associazione combattenti e reduci, nonché della
locale Cooperativa reduci e partigiani. Nel 1953 riceve la Medaglia d'oro al
valor militare, quale riconoscimento delle grandi capacità militari
dimostrate nella lotta di liberazione. Anche dopo la conclusione
dell'esperienza politica e amministrativa continua ad impegnarsi
nell'associazionismo partigiano, sia in ambito locale che nazionale. Muore
nell'ospedale di Pavullo il 18 agosto 1989.
--
Riceverete email con opinioni,analisi e notizie tratte da
quotidiani,riviste,centri studi,partiti,movimenti,siti internet per ricordare e
costruire il nostro futuro.

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2018-10-19 19:53:05 UTC
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Mario Ricci "Armando"
Mario Ricci nasce a Sassoguidano, frazione di Pavullo nel Frignano il 20
maggio 1908, da Giuseppe e Marianna Bononcini. La sua è una famiglia tipica
della montagna, zona caratterizzata da un'economia prevalentemente agricola,
basata sulla piccola proprietà contadina e sulla mezzadria, e segnata da
consistenti fenomeni d'emigrazione. Dopo la prima guerra mondiale, il padre è
costretto a vendere il podere, trasformandosi in mezzadro. Mario Ricci è
costretto a diversi lavori, come bracciante, carbonaio, boscaiolo e vaccaro,
e solo nel 1920 riesce a conseguire la licenza di terza elementare.
Chiamato alle armi nel 1928, al rientro decide di emigrare, per raggiungere
in Francia il padre e il fratello. Nell'ottobre 1930 raggiunge la Corsica e,
dopo qualche mese, la Francia. Va a vivere a Tolone, dove aderisce al Partito
comunista francese, poi nel 1934 si trasferisce a Nizza, dove è arrestato per
possesso di materiale di propaganda comunista. Si sposta allora a Marsiglia,
dove rimane fino al momento della scelta di recarsi in Spagna, a combattere
in difesa della Repubblica. Il 13 settembre 1936 passa la frontiera e sia
arruola nel Battaglione Garibaldi. Combatte sul fronte di Madrid, dove rimane
anche ferito nel febbraio 1937. Diventa poi commissario politico di un
plotone d'assalto della Brigata Garibaldi, combattendo a Huesca, Brunete, in
Estremadura e sull'Ebro.
Nell'agosto del 1938 rientra in Francia, vivendo clandestino per alcuni mesi.
Il 22 settembre 1939 è arrestato. Tradotto nella fortezza di Tolone, vi
rimane fino alla fine del maggio 1940, per essere poi trasferito nel campo
d'internamento di Vernet. Dopo poco più di un anno decide di rientrare in
Italia: arrestato alla frontiera, è prima incarcerato ad Imperia, poi a
Modena, dove è condannato il 6 novembre 1941 a cinque anni di confino, da
scontare nell'isola di Ventotene.
Dopo la caduta del fascismo è liberato, e il 23 agosto 1943 è a Pavullo.
Immediatamente richiamato alle armi, presso il 36° reggimento di Modena, è
assegnato assieme ad altri antifascisti ad un distaccamento di stanza a
Maranello. La notte dell'8 settembre la caserma viene circondata da un
reparto tedesco, che apre il fuoco uccidendo il comunista novese Demos
Malavasi. Mario Ricci riesce invece a fuggire calandosi da una finestra,
raggiungendo poi la sua Pavullo.
Dopo il crollo dell'8 settembre, l'occupazione nazista e la nascita della
Repubblica sociale italiana, in montagna si formano alcuni gruppi di sbandati
e di montanari che non intendono arruolarsi nell'esercito 'repubblichino'. A
partire da novembre alcuni di questi gruppi - ai quali si aggiunge una
formazione proveniente da Sassuolo - si trasformano in reparti partigiani,
grazie anche all'azione di coordinamento svolta da alcuni esponenti politici
e militari: tra questi Mario Ricci, che da questo momento sarà conosciuto con
il nome di battaglia di Armando. Con il nuovo anno iniziano gli attacchi ai
distaccamenti della Guardia nazionale repubblicana e le azioni per impedire i
rastrellamenti dei renitenti alla leva.
Per tentare di frenare l'espansione della Resistenza in montagna, i fascisti
mettono a segno azioni militari a Pieve di Trebbio, contro una formazione
promossa dal Cln di Modena, mentre i tedeschi compiono una terribile strage a
Monchio, Susano e Costrignano, il 18 marzo 1944, uccidendo 136 persone
inermi. Altri dieci giovani, provenienti dalla formazione di Armando, vengono
fucilati il 29 marzo a Castelfranco Emilia. Dopo un momento di crisi, le
formazioni partigiane riprendono ad attaccare presidi fascisti e colonne
tedesche. Il 5 aprile la formazione di Armando attacca l'aeroporto di
Pavullo, asportando quindici mitragliatrici, e il 10 aprile la caserma della
Gnr di Fanano. Il 28 sostiene un importante combattimento a Monte Penna, poi
partecipa all'assalto al presidio Gnr di Cerredolo, avvenuto il 3 maggio.
Intanto viene costituito il battaglione Ciro Menotti, con Armando comandante
e Osvaldo Poppi, Davide, commissario politico, che unifica tutte le
formazioni presenti in montagna. In vista dei probabili rastrellamenti
fascisti legati alla data dell'amnistia del 25 maggio, vengono compiute
azioni nell'alta Valle del Panaro, attirando qui le forze nemiche, per poi
spostare tutte le formazioni in Val d'Asta, nel Reggiano, dove il battaglione
si trasforma in brigata Ciro Menotti, sempre al comando di Armando. Mario
Ricci già in questa prima fase della lotta partigiana mette in luce una
notevole capacità di comando, e la giusta comprensione delle esigenze della
guerriglia. Coraggioso ma non avventato, non rischia mai inutilmente gli
uomini, e riesce a sfruttare a suo favore la conoscenza del territorio dove
combatte.
La pressione partigiana costringe alla ritirata tutti presidi fascisti della
Valle del Secchia. Il 18 giugno viene conquistata anche Montefiorino: ora i
partigiani controllano una zona di oltre 600 kmq. a cavallo tra le province
di Modena e Regio Emilia, dalla quale è possibile attaccare due importanti
arterie stradali, le statali 12 e 63, di vitale importanza per i tedeschi, e
controllare la centrale idroelettrica di Farneta. Nasce quella che sarà
definita la 'Repubblica partigiana di Montefiorino', la prima zona libera in
Italia dove vengono elette nuove amministrazioni popolari. La nascita della
zona libera attira migliaia di giovani, almeno 4.000, che si arruolano nelle
formazioni partigiane. Nasce il Corpo d'armata centro Emilia, al comando di
Armando, che inquadra questi uomini in sei divisioni.
Dopo una proposta di accordo, rifiutato dal comando partigiano, i tedeschi
operano un esteso attacco contro la zona libera, che inizia il 30 luglio,
utilizzando circa 5.000 uomini, attacco che uno storico ha definito il più
grande combattimento campale della Resistenza italiana. Nonostante l'ordine
immediato di 'filtrare' nello schieramento nemico, alcuni reparti oppongono
per 4-5 giorni un'ostinata resistenza. Tutte le formazioni riescono comunque
a sganciarsi con poche perdite, anche se per la maggioranza dei partigiani si
tratta del battesimo del fuoco, e c'è un'enorme disparità di mezzi ed armi.
Mentre una parte consistente dei partigiani si disperde - ma molti di questi
entrano poi nelle formazioni partigiane della pianura - altri passano nella
Valle del Panaro, dove inizia l'opera di riorganizzazione. Nei primi giorni
di settembre nasce la divisione Modena, sempre al comando di Armando. Non
mancano però le tensioni e le accuse reciproche tra i comandanti, ed anche un
tentativo di esautorare Armando dal comando generale; egli decide di rimanere
nella Valle del Panaro, presso la brigata Gramsci, mentre il resto del
comando si sposta a Montefiorino, dove la zona libera verrà ricostituita in
autunno.
In settembre la divisione contesta inizialmente la richiesta del Comando
regionale di scendere a Bologna, in vista di quella che si ritiene
l'imminente liberazione del capoluogo regionale, perché non ritiene di essere
in grado di operare contemporaneamente su Bologna e Modena. Con la sua
formazione Armando è invece costretto dalla pressione tedesca - combatte il 7
a Ranocchio, e il 21 a Sassoguidano - a spostarsi sempre più nell'alta Valle
del Panaro, nella zona di lago Patrignano. Il contestuale arretramento
tedesco, sotto la pressione Alleata, fa sì che Armando si trova con i suoi
uomini nella terra di nessuno. Si sposta allora nel Bolognese e, il 2
ottobre, occupa Lizzano in Belvedere.
Qui inizia a riorganizzare le formazioni presenti nella zona, cercando di
vincere le rigidità dei comandi della 5° armata, orientati alla
smobilitazione dei reparti partigiani presenti nei territori liberati. Con
ostinazione riesce a mantenere e a rafforzare quella che diventerà la
divisione Modena-Armando, circa 1.000 uomini divisi in tre brigate, la
Gramsci (poi Adelchi Corsini), la Folloni e la Costrignano, divisione che
parteciperà ad importanti combattimenti, in particolare su Monte Belvedere.
La divisione Modena Armando, inquadrata nelle fila della 5° armata, una delle
poche formazioni partigiane riconosciute in Italia (assieme alla 28° brigata
Mario Gordini di Ravenna e altre minori) rappresenta uno dei momenti più alti
dell'azione politica e militare di Armando.
Il 18 febbraio Armando partecipa alla 'Giornata del partigiano e del soldato'
a Roma, dove incontra il ministro della Guerra Alessandro Casati, il ministro
per l'Italia occupata Mauro Scoccimarro e il segretario del Pci Palmiro
Togliatti. Dopo un periodo di riposo a Pescia, le brigate di Armando
ritornano in linea, e nel marzo 1945 conquistano il crinale di Monte Riva e
Monte Spigolino. Il 19 aprile la divisione Modena-Armando entra in azione nel
quadro dell'offensiva finale Alleata, agendo contro le fortificazioni
tedesche intorno al monte Cimone, Cima Tauffi e monte Lancio. Liberate Fanano
e Sestola, le brigate si dirigono su Pavullo e arrivano a Maranello, dove
l'avanzata viene sospesa, per l'avvenuta liberazione, il 22 aprile, di
Modena.
Dopo la liberazione della provincia, Mario Ricci viene nominato sindaco di
Pavullo dal Cln locale, carica che verrà riconfermata dalle elezioni del
1946. Rimane sindaco ininterrottamente fino al 1960, carica che ricoprirà
successivamente per altri cinque anni. Candidato alla Costituente, ma non
eletto, nel 1948 entra nella Camera dei Deputati, dove rimane per due
legislature, partecipando alle attività della Commissione difesa.
Presidente dell'Anpi provinciale dalla liberazione, presiede anche la sezione
di Pavullo dell'Anpi e dell'Associazione combattenti e reduci, nonché della
locale Cooperativa reduci e partigiani. Nel 1953 riceve la Medaglia d'oro al
valor militare, quale riconoscimento delle grandi capacità militari
dimostrate nella lotta di liberazione. Anche dopo la conclusione
dell'esperienza politica e amministrativa continua ad impegnarsi
nell'associazionismo partigiano, sia in ambito locale che nazionale. Muore
nell'ospedale di Pavullo il 18 agosto 1989.
--
Riceverete email con opinioni,analisi e notizie tratte da
quotidiani,riviste,centri studi,partiti,movimenti,siti internet per ricordare e
costruire il nostro futuro.
http://it.groups.yahoo.com/group/notizie_sinistra/
http://www.comune.modena.it/istorico/page/storia/armando.html
Mario Ricci "Armando"
Mario Ricci nasce a Sassoguidano, frazione di Pavullo nel Frignano il 20
maggio 1908, da Giuseppe e Marianna Bononcini. La sua è una famiglia tipica
della montagna, zona caratterizzata da un'economia prevalentemente agricola,
basata sulla piccola proprietà contadina e sulla mezzadria, e segnata da
consistenti fenomeni d'emigrazione. Dopo la prima guerra mondiale, il padre è
costretto a vendere il podere, trasformandosi in mezzadro. Mario Ricci è
costretto a diversi lavori, come bracciante, carbonaio, boscaiolo e vaccaro,
e solo nel 1920 riesce a conseguire la licenza di terza elementare.
Chiamato alle armi nel 1928, al rientro decide di emigrare, per raggiungere
in Francia il padre e il fratello. Nell'ottobre 1930 raggiunge la Corsica e,
dopo qualche mese, la Francia. Va a vivere a Tolone, dove aderisce al Partito
comunista francese, poi nel 1934 si trasferisce a Nizza, dove è arrestato per
possesso di materiale di propaganda comunista. Si sposta allora a Marsiglia,
dove rimane fino al momento della scelta di recarsi in Spagna, a combattere
in difesa della Repubblica. Il 13 settembre 1936 passa la frontiera e sia
arruola nel Battaglione Garibaldi. Combatte sul fronte di Madrid, dove rimane
anche ferito nel febbraio 1937. Diventa poi commissario politico di un
plotone d'assalto della Brigata Garibaldi, combattendo a Huesca, Brunete, in
Estremadura e sull'Ebro.
Nell'agosto del 1938 rientra in Francia, vivendo clandestino per alcuni mesi.
Il 22 settembre 1939 è arrestato. Tradotto nella fortezza di Tolone, vi
rimane fino alla fine del maggio 1940, per essere poi trasferito nel campo
d'internamento di Vernet. Dopo poco più di un anno decide di rientrare in
Italia: arrestato alla frontiera, è prima incarcerato ad Imperia, poi a
Modena, dove è condannato il 6 novembre 1941 a cinque anni di confino, da
scontare nell'isola di Ventotene.
Dopo la caduta del fascismo è liberato, e il 23 agosto 1943 è a Pavullo.
Immediatamente richiamato alle armi, presso il 36° reggimento di Modena, è
assegnato assieme ad altri antifascisti ad un distaccamento di stanza a
Maranello. La notte dell'8 settembre la caserma viene circondata da un
reparto tedesco, che apre il fuoco uccidendo il comunista novese Demos
Malavasi. Mario Ricci riesce invece a fuggire calandosi da una finestra,
raggiungendo poi la sua Pavullo.
Dopo il crollo dell'8 settembre, l'occupazione nazista e la nascita della
Repubblica sociale italiana, in montagna si formano alcuni gruppi di sbandati
e di montanari che non intendono arruolarsi nell'esercito 'repubblichino'. A
partire da novembre alcuni di questi gruppi - ai quali si aggiunge una
formazione proveniente da Sassuolo - si trasformano in reparti partigiani,
grazie anche all'azione di coordinamento svolta da alcuni esponenti politici
e militari: tra questi Mario Ricci, che da questo momento sarà conosciuto con
il nome di battaglia di Armando. Con il nuovo anno iniziano gli attacchi ai
distaccamenti della Guardia nazionale repubblicana e le azioni per impedire i
rastrellamenti dei renitenti alla leva.
Per tentare di frenare l'espansione della Resistenza in montagna, i fascisti
mettono a segno azioni militari a Pieve di Trebbio, contro una formazione
promossa dal Cln di Modena, mentre i tedeschi compiono una terribile strage a
Monchio, Susano e Costrignano, il 18 marzo 1944, uccidendo 136 persone
inermi. Altri dieci giovani, provenienti dalla formazione di Armando, vengono
fucilati il 29 marzo a Castelfranco Emilia. Dopo un momento di crisi, le
formazioni partigiane riprendono ad attaccare presidi fascisti e colonne
tedesche. Il 5 aprile la formazione di Armando attacca l'aeroporto di
Pavullo, asportando quindici mitragliatrici, e il 10 aprile la caserma della
Gnr di Fanano. Il 28 sostiene un importante combattimento a Monte Penna, poi
partecipa all'assalto al presidio Gnr di Cerredolo, avvenuto il 3 maggio.
Intanto viene costituito il battaglione Ciro Menotti, con Armando comandante
e Osvaldo Poppi, Davide, commissario politico, che unifica tutte le
formazioni presenti in montagna. In vista dei probabili rastrellamenti
fascisti legati alla data dell'amnistia del 25 maggio, vengono compiute
azioni nell'alta Valle del Panaro, attirando qui le forze nemiche, per poi
spostare tutte le formazioni in Val d'Asta, nel Reggiano, dove il battaglione
si trasforma in brigata Ciro Menotti, sempre al comando di Armando. Mario
Ricci già in questa prima fase della lotta partigiana mette in luce una
notevole capacità di comando, e la giusta comprensione delle esigenze della
guerriglia. Coraggioso ma non avventato, non rischia mai inutilmente gli
uomini, e riesce a sfruttare a suo favore la conoscenza del territorio dove
combatte.
La pressione partigiana costringe alla ritirata tutti presidi fascisti della
Valle del Secchia. Il 18 giugno viene conquistata anche Montefiorino: ora i
partigiani controllano una zona di oltre 600 kmq. a cavallo tra le province
di Modena e Regio Emilia, dalla quale è possibile attaccare due importanti
arterie stradali, le statali 12 e 63, di vitale importanza per i tedeschi, e
controllare la centrale idroelettrica di Farneta. Nasce quella che sarà
definita la 'Repubblica partigiana di Montefiorino', la prima zona libera in
Italia dove vengono elette nuove amministrazioni popolari. La nascita della
zona libera attira migliaia di giovani, almeno 4.000, che si arruolano nelle
formazioni partigiane. Nasce il Corpo d'armata centro Emilia, al comando di
Armando, che inquadra questi uomini in sei divisioni.
Dopo una proposta di accordo, rifiutato dal comando partigiano, i tedeschi
operano un esteso attacco contro la zona libera, che inizia il 30 luglio,
utilizzando circa 5.000 uomini, attacco che uno storico ha definito il più
grande combattimento campale della Resistenza italiana. Nonostante l'ordine
immediato di 'filtrare' nello schieramento nemico, alcuni reparti oppongono
per 4-5 giorni un'ostinata resistenza. Tutte le formazioni riescono comunque
a sganciarsi con poche perdite, anche se per la maggioranza dei partigiani si
tratta del battesimo del fuoco, e c'è un'enorme disparità di mezzi ed armi.
Mentre una parte consistente dei partigiani si disperde - ma molti di questi
entrano poi nelle formazioni partigiane della pianura - altri passano nella
Valle del Panaro, dove inizia l'opera di riorganizzazione. Nei primi giorni
di settembre nasce la divisione Modena, sempre al comando di Armando. Non
mancano però le tensioni e le accuse reciproche tra i comandanti, ed anche un
tentativo di esautorare Armando dal comando generale; egli decide di rimanere
nella Valle del Panaro, presso la brigata Gramsci, mentre il resto del
comando si sposta a Montefiorino, dove la zona libera verrà ricostituita in
autunno.
In settembre la divisione contesta inizialmente la richiesta del Comando
regionale di scendere a Bologna, in vista di quella che si ritiene
l'imminente liberazione del capoluogo regionale, perché non ritiene di essere
in grado di operare contemporaneamente su Bologna e Modena. Con la sua
formazione Armando è invece costretto dalla pressione tedesca - combatte il 7
a Ranocchio, e il 21 a Sassoguidano - a spostarsi sempre più nell'alta Valle
del Panaro, nella zona di lago Patrignano. Il contestuale arretramento
tedesco, sotto la pressione Alleata, fa sì che Armando si trova con i suoi
uomini nella terra di nessuno. Si sposta allora nel Bolognese e, il 2
ottobre, occupa Lizzano in Belvedere.
Qui inizia a riorganizzare le formazioni presenti nella zona, cercando di
vincere le rigidità dei comandi della 5° armata, orientati alla
smobilitazione dei reparti partigiani presenti nei territori liberati. Con
ostinazione riesce a mantenere e a rafforzare quella che diventerà la
divisione Modena-Armando, circa 1.000 uomini divisi in tre brigate, la
Gramsci (poi Adelchi Corsini), la Folloni e la Costrignano, divisione che
parteciperà ad importanti combattimenti, in particolare su Monte Belvedere.
La divisione Modena Armando, inquadrata nelle fila della 5° armata, una delle
poche formazioni partigiane riconosciute in Italia (assieme alla 28° brigata
Mario Gordini di Ravenna e altre minori) rappresenta uno dei momenti più alti
dell'azione politica e militare di Armando.
Il 18 febbraio Armando partecipa alla 'Giornata del partigiano e del soldato'
a Roma, dove incontra il ministro della Guerra Alessandro Casati, il ministro
per l'Italia occupata Mauro Scoccimarro e il segretario del Pci Palmiro
Togliatti. Dopo un periodo di riposo a Pescia, le brigate di Armando
ritornano in linea, e nel marzo 1945 conquistano il crinale di Monte Riva e
Monte Spigolino ( il crinale in oggetto era stato conquistato il 19 febbraio 1945 dagli uomini dell'86th Mountain Infantry Regiment, 10th Mountain Division USA e non dai partigiani di armando )
Il 19 aprile la divisione Modena-Armando entra in azione nel
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quadro dell'offensiva finale Alleata, agendo contro le fortificazioni
tedesche intorno al monte Cimone, Cima Tauffi e monte Lancio. Liberate Fanano
e Sestola, le brigate si dirigono su Pavullo e arrivano a Maranello, dove
l'avanzata viene sospesa, per l'avvenuta liberazione, il 22 aprile, di
Modena.
Dopo la liberazione della provincia, Mario Ricci viene nominato sindaco di
Pavullo dal Cln locale, carica che verrà riconfermata dalle elezioni del
1946. Rimane sindaco ininterrottamente fino al 1960, carica che ricoprirà
successivamente per altri cinque anni. Candidato alla Costituente, ma non
eletto, nel 1948 entra nella Camera dei Deputati, dove rimane per due
legislature, partecipando alle attività della Commissione difesa.
Presidente dell'Anpi provinciale dalla liberazione, presiede anche la sezione
di Pavullo dell'Anpi e dell'Associazione combattenti e reduci, nonché della
locale Cooperativa reduci e partigiani. Nel 1953 riceve la Medaglia d'oro al
valor militare, quale riconoscimento delle grandi capacità militari
dimostrate nella lotta di liberazione. Anche dopo la conclusione
dell'esperienza politica e amministrativa continua ad impegnarsi
nell'associazionismo partigiano, sia in ambito locale che nazionale. Muore
nell'ospedale di Pavullo il 18 agosto 1989.
--
Riceverete email con opinioni,analisi e notizie tratte da
quotidiani,riviste,centri studi,partiti,movimenti,siti internet per ricordare e
costruire il nostro futuro.
http://it.groups.yahoo.com/group/notizie_sinistra/
g***@gmail.com
2018-10-19 19:54:57 UTC
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http://www.comune.modena.it/istorico/page/storia/armando.html
Mario Ricci "Armando"
Mario Ricci nasce a Sassoguidano, frazione di Pavullo nel Frignano il 20
maggio 1908, da Giuseppe e Marianna Bononcini. La sua è una famiglia tipica
della montagna, zona caratterizzata da un'economia prevalentemente agricola,
basata sulla piccola proprietà contadina e sulla mezzadria, e segnata da
consistenti fenomeni d'emigrazione. Dopo la prima guerra mondiale, il padre è
costretto a vendere il podere, trasformandosi in mezzadro. Mario Ricci è
costretto a diversi lavori, come bracciante, carbonaio, boscaiolo e vaccaro,
e solo nel 1920 riesce a conseguire la licenza di terza elementare.
Chiamato alle armi nel 1928, al rientro decide di emigrare, per raggiungere
in Francia il padre e il fratello. Nell'ottobre 1930 raggiunge la Corsica e,
dopo qualche mese, la Francia. Va a vivere a Tolone, dove aderisce al Partito
comunista francese, poi nel 1934 si trasferisce a Nizza, dove è arrestato per
possesso di materiale di propaganda comunista. Si sposta allora a Marsiglia,
dove rimane fino al momento della scelta di recarsi in Spagna, a combattere
in difesa della Repubblica. Il 13 settembre 1936 passa la frontiera e sia
arruola nel Battaglione Garibaldi. Combatte sul fronte di Madrid, dove rimane
anche ferito nel febbraio 1937. Diventa poi commissario politico di un
plotone d'assalto della Brigata Garibaldi, combattendo a Huesca, Brunete, in
Estremadura e sull'Ebro.
Nell'agosto del 1938 rientra in Francia, vivendo clandestino per alcuni mesi.
Il 22 settembre 1939 è arrestato. Tradotto nella fortezza di Tolone, vi
rimane fino alla fine del maggio 1940, per essere poi trasferito nel campo
d'internamento di Vernet. Dopo poco più di un anno decide di rientrare in
Italia: arrestato alla frontiera, è prima incarcerato ad Imperia, poi a
Modena, dove è condannato il 6 novembre 1941 a cinque anni di confino, da
scontare nell'isola di Ventotene.
Dopo la caduta del fascismo è liberato, e il 23 agosto 1943 è a Pavullo.
Immediatamente richiamato alle armi, presso il 36° reggimento di Modena, è
assegnato assieme ad altri antifascisti ad un distaccamento di stanza a
Maranello. La notte dell'8 settembre la caserma viene circondata da un
reparto tedesco, che apre il fuoco uccidendo il comunista novese Demos
Malavasi. Mario Ricci riesce invece a fuggire calandosi da una finestra,
raggiungendo poi la sua Pavullo.
Dopo il crollo dell'8 settembre, l'occupazione nazista e la nascita della
Repubblica sociale italiana, in montagna si formano alcuni gruppi di sbandati
e di montanari che non intendono arruolarsi nell'esercito 'repubblichino'. A
partire da novembre alcuni di questi gruppi - ai quali si aggiunge una
formazione proveniente da Sassuolo - si trasformano in reparti partigiani,
grazie anche all'azione di coordinamento svolta da alcuni esponenti politici
e militari: tra questi Mario Ricci, che da questo momento sarà conosciuto con
il nome di battaglia di Armando. Con il nuovo anno iniziano gli attacchi ai
distaccamenti della Guardia nazionale repubblicana e le azioni per impedire i
rastrellamenti dei renitenti alla leva.
Per tentare di frenare l'espansione della Resistenza in montagna, i fascisti
mettono a segno azioni militari a Pieve di Trebbio, contro una formazione
promossa dal Cln di Modena, mentre i tedeschi compiono una terribile strage a
Monchio, Susano e Costrignano, il 18 marzo 1944, uccidendo 136 persone
inermi. Altri dieci giovani, provenienti dalla formazione di Armando, vengono
fucilati il 29 marzo a Castelfranco Emilia. Dopo un momento di crisi, le
formazioni partigiane riprendono ad attaccare presidi fascisti e colonne
tedesche. Il 5 aprile la formazione di Armando attacca l'aeroporto di
Pavullo, asportando quindici mitragliatrici, e il 10 aprile la caserma della
Gnr di Fanano. Il 28 sostiene un importante combattimento a Monte Penna, poi
partecipa all'assalto al presidio Gnr di Cerredolo, avvenuto il 3 maggio.
Intanto viene costituito il battaglione Ciro Menotti, con Armando comandante
e Osvaldo Poppi, Davide, commissario politico, che unifica tutte le
formazioni presenti in montagna. In vista dei probabili rastrellamenti
fascisti legati alla data dell'amnistia del 25 maggio, vengono compiute
azioni nell'alta Valle del Panaro, attirando qui le forze nemiche, per poi
spostare tutte le formazioni in Val d'Asta, nel Reggiano, dove il battaglione
si trasforma in brigata Ciro Menotti, sempre al comando di Armando. Mario
Ricci già in questa prima fase della lotta partigiana mette in luce una
notevole capacità di comando, e la giusta comprensione delle esigenze della
guerriglia. Coraggioso ma non avventato, non rischia mai inutilmente gli
uomini, e riesce a sfruttare a suo favore la conoscenza del territorio dove
combatte.
La pressione partigiana costringe alla ritirata tutti presidi fascisti della
Valle del Secchia. Il 18 giugno viene conquistata anche Montefiorino: ora i
partigiani controllano una zona di oltre 600 kmq. a cavallo tra le province
di Modena e Regio Emilia, dalla quale è possibile attaccare due importanti
arterie stradali, le statali 12 e 63, di vitale importanza per i tedeschi, e
controllare la centrale idroelettrica di Farneta. Nasce quella che sarà
definita la 'Repubblica partigiana di Montefiorino', la prima zona libera in
Italia dove vengono elette nuove amministrazioni popolari. La nascita della
zona libera attira migliaia di giovani, almeno 4.000, che si arruolano nelle
formazioni partigiane. Nasce il Corpo d'armata centro Emilia, al comando di
Armando, che inquadra questi uomini in sei divisioni.
Dopo una proposta di accordo, rifiutato dal comando partigiano, i tedeschi
operano un esteso attacco contro la zona libera, che inizia il 30 luglio,
utilizzando circa 5.000 uomini, attacco che uno storico ha definito il più
grande combattimento campale della Resistenza italiana. Nonostante l'ordine
immediato di 'filtrare' nello schieramento nemico, alcuni reparti oppongono
per 4-5 giorni un'ostinata resistenza. Tutte le formazioni riescono comunque
a sganciarsi con poche perdite, anche se per la maggioranza dei partigiani si
tratta del battesimo del fuoco, e c'è un'enorme disparità di mezzi ed armi.
Mentre una parte consistente dei partigiani si disperde - ma molti di questi
entrano poi nelle formazioni partigiane della pianura - altri passano nella
Valle del Panaro, dove inizia l'opera di riorganizzazione. Nei primi giorni
di settembre nasce la divisione Modena, sempre al comando di Armando. Non
mancano però le tensioni e le accuse reciproche tra i comandanti, ed anche un
tentativo di esautorare Armando dal comando generale; egli decide di rimanere
nella Valle del Panaro, presso la brigata Gramsci, mentre il resto del
comando si sposta a Montefiorino, dove la zona libera verrà ricostituita in
autunno.
In settembre la divisione contesta inizialmente la richiesta del Comando
regionale di scendere a Bologna, in vista di quella che si ritiene
l'imminente liberazione del capoluogo regionale, perché non ritiene di essere
in grado di operare contemporaneamente su Bologna e Modena. Con la sua
formazione Armando è invece costretto dalla pressione tedesca - combatte il 7
a Ranocchio, e il 21 a Sassoguidano - a spostarsi sempre più nell'alta Valle
del Panaro, nella zona di lago Patrignano. Il contestuale arretramento
tedesco, sotto la pressione Alleata, fa sì che Armando si trova con i suoi
uomini nella terra di nessuno. Si sposta allora nel Bolognese e, il 2
ottobre, occupa Lizzano in Belvedere.
Qui inizia a riorganizzare le formazioni presenti nella zona, cercando di
vincere le rigidità dei comandi della 5° armata, orientati alla
smobilitazione dei reparti partigiani presenti nei territori liberati. Con
ostinazione riesce a mantenere e a rafforzare quella che diventerà la
divisione Modena-Armando, circa 1.000 uomini divisi in tre brigate, la
Gramsci (poi Adelchi Corsini), la Folloni e la Costrignano, divisione che
parteciperà ad importanti combattimenti, in particolare su Monte Belvedere.
La divisione Modena Armando, inquadrata nelle fila della 5° armata, una delle
poche formazioni partigiane riconosciute in Italia (assieme alla 28° brigata
Mario Gordini di Ravenna e altre minori) rappresenta uno dei momenti più alti
dell'azione politica e militare di Armando.
Il 18 febbraio Armando partecipa alla 'Giornata del partigiano e del soldato'
a Roma, dove incontra il ministro della Guerra Alessandro Casati, il ministro
per l'Italia occupata Mauro Scoccimarro e il segretario del Pci Palmiro
Togliatti. Dopo un periodo di riposo a Pescia, le brigate di Armando
ritornano in linea. Il 19 aprile la divisione Modena-Armando entra in azione nel
quadro dell'offensiva finale Alleata, agendo contro le fortificazioni
tedesche intorno al monte Cimone, Cima Tauffi e monte Lancio. Liberate Fanano
e Sestola, le brigate si dirigono su Pavullo e arrivano a Maranello, dove
l'avanzata viene sospesa, per l'avvenuta liberazione, il 22 aprile, di
Modena.
Dopo la liberazione della provincia, Mario Ricci viene nominato sindaco di
Pavullo dal Cln locale, carica che verrà riconfermata dalle elezioni del
1946. Rimane sindaco ininterrottamente fino al 1960, carica che ricoprirà
successivamente per altri cinque anni. Candidato alla Costituente, ma non
eletto, nel 1948 entra nella Camera dei Deputati, dove rimane per due
legislature, partecipando alle attività della Commissione difesa.
Presidente dell'Anpi provinciale dalla liberazione, presiede anche la sezione
di Pavullo dell'Anpi e dell'Associazione combattenti e reduci, nonché della
locale Cooperativa reduci e partigiani. Nel 1953 riceve la Medaglia d'oro al
valor militare, quale riconoscimento delle grandi capacità militari
dimostrate nella lotta di liberazione. Anche dopo la conclusione
dell'esperienza politica e amministrativa continua ad impegnarsi
nell'associazionismo partigiano, sia in ambito locale che nazionale. Muore
nell'ospedale di Pavullo il 18 agosto 1989.
--
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quotidiani,riviste,centri studi,partiti,movimenti,siti internet per ricordare e
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Mario Ricci "Armando"
Mario Ricci nasce a Sassoguidano, frazione di Pavullo nel Frignano il 20
maggio 1908, da Giuseppe e Marianna Bononcini. La sua è una famiglia tipica
della montagna, zona caratterizzata da un'economia prevalentemente agricola,
basata sulla piccola proprietà contadina e sulla mezzadria, e segnata da
consistenti fenomeni d'emigrazione. Dopo la prima guerra mondiale, il padre è
costretto a vendere il podere, trasformandosi in mezzadro. Mario Ricci è
costretto a diversi lavori, come bracciante, carbonaio, boscaiolo e vaccaro,
e solo nel 1920 riesce a conseguire la licenza di terza elementare.
Chiamato alle armi nel 1928, al rientro decide di emigrare, per raggiungere
in Francia il padre e il fratello. Nell'ottobre 1930 raggiunge la Corsica e,
dopo qualche mese, la Francia. Va a vivere a Tolone, dove aderisce al Partito
comunista francese, poi nel 1934 si trasferisce a Nizza, dove è arrestato per
possesso di materiale di propaganda comunista. Si sposta allora a Marsiglia,
dove rimane fino al momento della scelta di recarsi in Spagna, a combattere
in difesa della Repubblica. Il 13 settembre 1936 passa la frontiera e sia
arruola nel Battaglione Garibaldi. Combatte sul fronte di Madrid, dove rimane
anche ferito nel febbraio 1937. Diventa poi commissario politico di un
plotone d'assalto della Brigata Garibaldi, combattendo a Huesca, Brunete, in
Estremadura e sull'Ebro.
Nell'agosto del 1938 rientra in Francia, vivendo clandestino per alcuni mesi.
Il 22 settembre 1939 è arrestato. Tradotto nella fortezza di Tolone, vi
rimane fino alla fine del maggio 1940, per essere poi trasferito nel campo
d'internamento di Vernet. Dopo poco più di un anno decide di rientrare in
Italia: arrestato alla frontiera, è prima incarcerato ad Imperia, poi a
Modena, dove è condannato il 6 novembre 1941 a cinque anni di confino, da
scontare nell'isola di Ventotene.
Dopo la caduta del fascismo è liberato, e il 23 agosto 1943 è a Pavullo.
Immediatamente richiamato alle armi, presso il 36° reggimento di Modena, è
assegnato assieme ad altri antifascisti ad un distaccamento di stanza a
Maranello. La notte dell'8 settembre la caserma viene circondata da un
reparto tedesco, che apre il fuoco uccidendo il comunista novese Demos
Malavasi. Mario Ricci riesce invece a fuggire calandosi da una finestra,
raggiungendo poi la sua Pavullo.
Dopo il crollo dell'8 settembre, l'occupazione nazista e la nascita della
Repubblica sociale italiana, in montagna si formano alcuni gruppi di sbandati
e di montanari che non intendono arruolarsi nell'esercito 'repubblichino'. A
partire da novembre alcuni di questi gruppi - ai quali si aggiunge una
formazione proveniente da Sassuolo - si trasformano in reparti partigiani,
grazie anche all'azione di coordinamento svolta da alcuni esponenti politici
e militari: tra questi Mario Ricci, che da questo momento sarà conosciuto con
il nome di battaglia di Armando. Con il nuovo anno iniziano gli attacchi ai
distaccamenti della Guardia nazionale repubblicana e le azioni per impedire i
rastrellamenti dei renitenti alla leva.
Per tentare di frenare l'espansione della Resistenza in montagna, i fascisti
mettono a segno azioni militari a Pieve di Trebbio, contro una formazione
promossa dal Cln di Modena, mentre i tedeschi compiono una terribile strage a
Monchio, Susano e Costrignano, il 18 marzo 1944, uccidendo 136 persone
inermi. Altri dieci giovani, provenienti dalla formazione di Armando, vengono
fucilati il 29 marzo a Castelfranco Emilia. Dopo un momento di crisi, le
formazioni partigiane riprendono ad attaccare presidi fascisti e colonne
tedesche. Il 5 aprile la formazione di Armando attacca l'aeroporto di
Pavullo, asportando quindici mitragliatrici, e il 10 aprile la caserma della
Gnr di Fanano. Il 28 sostiene un importante combattimento a Monte Penna, poi
partecipa all'assalto al presidio Gnr di Cerredolo, avvenuto il 3 maggio.
Intanto viene costituito il battaglione Ciro Menotti, con Armando comandante
e Osvaldo Poppi, Davide, commissario politico, che unifica tutte le
formazioni presenti in montagna. In vista dei probabili rastrellamenti
fascisti legati alla data dell'amnistia del 25 maggio, vengono compiute
azioni nell'alta Valle del Panaro, attirando qui le forze nemiche, per poi
spostare tutte le formazioni in Val d'Asta, nel Reggiano, dove il battaglione
si trasforma in brigata Ciro Menotti, sempre al comando di Armando. Mario
Ricci già in questa prima fase della lotta partigiana mette in luce una
notevole capacità di comando, e la giusta comprensione delle esigenze della
guerriglia. Coraggioso ma non avventato, non rischia mai inutilmente gli
uomini, e riesce a sfruttare a suo favore la conoscenza del territorio dove
combatte.
La pressione partigiana costringe alla ritirata tutti presidi fascisti della
Valle del Secchia. Il 18 giugno viene conquistata anche Montefiorino: ora i
partigiani controllano una zona di oltre 600 kmq. a cavallo tra le province
di Modena e Regio Emilia, dalla quale è possibile attaccare due importanti
arterie stradali, le statali 12 e 63, di vitale importanza per i tedeschi, e
controllare la centrale idroelettrica di Farneta. Nasce quella che sarà
definita la 'Repubblica partigiana di Montefiorino', la prima zona libera in
Italia dove vengono elette nuove amministrazioni popolari. La nascita della
zona libera attira migliaia di giovani, almeno 4.000, che si arruolano nelle
formazioni partigiane. Nasce il Corpo d'armata centro Emilia, al comando di
Armando, che inquadra questi uomini in sei divisioni.
Dopo una proposta di accordo, rifiutato dal comando partigiano, i tedeschi
operano un esteso attacco contro la zona libera, che inizia il 30 luglio,
utilizzando circa 5.000 uomini, attacco che uno storico ha definito il più
grande combattimento campale della Resistenza italiana. Nonostante l'ordine
immediato di 'filtrare' nello schieramento nemico, alcuni reparti oppongono
per 4-5 giorni un'ostinata resistenza. Tutte le formazioni riescono comunque
a sganciarsi con poche perdite, anche se per la maggioranza dei partigiani si
tratta del battesimo del fuoco, e c'è un'enorme disparità di mezzi ed armi.
Mentre una parte consistente dei partigiani si disperde - ma molti di questi
entrano poi nelle formazioni partigiane della pianura - altri passano nella
Valle del Panaro, dove inizia l'opera di riorganizzazione. Nei primi giorni
di settembre nasce la divisione Modena, sempre al comando di Armando. Non
mancano però le tensioni e le accuse reciproche tra i comandanti, ed anche un
tentativo di esautorare Armando dal comando generale; egli decide di rimanere
nella Valle del Panaro, presso la brigata Gramsci, mentre il resto del
comando si sposta a Montefiorino, dove la zona libera verrà ricostituita in
autunno.
In settembre la divisione contesta inizialmente la richiesta del Comando
regionale di scendere a Bologna, in vista di quella che si ritiene
l'imminente liberazione del capoluogo regionale, perché non ritiene di essere
in grado di operare contemporaneamente su Bologna e Modena. Con la sua
formazione Armando è invece costretto dalla pressione tedesca - combatte il 7
a Ranocchio, e il 21 a Sassoguidano - a spostarsi sempre più nell'alta Valle
del Panaro, nella zona di lago Patrignano. Il contestuale arretramento
tedesco, sotto la pressione Alleata, fa sì che Armando si trova con i suoi
uomini nella terra di nessuno. Si sposta allora nel Bolognese e, il 2
ottobre, occupa Lizzano in Belvedere.
Qui inizia a riorganizzare le formazioni presenti nella zona, cercando di
vincere le rigidità dei comandi della 5° armata, orientati alla
smobilitazione dei reparti partigiani presenti nei territori liberati. Con
ostinazione riesce a mantenere e a rafforzare quella che diventerà la
divisione Modena-Armando, circa 1.000 uomini divisi in tre brigate, la
Gramsci (poi Adelchi Corsini), la Folloni e la Costrignano, divisione che
parteciperà ad importanti combattimenti, in particolare su Monte Belvedere.
La divisione Modena Armando, inquadrata nelle fila della 5° armata, una delle
poche formazioni partigiane riconosciute in Italia (assieme alla 28° brigata
Mario Gordini di Ravenna e altre minori) rappresenta uno dei momenti più alti
dell'azione politica e militare di Armando.
Il 18 febbraio Armando partecipa alla 'Giornata del partigiano e del soldato'
a Roma, dove incontra il ministro della Guerra Alessandro Casati, il ministro
per l'Italia occupata Mauro Scoccimarro e il segretario del Pci Palmiro
Togliatti. Dopo un periodo di riposo a Pescia, le brigate di Armando
ritornano in linea. Il 19 aprile la divisione Modena-Armando entra in azione nel
quadro dell'offensiva finale Alleata, agendo contro le fortificazioni
tedesche intorno al monte Cimone, Cima Tauffi e monte Lancio. Liberate Fanano
e Sestola, le brigate si dirigono su Pavullo e arrivano a Maranello, dove
l'avanzata viene sospesa, per l'avvenuta liberazione, il 22 aprile, di
Modena.
Dopo la liberazione della provincia, Mario Ricci viene nominato sindaco di
Pavullo dal Cln locale, carica che verrà riconfermata dalle elezioni del
1946. Rimane sindaco ininterrottamente fino al 1960, carica che ricoprirà
successivamente per altri cinque anni. Candidato alla Costituente, ma non
eletto, nel 1948 entra nella Camera dei Deputati, dove rimane per due
legislature, partecipando alle attività della Commissione difesa.
Presidente dell'Anpi provinciale dalla liberazione, presiede anche la sezione
di Pavullo dell'Anpi e dell'Associazione combattenti e reduci, nonché della
locale Cooperativa reduci e partigiani. Nel 1953 riceve la Medaglia d'oro al
valor militare, quale riconoscimento delle grandi capacità militari
dimostrate nella lotta di liberazione. Anche dopo la conclusione
dell'esperienza politica e amministrativa continua ad impegnarsi
nell'associazionismo partigiano, sia in ambito locale che nazionale. Muore
nell'ospedale di Pavullo il 18 agosto 1989.
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quotidiani,riviste,centri studi,partiti,movimenti,siti internet per ricordare e
costruire il nostro futuro.
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Mario Ricci "Armando"
Mario Ricci nasce a Sassoguidano, frazione di Pavullo nel Frignano il 20
maggio 1908, da Giuseppe e Marianna Bononcini. La sua è una famiglia tipica
della montagna, zona caratterizzata da un'economia prevalentemente agricola,
basata sulla piccola proprietà contadina e sulla mezzadria, e segnata da
consistenti fenomeni d'emigrazione. Dopo la prima guerra mondiale, il padre è
costretto a vendere il podere, trasformandosi in mezzadro. Mario Ricci è
costretto a diversi lavori, come bracciante, carbonaio, boscaiolo e vaccaro,
e solo nel 1920 riesce a conseguire la licenza di terza elementare.
Chiamato alle armi nel 1928, al rientro decide di emigrare, per raggiungere
in Francia il padre e il fratello. Nell'ottobre 1930 raggiunge la Corsica e,
dopo qualche mese, la Francia. Va a vivere a Tolone, dove aderisce al Partito
comunista francese, poi nel 1934 si trasferisce a Nizza, dove è arrestato per
possesso di materiale di propaganda comunista. Si sposta allora a Marsiglia,
dove rimane fino al momento della scelta di recarsi in Spagna, a combattere
in difesa della Repubblica. Il 13 settembre 1936 passa la frontiera e sia
arruola nel Battaglione Garibaldi. Combatte sul fronte di Madrid, dove rimane
anche ferito nel febbraio 1937. Diventa poi commissario politico di un
plotone d'assalto della Brigata Garibaldi, combattendo a Huesca, Brunete, in
Estremadura e sull'Ebro.
Nell'agosto del 1938 rientra in Francia, vivendo clandestino per alcuni mesi.
Il 22 settembre 1939 è arrestato. Tradotto nella fortezza di Tolone, vi
rimane fino alla fine del maggio 1940, per essere poi trasferito nel campo
d'internamento di Vernet. Dopo poco più di un anno decide di rientrare in
Italia: arrestato alla frontiera, è prima incarcerato ad Imperia, poi a
Modena, dove è condannato il 6 novembre 1941 a cinque anni di confino, da
scontare nell'isola di Ventotene.
Dopo la caduta del fascismo è liberato, e il 23 agosto 1943 è a Pavullo.
Immediatamente richiamato alle armi, presso il 36° reggimento di Modena, è
assegnato assieme ad altri antifascisti ad un distaccamento di stanza a
Maranello. La notte dell'8 settembre la caserma viene circondata da un
reparto tedesco, che apre il fuoco uccidendo il comunista novese Demos
Malavasi. Mario Ricci riesce invece a fuggire calandosi da una finestra,
raggiungendo poi la sua Pavullo.
Dopo il crollo dell'8 settembre, l'occupazione nazista e la nascita della
Repubblica sociale italiana, in montagna si formano alcuni gruppi di sbandati
e di montanari che non intendono arruolarsi nell'esercito 'repubblichino'. A
partire da novembre alcuni di questi gruppi - ai quali si aggiunge una
formazione proveniente da Sassuolo - si trasformano in reparti partigiani,
grazie anche all'azione di coordinamento svolta da alcuni esponenti politici
e militari: tra questi Mario Ricci, che da questo momento sarà conosciuto con
il nome di battaglia di Armando. Con il nuovo anno iniziano gli attacchi ai
distaccamenti della Guardia nazionale repubblicana e le azioni per impedire i
rastrellamenti dei renitenti alla leva.
Per tentare di frenare l'espansione della Resistenza in montagna, i fascisti
mettono a segno azioni militari a Pieve di Trebbio, contro una formazione
promossa dal Cln di Modena, mentre i tedeschi compiono una terribile strage a
Monchio, Susano e Costrignano, il 18 marzo 1944, uccidendo 136 persone
inermi. Altri dieci giovani, provenienti dalla formazione di Armando, vengono
fucilati il 29 marzo a Castelfranco Emilia. Dopo un momento di crisi, le
formazioni partigiane riprendono ad attaccare presidi fascisti e colonne
tedesche. Il 5 aprile la formazione di Armando attacca l'aeroporto di
Pavullo, asportando quindici mitragliatrici, e il 10 aprile la caserma della
Gnr di Fanano. Il 28 sostiene un importante combattimento a Monte Penna, poi
partecipa all'assalto al presidio Gnr di Cerredolo, avvenuto il 3 maggio.
Intanto viene costituito il battaglione Ciro Menotti, con Armando comandante
e Osvaldo Poppi, Davide, commissario politico, che unifica tutte le
formazioni presenti in montagna. In vista dei probabili rastrellamenti
fascisti legati alla data dell'amnistia del 25 maggio, vengono compiute
azioni nell'alta Valle del Panaro, attirando qui le forze nemiche, per poi
spostare tutte le formazioni in Val d'Asta, nel Reggiano, dove il battaglione
si trasforma in brigata Ciro Menotti, sempre al comando di Armando. Mario
Ricci già in questa prima fase della lotta partigiana mette in luce una
notevole capacità di comando, e la giusta comprensione delle esigenze della
guerriglia. Coraggioso ma non avventato, non rischia mai inutilmente gli
uomini, e riesce a sfruttare a suo favore la conoscenza del territorio dove
combatte.
La pressione partigiana costringe alla ritirata tutti presidi fascisti della
Valle del Secchia. Il 18 giugno viene conquistata anche Montefiorino: ora i
partigiani controllano una zona di oltre 600 kmq. a cavallo tra le province
di Modena e Regio Emilia, dalla quale è possibile attaccare due importanti
arterie stradali, le statali 12 e 63, di vitale importanza per i tedeschi, e
controllare la centrale idroelettrica di Farneta. Nasce quella che sarà
definita la 'Repubblica partigiana di Montefiorino', la prima zona libera in
Italia dove vengono elette nuove amministrazioni popolari. La nascita della
zona libera attira migliaia di giovani, almeno 4.000, che si arruolano nelle
formazioni partigiane. Nasce il Corpo d'armata centro Emilia, al comando di
Armando, che inquadra questi uomini in sei divisioni.
Dopo una proposta di accordo, rifiutato dal comando partigiano, i tedeschi
operano un esteso attacco contro la zona libera, che inizia il 30 luglio,
utilizzando circa 5.000 uomini, attacco che uno storico ha definito il più
grande combattimento campale della Resistenza italiana. Nonostante l'ordine
immediato di 'filtrare' nello schieramento nemico, alcuni reparti oppongono
per 4-5 giorni un'ostinata resistenza. Tutte le formazioni riescono comunque
a sganciarsi con poche perdite, anche se per la maggioranza dei partigiani si
tratta del battesimo del fuoco, e c'è un'enorme disparità di mezzi ed armi.
Mentre una parte consistente dei partigiani si disperde - ma molti di questi
entrano poi nelle formazioni partigiane della pianura - altri passano nella
Valle del Panaro, dove inizia l'opera di riorganizzazione. Nei primi giorni
di settembre nasce la divisione Modena, sempre al comando di Armando. Non
mancano però le tensioni e le accuse reciproche tra i comandanti, ed anche un
tentativo di esautorare Armando dal comando generale; egli decide di rimanere
nella Valle del Panaro, presso la brigata Gramsci, mentre il resto del
comando si sposta a Montefiorino, dove la zona libera verrà ricostituita in
autunno.
In settembre la divisione contesta inizialmente la richiesta del Comando
regionale di scendere a Bologna, in vista di quella che si ritiene
l'imminente liberazione del capoluogo regionale, perché non ritiene di essere
in grado di operare contemporaneamente su Bologna e Modena. Con la sua
formazione Armando è invece costretto dalla pressione tedesca - combatte il 7
a Ranocchio, e il 21 a Sassoguidano - a spostarsi sempre più nell'alta Valle
del Panaro, nella zona di lago Patrignano. Il contestuale arretramento
tedesco, sotto la pressione Alleata, fa sì che Armando si trova con i suoi
uomini nella terra di nessuno. Si sposta allora nel Bolognese e, il 2
ottobre, occupa Lizzano in Belvedere.
Qui inizia a riorganizzare le formazioni presenti nella zona, cercando di
vincere le rigidità dei comandi della 5° armata, orientati alla
smobilitazione dei reparti partigiani presenti nei territori liberati. Con
ostinazione riesce a mantenere e a rafforzare quella che diventerà la
divisione Modena-Armando, circa 1.000 uomini divisi in tre brigate, la
Gramsci (poi Adelchi Corsini), la Folloni e la Costrignano, divisione che
parteciperà ad importanti combattimenti, in particolare su Monte Belvedere.
La divisione Modena Armando, inquadrata nelle fila della 5° armata, una delle
poche formazioni partigiane riconosciute in Italia (assieme alla 28° brigata
Mario Gordini di Ravenna e altre minori) rappresenta uno dei momenti più alti
dell'azione politica e militare di Armando.
Il 18 febbraio Armando partecipa alla 'Giornata del partigiano e del soldato'
a Roma, dove incontra il ministro della Guerra Alessandro Casati, il ministro
per l'Italia occupata Mauro Scoccimarro e il segretario del Pci Palmiro
Togliatti. Dopo un periodo di riposo a Pescia, le brigate di Armando
ritornano in linea. Il 19 aprile la divisione Modena-Armando entra in azione nel
quadro dell'offensiva finale Alleata, agendo contro le fortificazioni
tedesche intorno al monte Cimone, Cima Tauffi e monte Lancio. Liberate Fanano
e Sestola, le brigate si dirigono su Pavullo e arrivano a Maranello, dove
l'avanzata viene sospesa, per l'avvenuta liberazione, il 22 aprile, di
Modena.
Dopo la liberazione della provincia, Mario Ricci viene nominato sindaco di
Pavullo dal Cln locale, carica che verrà riconfermata dalle elezioni del
1946. Rimane sindaco ininterrottamente fino al 1960, carica che ricoprirà
successivamente per altri cinque anni. Candidato alla Costituente, ma non
eletto, nel 1948 entra nella Camera dei Deputati, dove rimane per due
legislature, partecipando alle attività della Commissione difesa.
Presidente dell'Anpi provinciale dalla liberazione, presiede anche la sezione
di Pavullo dell'Anpi e dell'Associazione combattenti e reduci, nonché della
locale Cooperativa reduci e partigiani. Nel 1953 riceve la Medaglia d'oro al
valor militare, quale riconoscimento delle grandi capacità militari
dimostrate nella lotta di liberazione. Anche dopo la conclusione
dell'esperienza politica e amministrativa continua ad impegnarsi
nell'associazionismo partigiano, sia in ambito locale che nazionale. Muore
nell'ospedale di Pavullo il 18 agosto 1989.
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